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What good would living do me

Nell’ultimo paio di giorni ho visto in successione quelli che per ora sono, e di gran lunga, i due migliori film dell’anno; ho quindi pensato che non ci fosse miglior maniera di riaprire la rubrica dopo la pausa estiva che con due calorose raccomandazioni, specialmente visto che nessuno dei due film sembra aver riscosso il dovuto plauso, anzi. Cominciamo questa settimana con Only God Forgives di Nicolas Winding Refn, regista che aveva “fatto il botto” un paio di anni fa col suo primo film americano, Drive. Del suo sopravvalutato predecessore OGF conserva il protagonista Ryan Gosling e le atmosfere notturne, ma le altre manopole del film vengono girate con decisione verso gli estremi dello spettro sotto diversi punti di vista.
La sceneggiatura, per esempio, viene scarnificata fino a che di essa non resta altro che lo scheletro, con una serie di efferate vendette incrociate tra polizia e criminali a succedersi in maniera piuttosto piatta. Nessun personaggio viene minimamente proposto come punto focale dell’immedesimazione dello spettatore, e di conseguenza l’andamento narrativo del film non ci porta mai sulle consuete montagne russe emotive che seguono successi e fallimenti dell’eroe. Gli eventi del film si succedono senza particolare bisogno di spiegazioni, e le motivazioni dei personaggi non sono mai così trasparenti da chiarire univocamente le loro decisioni. Non sono tanto le decisioni a caratterizzare i personaggi in questo film, infatti, quanto le loro reazioni alle estreme circostanze in cui si vengono a trovare; un po’ come nella tragedia greca, le vite di queste persone sembrano andare su rotaie verso l’inevitabile rovina che sopraggiunge, quasi ineffabilmente, per mano di un inespressivo e innominato poliziotto vendicatore che spesso ruba la scena a un Gosling particolarmente dimesso e riassorbito nel suo usuale ruolo del belloccio tormentato e silenzioso. Questo nonostante il fatto che nell’economia del film il poliziotto rappresenti più un’entità astratta che non un essere umano, un intangibile castigatore il cui scopo è quello di mettere a nudo quella altrui, di umanità; spesso letteralmente, esponendo organi e fluidi interni di una buona parte del cast.
L’intensità delle scene più violente, nonchè delle inquietanti dinamiche edipiche tra Gosling e sua madre (una colossale Kristin Scott Thomas) viene acuita esponenzialmente dalla maniacale stilizzazione visiva del film che, liberato dal fardello di una trama da portare avanti, consente al regista di indulgere in preziosismi che sarebbero forse eccessivi se la pellicola non fosse così tonalmente compatta e ritmicamente disciplinata. C’è poco da dire quando un film è girato e fotografato con una tale maestria: l’appagamento estetico che solo film di questo calibro sono in grado di procurare è uno dei motivi che rendono il cinema un’arte così dinamica e vibrante, e da cinefilo non posso non raccomandare il banchetto oculare che è Only God Forgives.
Molte delle critiche che il film ha ricevuto sono state rivolte alla gratuità della violenza e al compiacimento con cui il regista mette in mostra i suoi indubitabili talenti, ma è proprio la combinazione dei due aspetti, unita al rigore con cui lo sviluppo narrativo viene messo a freno, che denota secondo me un interesse pressochè chirurgico del regista nei confronti degli ingranaggi che consentono a un film di muoversi e di risultare un’esperienza coinvolgente su vari piani. “Si può fare un gran film tagliando via molte delle caratteristiche che solitamente si ritengono necessarie per raggiungere lo scopo?” sembra essere la domanda che Refn si pone con questo film, e “Cazzo sì” è la mia personalissima risposta.

About Lorenzo Peri

Lorenzo Peri
Studio informatica e sono un vorace -bulimico direbbero alcuni, e avrebbero ragione- consumatore di cultura pop in forme varie ed eventuali. Tutto mi interessa e niente mi conquista, non so proprio cosa farò da grande.

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