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L’architetto e il selvaggio

Alcune parole si sedimentano, persa la complessa sottostruttura che le accompagnava, in quella parte del cervello che riserviamo alla conservazione delle idee che ci hanno affascinato ma per cui non siamo stati in grado di trovare un impiego immediato. Così, studiando i rapporti tra l’architettura israeliana degli anni ’60 e quella tradizionale palestinese, queste parole si rincorrevano tra di loro senza che me ne fosse chiaro il motivo: il buon selvaggio. Basta poco per riattivare queste idee lasciate in giacenza e trovare connessioni nuove o andate perdute.
Il mito del buon selvaggio si sviluppa nella prima metà del settecento in Europa, in particolare nell’ambito del Romanticismo, e vede l’uomo come un animale dalla natura essenzialmente buona, corrotto solo dallo sviluppo della società e dal progresso.
Certo, ora ricordavo, ma ancora non ero sicuro del perché il mio cervello avesse richiamato questo concetto in relazione a quanto sopra. Così ho indagato questa connessione concentrandomi sui due eventi del XX secolo che più hanno influenzato il rapporto tra tradizione e modernità: la mostra intitolata “Architettura rurale”, curata da G. Pagano e G. Daniel e presentata alla VI Triennale di Milano del 1936, e la mostra “Architecture without Architects”, curata da B. Rudofsky e presentata al MOMA nel 1964. Con 28 anni, un continente ed una Grande Guerra tra i due episodi, i punti di vista dei curatori presentano certamente differenze significative, ampiamente discusse in letteratura. Ciò che più interessa in questa sede è l’analisi delle reazioni che il mondo architettonico ebbe a queste due mostre, liberata dal giudizio di valore sul lavoro dei curatori.

Nonostante già nel 1932 Philip Johnson avesse “ufficializzato” l’International Style con l’esibizione internazione dell’architettura moderna al MOMA, il movimento moderno costituiva un processo in continuo sviluppo che, specialmente in Europa, trasse dalla mostra del ’36 l’occasione di revisione dei proprio principi talvolta macchinosi e macchinistici, spesso vanitosi, e lo slancio per una più approfondita ricerca della continuità tra le tradizioni regionali e la modernità, agevolato dal fatto che la maggioranza degli scatti presenti nel catalogo ritrae edifici isolati.  Il testo di Pagano è privo del sentimentalismo che aveva caratterizzato gli scritti di Ruskin, puntava piuttosto alla comprensione dei principi dell’abitare e del costruire secondo necessità, rifiutava di essere considerato come un catalogo di tipi edilizi o di exempla da imitare, scoraggiava il ricorso alla retorica del folclore.

Negli anni ’60 la parola tradizione aveva assunto un carattere ben diverso: nel 1939 la Grande Depressione sembrava lontana, molti paesi rifiorivano dal punto di vista economico. Le contraddizioni del sistema produttivo e di quello insediativo iniziano a farsi sentire e a generare problemi sociali. In America si discuteva della guerra del Vietnam, dei diritti civili, delle politiche economiche di Nixon. In un simile contesto Architecture without architect non può che avere un carattere fortemente differente dal catalogo di Pagano. Gli edifici rappresentati non sono quasi mai isolati, ma sempre aggregati, le contraddizioni dell’oggi svelate attraverso il ritratto di una tradizione profonda. L’opera di Rudofsky è certamente uno dei fondamentali libri di formazione di generazioni di architetti fino ad anni recenti, ma le reazioni ad esso sono state molto diverse da quelle alla mostra del ’36. Forse complice la diffusione di gran lunga maggiore, Architecture without architect è diventato un cult di cui molti hanno mal interpretato in significato: l’architettura spontanea è diventata spesso, proprio come nel mito del buon selvaggio, l’arte pura, priva della corruzione ideologica dell’architetto, la condizione naturale del costruire. Alcuni lettori, i meno forniti di strumenti, o forse solo più spregiudicati, hanno fatto dell’opera di Rudofsky un campionario di forme destoricizzate e pronte all’uso. Questo è accaduto in parte per la mancata comprensione delle necessità delle architetture rappresentate e della struttura sociale che ad esse sottostava. La proliferazione negli anni ’70 di libri che ritraggono queste architetture e di edifici che le imitano ha portato a una disconoscenza dell’argomento trattato nel catalogo ed ad una sua miticizzazione: quella retorica del folklore che Pagano condannava ha, in alcuni casi, preso il sopravvento.
Se il reale messaggio del viaggio alla ricerca dell’origine di Rudofsky – al tempo stesso denuncia, mito e nuovo inizio – non è arrivato chiaramente tutti, una cosa può ancora insegnarla: il selvaggio non è né buono né cattivo, agisce secondo necessità reali con i mezzi che gli sono propri.
Ciò che invidiamo al selvaggio non è la bontà ma la verità.
Matteo Baldissara

About Matteo Baldissara

Matteo Baldissara
Sono un giovane architetto, laureato presso l'Università degli studi di Roma - Sapienza nel Luglio del 2014. Attualmente frequento, presso lo stesso ateneo, il XXX ciclo del dottorato in composizione Teoria e Progetto. Dal 2014 collaboro con lo studio di progettazione WAR (Warehouse of Architecture and Research). Appassionato di letteratura ed arte, strizzo l'occhio al mondo della tecnologia, dalla programmazione alla grafica, e a quello del marketing.

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