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Ho cambiato idea su Quine

Ri-pensare quello che abbiamo pensato: ragazzi non è facile. È un notevole esercizio di umiltà al quale anche noi di PoliNietzsche abbiamo deciso di prestarci, inaugurando la settimana di “Rethinking Polinice”, dedicata proprio al tema di “cambiare idea”.

Su cosa ho cambiato idea? Ho dato un’occhiata tra gli articoli scritti qualche tempo fa e ne ho trovato uno che mi lasciava non dico insoddisfatto – peggio. Sì, voglio confessarvelo: quando ho trovato il mio articoletto su W.V.O Quine del settembre scorso mi sono sentito proprio in colpa.

Tim Townsley – “W. O. Quine”

Quine è uno stronzo. È vero. Chiunque sia passato per uno dei suoi testi conosce quel senso di disagio che le sue parole, nette e affilate, provocano in noi studentelli di filosofia pieni di belle speranze. Quine è un filosofo che getta fango sulla filosofia. Il che è un problema. Non solo perché manda in pappa la testa di noi studentelli che ci chiediamo come ciò sia possibile, ma perché chi come me si immagina la Filosofia, o meglio Sofia, come una sorta di angelica signorina – per altro abbastanza gnocca – un oltraggio del genere proprio non può sopportarlo. E allora si prende la penna e si corre in difesa della bella Sofia. Così avevo fatto lo scorso 12 settembre. Un anno fa (qui il link).

E oggi?

Intendiamoci, non ho intenzione di lasciare Sofia alla mercé di Quine. Voglio tuttavia ammettere di essere stato troppo impetuoso l’ultima volta, ho taciuto degli aspetti del pensiero del filosofo americano sui quali oggi vorrei far luce – non ultimo per espiare il mio senso di colpa.

Riprendiamo il famigerato articolo del 2012. Qui sottolineavo alcuni aspetti della filosofia del linguaggio di Quine. Vediamo.

Secondo Quine il linguaggio nasce dal confronto che i nostri sensi hanno con la realtà. Da bambini, impariamo che la “macchia” che corre per il prato di casa nostra abbaiando e portando in bocca un osso si chiama «cane». Impariamo così che ogni cosa ha un nome. Successivamente ci rendiamo conto che l’oggetto cane ha delle caratteristiche: impariamo a questo punto a predicare e asseriamo «il cane è marrone». Il passo conclusivo è il più importante. Con il tempo il bambino impara a fare delle predizioni, del tipo: «Se il cane ringhia, allora è arrabbiato».

Queste predizioni sono il momento che fa esplodere il nostro processo di conoscenza, lanciandoci nel mondo della scienza. In fondo la struttura logica di «se il cane ringhia, allora è arrabbiato» è la stessa di «se il triangolo ABC è tale che l’area del quadrato costruito sull’ipotenusa sia uguale alla somma delle aree dei quadrati costruiti sui cateti, allora ABC è un triangolo rettangolo».

Detto questo mi ero trovato a sottolineare un fatto: tutte queste asserzioni, anche le più complesse, in fondo derivano da quel nostro primordiale contatto con la realtà empirica. Se da bambini non avessimo imparato ad attribuire il nome «cane» alle cose-che-abbaiano di certo non avremmo mai imparato il teorema di Pitagora. Almeno nella prospettiva di Quine, per il quale il fondamento del linguaggio sta proprio nei sensi, nell’esperienza.

Ecco, io criticavo proprio questo punto. Dicevo: dato che i sensi sono qualcosa di individuale, fondato sulla materialità del corpo del singolo individuo, quello che Quine sta facendo è dare una fondazione individuale e singolare del linguaggio. Il che non è accettabile, poiché il linguaggio è qualcosa di pubblico, non può essere privato. I significati delle parole devono essere condivisibili da tutti coloro che fanno uso del linguaggio e la ragione è semplice: come si fa a far scienza se il suo primo strumento – il linguaggio, appunto – ha una fondazione arbitraria?!?

Ora, la mia obiezione in effetti era appropriata. Oggi però vorrei proporvi la contro-obiezione al mio argomento. Un quineano avrebbe risposto sottolineando come la fondazione del linguaggio sia certamente empirica, ma non per questo arbitraria. Il perché di questo fatto sta nell’evoluzione della specie.

Spostiamoci nella savana. In un villaggio africano nascono 10 bambini. Questi imparano il linguaggio come tutti noi, nella prospettiva quineana, confrontandosi con il mondo empirico. Il mondo empirico nel quale questi bambini crescono è pieno di pericoli: immaginatevi l’effetto che il primo incontro con un leone può avere su questi giovani essere umani. Questa esperienza è però rilevante. In tale circostanza il bambino deve imparare a formulare l’implicazione «se quell’oggetto è un leone, allora io devo scappare».

Ipotizziamo che di quei 10 bambini uno non abbia imparato a formulare tale asserto. Cosa accadrebbe? Semplice. Con tutta probabilità morirebbe. Una volta cresciuto, lasciato solo, fuori dal villaggio nel giorno della sua iniziazione, davanti al famigerato leone potrebbe mettersi a fare lo scemo pensandolo innocuo, facendosi così sbranare. Il suo apparato percettivo, evidentemente, aveva strutturato l’implicazione fallace (α) «se quello è un leone, allora è innocuo», al posto della corretta (β) «se quello è un leone, allora io devo scappare».

Dal punto di vista evolutivo il risultato è impietoso: i 9 ragazzi capaci di formulare (β) sopravviveranno al giorno della loro iniziazione e troveranno una moglie ciascuno con la quale mettere al mondo prole. Il povero scemotto, invece, morirà prima di riprodursi, estinguendo il ramo di coloro che davanti al leone dicono «giochiamo?!».

La selezione naturale, impietosa, fa in modo che si determini un’armonia degli apparati percettivi tra i parlanti. In questa maniera il linguaggio risulta avere fondazione empirica ma non arbitraria.

Ecco su cosa ho cambiato idea: se si ammette la prospettiva di Quine, non si può dire che il suo sia un linguaggio fondato sull’arbitrio.

È evidente, tuttavia, che delle questioni rimangano aperte: (1) nessuno ci costringe ad ammettere tale prospettiva evoluzionistica; (2) nessuno ci costringe ad ammettere che il linguaggio sia fondato sull’esperienza. Per i quattro fidati lettori interessati alla questione, prometto: ci torneremo su a breve. Ho però già annoiato sufficientemente gli altri e per oggi, dunque, vi saluto.

Giulio Valerio Sansone – PoliNietzsche

About Giulio Valerio Sansone

Giulio Valerio Sansone
Triennale in Filosofia a Roma, studente di Economia dell'Innovazione a Milano. Orgogliosamente parte della ciurma di Polinice dai suoi gloriosi albori. Vi fracassa le scatole un mercoledì ogni quattro.

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