Home / Filosofia / L’arte di dimenticare

L’arte di dimenticare

Il paradosso della memoria è uno dei più sorprendenti degli ultimi decenni: la difficoltà nel ricordare cresce parallelamente al bisogno di dimenticare, e così viceversa.

Freud si troverebbe in difficoltà di fronte a questa diramazione esponenziale e multidirezionale. Le strade di Freud erano due: il ricordo, ovvero l’assenza di traumi accumulati nell’inconscio, e la dimenticanza, ovvero la rimozione di ricordi dolorosi, per tutelarsi dall’ansia e dalla sofferenza legata ad essi; la memoria si trovava al bivio tra due sensi unici, e quello della dimenticanza appariva come una scappatoia superficialmente funzionante verso un’isola lontana dalla memoria del passato, che tuttavia avrebbe pagato i conti con il rimosso attraverso i condizionamenti adottati dall’inconscio nelle esperienze future.

Compito dell’analisi freudiana è tutt’oggi proprio questo: tirar fuori i traumi, reimparare a ricordare ciò che abbiamo dimenticato, per poterlo dimenticare davvero.

Infatti il paradosso è che più dimentichiamo meno in realtà abbiamo effettivamente dimenticato, perché ci obblighiamo a farlo: un trauma viene aggressivamente scacciato, “censurato” dai ricordi, ma rimane lì nascosto nella parte buia (l’inconscio), come una sbornia non metabolizzata.

Oggi, nel 2013, siamo predisposti a dimenticare gran parte dei dati, dei sentimenti positivi e negativi della quotidianità, ad assimilare e cancellare milioni di informazioni, che spesso si trascinano via anche ciò che sarebbe “utile” ricordare; così documentano ripetutamente riviste scientifiche e cognitivisti.

La nostra memoria breve (MBT-Short Memory) è sempre più allenata, a discapito della Long Term Memory, ma è ufficialmente altrettanto in “declino”: è questo il paradosso della memoria.

Come ha imparato a iper-ricordare deve in qualche modo “espellere” il surplus, con lo stesso procedimento INPUT-OUTPUT dei sistemi operativi dei computer. Proprio a causa della stessa iper-tecnologia, la quale dissemina e moltiplica ricordi e informazioni in un iper-spazio e in un iper-tempo senza confini e troppo indipendente per aver ancora bisogno ancora della nostra mente vigile.

Questo è un bene e un male: se da un lato il rischio è quello di superficializzare la memoria, dall’altro il processo si propone come una nuova forma di dimenticanza, completamente indipendente da quella “traumatica” della rimozione freudiana.

Una dimenticanza da un lato più vicina al presente, e quindi in un certo modo più sana -quella del detto “beato colui che dimentica”-, che tuttavia,  malgrado la beatitudine, è naufraga in un mare freudiano di relitti dimenticati, di cui ne avverte solo la presenza.

Colui che è predisposto a dimenticare il passato, sente comunque i residui di esso, che galleggiano senza forma come spettri nella coscienza. Paradossalmente colui che ha imparato a dimenticare sente la nostalgia del ricordare.

Così come ci insegna “Eternal sunshine of a spottless mind”, nonostante i tentativi di rimuovere i ricordi dalla coscienza, il mondo dell’inconscio non è manipolabile, e continua a riconoscere i suoi territori, malgrado la coscienza li abbia persi.

Come un’astronauta che dall’oblò di una navicella spaziale cercasse invano di intravedere il suo passato sulla terra, alla ricerca del suo vissuto avvertito ma non dimenticato.

Colui che vive nel non-ricordo è altrettanto impotente di colui che vive nel non-dimentico.

Tuttavia è interessante vedere come le strade si siano moltiplicate: la capacità di dimenticare, non solamente traumi ma informazioni, immagini, dati ingombranti ed inutili è un procedimento che si sta innescando naturalmente passando attraverso la globalizzazione, una sorta di movimento di scrematura che porterà a dover svolgere sempre più una selezione individuale dei dati più o meno necessari- un lavoro che per le sculture si dice di “limatura”.

Come reagirebbe Freud alle attuali teorie sulla memoria post-cognitiviste, al “visuo-spatial sketchpad” o taccuino visuo-spaziale, sotto-insieme della Working-Memory, sottospecie dellla Short-Memory ecc…?

Il risultato non risultante di questo paradosso è che stiamo imparando a prendere coscienza che l’unico modo per vivere il presente è accettando di dover lasciare al passato ciò che è in eccesso, come ci hanno tramandato per millenni tutte le religioni orientali.

 

Costanza Fino – PoliNietzsche

 

About Costanza Fino

Costanza Fino
Vive su una nuvola di zucchero filato roteando su una bicicletta fatta di bambù. Laureata in filosofia politica, specializzata sull’India e sulle sue minoranze sociali, pensa a viaggiare, ascoltare, disegnare, fotografare, suonare e pedalare.

Check Also

Tibet di Costanza Fino

Tibet. Che cosa resta?

Se in molti casi la storia dell’Imperialismo dovette scendere a compromessi con la reazione dei popoli colonizzati, come nel caso del sub continente Indiano, il quale attraverso la protesta politica ha ottenuto l’Indipendenza nel 1947 ed una graduale acquisizione dei diritti democratici, nel caso del Tibet invece la reazione e la protesta popolare non sono bastate a tutelare la propria identità.