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Nesey Gallons: folk da un’epoca sfocata


Tra tutti i luminari, i maghi e gli eremiti di quell’oscura e luminosa entità che è il collettivo Elephant 6, Nesey Gallons costituisce un caso a sé stante. Prima di tutto per via della sua età: classe 1984, Nesey è 10-15 anni più giovane della maggior parte degli Elephant 6er. Inoltre, ha sempre avuto col collettivo artistico un rapporto incostante, altalenando lunghi periodi di convivenza e collaborazione con alcuni dei membri principali a momenti di allontanamento (in uno dei quali si trova ora), in parte a causa della lontananza della sua terra natìa, il Maine, da Athens, Georgia, patria dell’Elephant 6. 


Affascinato dall’idea di manipolare il suono al fine di esprimere qualcosa che le parole non possono dire, Nesey comincia a registrare all’età di 6-7 anni. Imparando a suonare sempre più strumenti e influenzato dai gusti eccentrici dello zio, durante la sua prima adolescenza colleziona una grande quantità di cassette autoprodotte fino a quando, stregato dalla capacità degli Olivia Tremor Control di “creare un ponte tra suono come linguaggio segreto e musica”(*), si avvicina all’Elephant 6, fino a cominciare a collaborarci ufficialmente nel 2002. Infatti Julian Koster, ex membro dei Neutral Milk Hotel e poi suo coinquilino, chiede a Nesey di aiutarlo nella registrazione del suo secondo album con i Music Tapes.

A partire da questo periodo Nesey inizia a far uscire i suoi lavori, in modo del tutto inusuale, dato che si trattava di materiale che copriva l’arco di tempo di vari anni. I primi album sono divisi tra folk lo-fi scarno che Nesey stesso definirà poi “imbarazzante e giovanile” (“When we Were Clouds”, “Now Gargling”, 2002-3), lunghissimi collage di field recording e rumore (“The Silhouette Museum”), o drone e suoni manipolati (“Somewhere we Both Walk”). Già da questi primi dischi si può definire lo stile che continua a caratterizzare Nesey Gallons tutt’ora: la voce sognante e morbida cavalca un lo-fi nostalgico, privato e intimo che sembra uscire da un vinile seppellito per centinaia di anni. Anche i collage sonori, grazie ad esempio ai tappeti drone di archi di “Somewhere we Both Walk” si adeguano a questo canone, che è vivo tanto nel bel “Two Bicycles” (2006), quanto nel disco più famoso di Nesey, “Eyes & Eyes & Eyes Ago”, del 2009. Questo piccolo capolavoro meriterebbe ben più fama di quanta ne abbia (nessuna): la collaborazione col polistrumentista Julian Koster sfocia in arrangiamenti densi di armonium, organi e fiati, che insieme alle melodie aperte ma nascoste cullano l’ascoltatore attraverso quell’immaginario che ci aveva già mostrato nel 1998 In The Aeroplane Over the Sea dei Neutral Milk Hotel: un’inizio ‘900 mitizzato e sfocato, tra cartoline in stile Art Nouveau e guerre incombenti, un passato-infanzia in cui i ricordi di un bambino diventano i suoni di fantasmi provenienti da un antico grammofono. Questa particolarità la si può osservare facilmente anche nei testi, dato che i riferimenti temporali sono frequentissimi: “when”, “once”, “old echo”, “so long” e molti altri. Questi, uniti a una misteriosa collettività malinconica ottenuta grazie a vaghi pronomi e riferimenti (i numerosi “we”, titoli come “Sweet Sweet Friend”, “Jupiter an I”,” Forestlit Dinners”) creano una sorta di “psichedelia temporale”, ossia straniamento e fuga dalla realtà non attraverso allucinazioni o distorsioni visive e percettive (tema molto caro all’Elephant 6), ma grazie a questo viaggio immaginario nel passato e nella fanciullezza.

Dopo “Eyes & Eyes & Eyes Ago” Nesey continua a far uscire materiale registrato tra uno e dieci  anni prima della pubblicazione. Decide di cambiare pseudonimo per alcuni dischi: “Southern Winter” (2010) e “Blackout Era” (2013, nel quale spicca la bellissima e oscura “Blue Brunswick”) sono sotto il nome di Smouldering Porches. Un altro collage, “Swan Phase” (2011), questa volta pesantemente influenzato dalle collaborazioni con Will Cullen Hart (Nesey Gallons ha fatto parte dei Circulatory System per alcuni anni) e accompagnato, come le uscite giovanili, a dei racconti, è seguito da quello che forse è il suo album più interessante subito sotto il picco raggiunto nel 2009: “When I was an Ice Skater” (2012), aggiunge alle belle melodie di “Eyes & Eyes & Eyes Ago” grande complessità e maturità nella scrittura, negli arrangiamenti e nella struttura nel disco stesso. Infatti i brani folk e pop, arricchiti da cori evocativi e dalla partecipazione di un gran numero di musicisti dell’Elephant 6 Collective, si alternano a registrazioni d’ambiente che accentuano l’effetto-viaggio nel tempo e nell’infanzia. Un lavoro coerente, ragionato e profondo. Riguardo al particolare carattere nostalgico della sua musica e del suo disco del 2012, Nesey ha detto: “Dipende dal progetto. Quando cominciai a lavorare su “When I was an Ice Skater” ero scoraggiato da quanto sentimentalmente vuote suonassero le registazioni. […] Le tracce erano tecnicamente superbe, e molto ben suonate, ma le odiavo. Ho cancellato i nastri e ho ricominciato. A un certo punto ho iniziato a usare un metodo molto rozzo simile alla roba che facevo da adolescente. Più indisciplinato e caotico, confuso ma colorito. E ho cominciato ad avere risultati di cui ero soddisfatto. È nostalgico della vita. Quasi tutto l’album è registrato da una prospettiva di morte, guardando indietro alla vita”(*).



 

di Gianlorenzo Nardi

(*) Fonte: questa intervista di Ray Baltimore

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