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I’m flipping burgers, you at Kinko’s straight flipping copies

Due settimane fa avevo preannunciato che avrei parlato dei due migliori film che ho visto quest’anno, e dopo l’interruzione dovuta alla settimana tematica mi accingo a chiudere il dittico di articoli sulle migliori nuove uscite. Il secondo film di cui voglio parlare è Pain & Gain di Michael Bay, il cui sottotitolo – “Muscoli e denaro” – è grottesco ma azzeccatissimo, o meglio grottesco dunque azzeccato.
Il mostruoso successo al botteghino di tutte o quasi le sue pellicole non è mai valso a Bay un analogo plauso da parte della critica che anzi lo ha usato spesso e volentieri come un vero e proprio punching ball. Se per certi versi questa reazione ai suoi film può essere comprensibile, molte delle critiche all’attitudine e alla natura terra terra di certe sue sceneggiature sono state ingigantite a un livello tale da renderle completamente ridicole, col non irrilevante effetto collaterale di mettere completamente in ombra il fatto che Bay è un regista di talento e dotato di uno stile inconfondibile, il che è più di quanto si possa dire di moltissimi suoi colleghi che fanno incetta di statuette varie ed eventuali in giro per il mondo.
Pain & Gain è probabilmente il suo miglior film, e il fatto che le motivazioni delle molte stroncature siano le stesse del passato, quando invece ci troviamo di fronte a un film con una spina dorsale “contenutistica” di tutt’altro calibro, è la prova evidente del pregiudizio che circonda e verosimilmente continuerà a circondare le pellicole del buon Michael.
La vicenda è quella di tre bodybuilders che, ispirati da un improbabile profeta del self-help, intraprendono una sgangherata impresa criminale che dopo un iniziale successo li condurrà ad un inevitabile tracollo. I toni del film sono quelli grotteschi e sopra le righe della commedia nera in stile Coen bros., e se pure lo stile visivo e i ritmi vertiginosi lo distinguono nettamente dall’opera dei fratelli di Minneapolis, è innegabile che un film come Fargo eserciti qui una notevole influenza.
Il crudo umorismo, le interpretazioni appropriatamente isteriche dei tre protagonisti, la paletta cromatica saturata fino al paradosso: tutti elementi che da sempre fanno parte dello stile massimalista di Bay e che in questa occasione vengono spinti una tacca più avanti con risultati decisamente esaltanti per qualsiasi spettatore che sia disposto a calarsi nell’atmosfera.
L’ambientazione del resto è la Miami che il regista ha già esplorato nei due Bad Boys, e questo fondale da solo contribuisce notevolmente a connotare l’intero film, risucchiando immediatamente lo spettatore nel mondo fatuo e nevrotico del personaggio interpretato da un insolitamente ispirato Marky Mark.
Un punto interessante e ambiguo del film è il rapporto che si instaura tra spettatore e protagonisti. Se infatti non si può che ridere delle ambizioni dei tre disgraziati e rimanere quantomeno perplessi di fronte ai provvedimenti che prendono per trasformarle in realtà, le pulsioni umane sottostanti sono molto più comprensibili e tengono vivo un filo di empatia che in molti film dal tono paragoabile viene spezzato, spesso col risultato di lasciare lo spettatore alla deriva in un piatto mare di cinismo. Pain & Gain evita questa comune debacle senza alzare il piede dall’acceleratore, e ci fornisce un salace commento sul mito del sogno americano sotto forma di film d’azione, un’intrinseca contraddizione che rappresenta una buona fetta dei motivi per cui la pellicola risulta così speziata.
L’altro lato della medaglia è il francamente impressionante virtuosismo registico messo in mostra da Bay. Si può fare quanto umorismo si vuole sulle esplosioni ogni cinque minuti, le “inquadrature pornografiche” e quant’altro, ma resta il fatto che lo stile del californiano è quello di un autore nel pieno della sua maturità e al giorno d’oggi sono pochi -e nessuno di questi ha passaporto americano- i registi di genere che possono tenere testa, per spettacolarità e cura del dettaglio, a uno spettacolo come quello che Bay ci regala in Pain & Gain.
All’orizzonte c’è il quarto capitolo della saga dei Transformers per il caro Michael, ma visti i risultati sono alquanto impaziente di vederlo all’opera su del materiale più duttile che meglio possa rispondere alle sollecitazioni dell’artigiano. Speriamo non si faccia troppo attendere

About Lorenzo Peri

Lorenzo Peri
Studio informatica e sono un vorace -bulimico direbbero alcuni, e avrebbero ragione- consumatore di cultura pop in forme varie ed eventuali. Tutto mi interessa e niente mi conquista, non so proprio cosa farò da grande.

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