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Rethink Polinice: Tallest Man on Earth e le cotte passeggere.


Cambiare idea è in assoluto una delle mie attività preferite. Nella mia vita ho cambiato idea veramente su tantissime cose e devo dire che non mi crea né problemi né imbarazzo. Innanzi tutto non credo che la coerenza sia un valore in sé (purché il cambiamento di opinione sia autentico e in buonafede) e ritengo che  nel corso della maturazione di un essere umano sia necessario cambiare gusti, opinioni, vedute su quasi qualsiasi cosa. Ricordo che quando uscì The Dreamers pensai che fosse un film fantastico, ispirato, geniale. Di contro, adesso trovo che Bertolucci sia un vecchio pervertito con poche idee. Oppure, quando ero al liceo amavo molto il progressive rock, mentre ora sono a rischio crisi di nervi non appena sento un assolo.
Di articoli facilmente rovesciabili ne ho scritti  diversi nell’ultimo anno e mezzo di Polinice, ma ammetto che non ho nessuna intenzione di rimangiarmi il fatto che Elvis sia diventato famoso principalmente per il colore della sua pelle, o che gli Arctic Monkeys siano un gruppo piccolissimo, o che Castaldo e Assante siano assolutamente due critici avulsi da ciò che accade oggi realmente nel panorama musicale.


Più di un anno fa scrivevo benissimo di the Tallest Man on Earth, cantautore che per diverso tempo è stato un vero proprio ‘pezzo di cuore’. I suoi primi due dischi,  ‘Shallow Grave’ e ‘The Wild Hunt’, li ho letteralmente consumati, ritrovandomi più di una volta a cantare i loro pezzi provando a imitare la sua voce roca. Già al concerto dello scorso 10 Ottobre, nel quale incontrai anche qualcuno mi disse che si era incuriosito all’artista grazie al mio articolo (incredibile ma vero), avevo esaurito la mia irrazionale passione nei confronti dell’autore svedese, in particolare a causa della delusione cocente causatami dall’ultimo ‘There’s No Leaving Now’, dimostrazione che – a meno che tu non sia Bob Dylan – se la formula invecchia il prodotto scade. Bisogna anche ammettere che il trentenne Matsson ha provato a rinnovarsi, ma deve essere stato davvero sciocco, o forse privo di talento, perché ha preso l’assurda decisione di affidare la svolta a qualche accenno di arrangiamento quando era la ruvidità e l’immediatezza dei precedenti lavori a rendere interessante una trafila di cliché del cantautorato americano, che per di più arrivano circa 50 anni dopo i suoi primi interpreti. Capisco che non è divertente puntare il dito sulla presunta ‘non-originalità’ di un artista, valore completamente by-passato negli ultimi anni – perché evidentemente siamo già troppo rincoglioniti dal revivalismo, o forse siamo troppo nostalgici – ma, insomma, posso accettare due dischi di ‘Don’t Think Twice It’s All Right’ (spero di non dover specificare il nome dell’artista) ma con anima, gola e pochi fronzoli; di certo non posso sopportare un artista che tenta un mezzo passo in avanti con degli arrangiamenti che non sono né carne né pesce, ma soprattutto che non hanno neanche la metà dell’eleganza di “Sometimes The Blues Is Just a Passing Bird”, EP che poteva far presagire una (mancata) svolta del cantautore svedese.


Curiosamente, la delusione per l’ultimo album ha generato in me una sorta di reazione a catena per la quale ho difficoltà a riascoltare con serenità anche i lavori di cui mi ero innamorato. Un po’ come quando, finito un grande amore, si pensa a quanto fossero grottesche delle caratteristiche che prima si notavano a stento, provocando un misto di imbarazzo e sollievo nel sapere che ora, finalmente, ci si è liberati di tutta quella insensatezza.


Pensandoci bene, forse the Tallest Man on Earth è solo uno dei migliori cantautori nel miserabile panorama odierno, che ha visto uno dei peggiori revival folk della storia della musica, fenomeno di cui sono complici anche siti e riviste altresì stimabili- Pitchfork e The Guardian per dire due nomi- e che continua ad avere buoni riscontri sia di pubblico e di critica, nonostante un livello a dir poco imbarazzante. Un po’ poco per innamorarsi.


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About Luigi Costanzo

Luigi Costanzo
Laureato in Lettere per hobby e per errore, fondatore di Polinice, collaboratore per Nerds Attack!, batterista di Departure ave. e The Wisdoom. Scrivo di musica, suono la musica, parlo di musica. Il resto del tempo mi annoio molto.

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