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Eliminativismo. Che cos’è?

 
Oggi sono pochi gli scienziati e i pensatori, per non dire la maggior parte delle persone mediamente istruite, che sostengono il dualismo fra corpo e anima nell’accezione cartesiana della parola. La natura profonda della nostra mente e della nostra coscienza è fondamentalmente materiale, descrivibile in termini di rapporti chimici, fisici e biologici. Non c’è niente, dal punto di vista ontologico (l’ontologia è quella parte della filosofia che ci dice cosa c’è o non c’è nel mondo), all’infuori di neuroni e connessioni sinaptiche. Il cosiddetto monismo materiale per qualsiasi filosofo, oggi, non è un punto di arrivo, bensì di partenza. 
 
Il filosofo contemporaneo, prendendo atto della natura materiale della mente, deve spiegare che cosa sia la coscienza, come si rapportino gli stati mentali rispetto al cervello e in che modo quest’ultimo porti la propria attenzione verso il reale e gli oggetti esterni (la problematica dell’intenzionalità). 
 
Nel corso degli anni sono fioccate svariate spiegazioni e relative etichette: dalla teoria dell’identità fino al funzionalismo. Una delle più importanti oggi è l’eliminativismo. È un approccio riduzionista al problema mente-corpo, il quale tende a eliminare totalmente il concetto di mente e gli stati ad essa collegati. In altri termini: la mente non esiste. Non esistono neppure i suoi contenuti, quali desideri, constatazioni o credenze del tipo di “Che buono questo gelato!”, “Ahiii!!!” oppure “Spero di sentirmi meglio domani”.
 
Secondo l’eliminativismo il linguaggio adoperato dalla psicologia contemporanea è erroneo. Il senso comune e i contenuti mentali, definiti come folk psychology, sono lasciti di una teoria antiquata ed imprecisa nello spiegare il funzionamento cerebrale. Gli eliminativisti, come Peter Churchland, sperano che un giorno tanto il linguaggio della psicologia quanto quello comune vengano sostituiti da descrizioni ed espressioni rigorosamente scientifiche. Un po’ come quello che accadde, nei secoli scorsi, all’etere e al flogisto, accantonati in favore di una descrizione più rigorosa delle dinamiche fisiche.
 
Questa pretesa nasce da un semplice fatto. Poniamo il caso che la mente sia organizzata in tal modo:

 

  • Gli stati mentali e gli stati fisici del cervello sono distinti
  • Gli stati mentali provocano gli stati fisici
  • Solo gli stati fisici hanno poteri causali 

 

 

Notiamo subito che solo il punto (3) si focalizzi su entità, gli stati fisici, capaci di porre in essere relazioni causali con il nostro corpo. Gli stati fisici — tra l’altro empiricamente verificabili — non hanno bisogno di spiegazioni diverse da quelle offerte dalla neurofisiologia per essere giustificati. Non nasce allora il dubbio che gli stati mentali siano uno pseudo-problema filosofico (come direbbe Wittgenstein)? Che, in effetti, non esistano? Che siano un presupposto sbagliato ereditato dall’esperienza quotidiana?
 
Per quanto sia convincente la teoria eliminativista, io umile studente non concordo affatto con essa. Questo per tre motivi: primo, non viene tenuto in conto il ruolo e l’efficacia vitale che la psicologia comune ha rivestito nel corso della nostra sopravvivenza. È grazie ad essa che abbiamo potuto evitare i predatori e prevedere le azioni dei nostri simili, coordinandoci di conseguenza. In qualche modo le sue predizioni sono corrette. Secondo, è difficile essere convinti che i nostri stati mentali e le nostre esperienze soggettive, in gergo tecnico qualia, non esistano e non siano genuine. Provate a dire ad un vecchietto appena scivolato sul marciapiede che il suo dolore non esiste! Terzo, un vizio di metodo: com’è possibile trattare qualcosa di soggettivo e non-riduttivo in termini riduzionistici? Il fatto che non siano descrivibili pienamente dalle scienze non vuol dire che non siano oggettivamente descrivibili in assoluto, o che non occorrano congiuntamente a stati neurali.
 
Chiamatemi pure anti-scientista, ma la spiegazione più facile ed economica può nascondere gli ostacoli, piuttosto che superarli. D’altro canto, per la filosofia tenere di conto i risultati scientifici non vuol dire dissolvere le nostre teorie in quest’ultimi.
 
 
Alessio Persichetti – PoliNietzsche

About Alessio Persichetti

Alessio Persichetti
Game Master a tempo perso, oltre ad essere un bibliofilo compulsivo. Nel tempo libero, fin da ragazzino, si appassiona al gioco intelligente (giochi di carte, giochi di ruolo e da tavolo) e ai fumetti, senza però disdegnare i videogiochi.

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