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Ripensare per trentʼanni


Progettare significa anche pensare cosa si vorrà fare in futuro, e proprio la imprevedibilità del futuro rende necessaria unʼelasticità dellʼidea che le permetta di evolversi, di cambiare ed, eventualmente, di tornare al punto dʼinizio. Spesso infatti, la prima immagine pensata costituisce la concezione più forte, quella alla quale il progetto finale tenderà per una sorta di propensione matematica della memoria.


Michelangelo ha conosciuto nella realizzazione della tomba per Giulio II la violenta esperienza del ripensamento nellʼideazione di unʼopera. La storia di questo monumento funebre lo accompagna per oltre trentʼanni con cambiamenti di idee, malumori e compromessi. Ma è soprattutto la storia di una ricerca, di un pensiero che si evolve e che, col tempo, matura.

Inizialmente immaginato come un grande monumento da collocarsi nella nuova Basilica di San Pietro, avrebbe costituito la sintesi tra architettura e scultura con un organismo monumentale e fortemente plastico. Avrebbe manifestato il potere del papa, lasciato la traccia del suo passaggio e glorificatone il ricordo. Ma sarebbe anche stata lʼopera più importante dello stesso Michelangelo, quella che gli avrebbe consentito di sintetizzare il rapporto tra architettura e scultura in un unico oggetto.
Le ambizioni personali dovettero lasciare il posto ai successori del pontefice che preferirono impegnare lʼartista in altre opere piuttosto che lasciargli completare un monumento non più urgente.

Il grande cambiamento avvenne con la scelta della nuova posizione del monumento, che da edificio a sè stante, diventò parte di uno già esistente. I gruppi scultorei vennero drasticamente diminuiti e la composizione si ridimensionò di anno in anno, diventando più sintetica, ma caricandosi delle esperienze di Michelangelo e dei suoi successi nelle altre opere.

Sembra facile intravedere tali difficoltà nella differenza di linguaggio tra la parte che si trova al di sotto della trabeazione centrale e quella al di sopra: la prima è ancora testimone dellʼesperienza storica della formazione di Michelangelo, ne riporta lʼattenzione per i dettagli della classicità. La parte alta, invece, è costituita da elementi lisci; essi mantengono la loro consistenza compositiva grazie alle proporzioni e alle linee dʼombra disegnate dalle modanature. Eʼ quasi tesa a rappresentare lʼormai necessario superamento della fisicità dellʼarchitettura, trovando nella sua apparente semplicità la vera soluzione al problema.

Diventa centrale la grande statua del Mosè che protegge idealmente lʼingresso del monumento e che , con la sua forza plastica, finisce col rubare la scena alla statua di Giulio. Questa, non realizzata da Michelangelo sembra infatti rassegnata alla ormai secondaria posizione nella quale è stata relegata. Anche il Mosè rappresenta un cambiamento di idea: dopo aver atteso venticinque anni la sua collocazione nella posizione definitiva, venne sorprendentemente modificata dallo stesso Michelangelo che, rimodellando il marmo già scolpito, gli conferì la torsione del busto e del capo. Sui podi laterali avrebbero dovuto essere collocati i Prigioni, sostituiti poi da modanature dal sapore classico. Le statue emergono dalla pietra e sembrano liberarsi della loro pesantezza lapidea rappresentando, in maniera involontaria il concetto di idea: il pensiero è presente sin dal principio, ma è necessario trovare il modo per cambiarne la conformazione e renderlo evidente.Infine, la parte alta del monumento ospita la statua di una Madonna che porta in braccio il bambino. Ma il vero punto di forza della composizione si inscena ai suoi lati dove la partizione architettonica è costituita dalle ombre date delle diverse profondità e dalla lucentezza delle quattro paraste che, insieme, smaterializzano la conclusione del monumento investendolo di una leggerezza conclusiva e di una luminosità tale da renderla architettura mista a suggestione religiosa.

“Ogni artista ha le sue opere finite che il mondo conosce, ma non sono che segni, tracce, frammenti della grande opera “segreta”, che seguita a crescere dentro e non vedrà mai la luce”. (Argan G. C. La tomba di Giulio II in Zevi L. Portoghesi P. Michelangiolo Torino, Einaudi 1964)

Questa non è dunque la storia del fallimento di unʼidea, ma quella della sua mancata realizzazione.

Alessio Agresta

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Alessio Agresta
Architetto, convinto di aver scelto un mestiere capace di migliorare la vita di molti, ma anche in grado di far grossi danni. Scrivo su Polilinea dal 2012 anche per provare a schiarirmi le idee.

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