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Essere o non essere un cerchio

“Il cerchio diventa cerchio quando si chiude”, quando l’inizio della linea si congiunge con la sua fine, come una testa di serpente che curvandosi tocca la propria coda.
Una linea diventa figura quando finisce di tracciarsi, quando ad un certo punto del suo percorso si definisce. Il cerchio è diventato cerchio quando è stato deciso che dovesse curvarsi; ma se quella linea non avesse voluto curvare? Se avesse voluto tracciarsi all’infinito od interrompersi? Se fosse voluta diventare per esempio un triangolo anziché una sfera? Non avrebbe potuto farlo perché l’essere geometrico, privo di vita, davanti ad ogni cambiamento è impotente, e così anche l’elemento della natura, il quale è vivo ma destinato solo ad un certo tipo di cambiamento. Invece l’essere umano, il quale eccede di vita, vive e poi rivive all’infinito spinto per natura al cambiamento: egli è libero di definire e deviare la sua “linea”, di modificare l’aspetto, di cambiare la rotta.

Insomma, cambiamo idea. E siamo gli unici a poterlo fare in modo vincente, poiché continuamente abbiamo interlocutori e oggetti di paragone che, in modo cosciente e non, influiscono sulle nostre scelte; spesso sappiamo mantenere un certo equilibrio tra ragione e istinto ed abbiamo anche una certa attitudine a interpretare il fato, ad analizzarlo e ad accettarlo. Il cambiamento avviene nella maggior parte dei casi nei momenti di sospensione della realtà, di reingresso alla realtà più vera: la libertà dai vincoli, dalle dinamiche dello spazio e del tempo, dai giochi della società, è la sola condizione nella quale si possa definire la via, di chiudere il cerchio, pur potendo decidere di diventare un triangolo.
Se i gatti hanno nove vite gli uomini ne avrebbero potenzialmente infinite, ma spesso la volontà nichilista, la “nolontà”, allontana lo spirito dalla fiducia nel poter riformulare le dinamiche, dal poter ricreare nuove forme di pensiero. La nolontà porta ad un’accettazione distorta, non ad un’accettazione “scelta” e voluta, ma rimasta, “noluta”, impoverita ed impigrita dal non voler andare oltre ai confini delle proprie convinzioni, del proprio ego-centrismo, della propria ragione a discapito non solo di quelle degli altri, ma di quelli molteplici che covano nel nostro essere. Noi siamo molteplici e presto o tardi lo scopriremo, rileggendo un libro già letto con altri occhi, rivivendoci con meraviglia al contrario, iniziando a prendere coscienza di essere stati noi stessi i creatori delle nostre credenze, di sempre nuovi idòla e di punti di riferimento passeggeri.
Ogni volta che passiamo da una faccia all’altra del nostro essere ci viene detto che assumiamo una maschera, ma spesso questa maschera non è altro che un nuovo viso vero e proprio, che si trasforma e che potremmo definire come una sorta di “reincarnazione in vita”.

“Il cerchio diventa cerchio quando si chiude” sta a significare che una realtà, che in questo caso pur essendo geometrica è condizionata dal volere dell’uomo il quale la disegna, diventa tale solo quando la linea si ricongiunge, quando il tratto finisce, quando è la fine del movimento che apre i battenti ad una nuova figura, ad un nuovo tratto di penna. A quel punto si guarda indietro e si vede ciò che è stato disegnato, creato o vissuto: si vede il risultato e lo si vede con quella distanza giusta che permette di comprendere i motivi, di tracciare “la linea” logica dei fatti che giunge ai nostri piedi pronta a mettere in discussione le nostre credenze presenti e a trasformarne il senso.
Nella “Teologia politica” Carl Schmitt asserisce che “Sovrano è chi decide sullo Stato di eccezione” (uno “stato totale per energia” che nel momento “limite” deve poter esprimere il potere senza limiti, stravolgendo le regole “giuridiche” per poter giungere ad una soluzione “politica”), un’espressione questa che vorrei poter estrapolare dal suo imponente senso teorico e dai paradossi che esso ha creato nella storia della filosofia, ed utilizzare per introdurre il senso, un po’ più “terra terra”, di questa delirante questione di cerchi e cambiamenti nel quale è lecito essere sovrani e poter stravolgere la normalità/norma.

Il mio compito oggi è quello di battere il terreno con un concime diverso nel campo di idee di Polinice, che tutta la prossima settimana [dal 4 al 10 di settembre] si dedicherà a ripiantare nuovi semi, a considerare la possibilità di poter vedere in un’altra luce le credenze passate, fino al punto di poter CAMBIARE IDEA sulle idee stesse.
Si ricomincia così, partendo dall’analisi della fine, dello “scadere” di alcune delle nostre idee (o del “ cadere” di esse dall’Iperuranio, direbbe Platone), perdare spazio al nuovo, e farlo vivere da uno dei tanti nostri sé.

“Non potete sperare di unire i
puntini guardando avanti, potete farlo solo guardandovi alle spalle:
dovete quindi avere fiducia che, nel futuro, i puntini che ora vi paiono
senza senso possano in qualche modo unirsi nel futuro. Dovete credere
in qualcosa: il vostro ombelico, il vostro karma, la vostra vita, il
vostro destino, chiamatelo come volete… questo approccio non mi ha mai
lasciato a terra, e ha fatto la differenza nella mia vita.”

S. Jobs (dal discorso ai neolaureati di Stanford)

 

Costanza Fino – PoliNietzsche

About Costanza Fino

Costanza Fino
Vive su una nuvola di zucchero filato roteando su una bicicletta fatta di bambù. Laureata in filosofia politica, specializzata sull’India e sulle sue minoranze sociali, pensa a viaggiare, ascoltare, disegnare, fotografare, suonare e pedalare.

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