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I finally broke into the prison

Qualche giorno fa hanno fatto il giro delle agenzie alcune dichiarazioni di Pupi Avati con cui il cineasta definiva il documentario Sacro GRA, fresco vincitore del Leone d’Oro all’ultima mostra di Venezia, “antitesi dell’arte”. Il regista Gianfranco Rosi è stato liquidato come “uno che non ha mai diretto degli attori” e la sua vittoria sarebbe, secondo il regista emiliano, sintomo evidente della decadenza del cinema italiano. Non ho visto il film in questione ma le parole di Avati gridano dolorosamente vendetta e non posso proprio esimermi dal commentare tali e tante enormità.
Tralasciamo per un attimo la, boh, infantile? Ignorante? Non so come definire nel 2013 la convinzione che un documentario non sia cinema, o sia cinema di serie B, per cui lasciamo perdere da subito. Non perchè non sia una polemica deprimente e degna di un quattordicenne con la maglietta dei Guns ‘N Roses intento a flammare in caps lock il suo collega rappettaro, ma perchè le frasi circostanti sono ancora più sbalorditive e inaccettabili.
Avati è uno dei baroni del cinema italiano contemporaneo, uno dei grandi vecchi che lavorano sempre e comunque e che di fatto dettano legge riguardo i gusti del pubblico di una certa fascia; una fascia che non sarà necessariamente la più proficua dal punto di vista degli incassi ma che è la fascia delle persone che prendono le decisioni, e considerando anche che nessun prodotto italiano può lontanamente sognarsi di contendere ai blockbuster americani le attenzioni di teenagers e dintorni, si può facilmente vedere come Avati rientri a pieno titolo in una non nutritissima ma alquanto influente elite di registi nostrani.
Non voglio dare assolutamente nessuna connotazione complottistica a questo aggettivo (“influente”) e non penso affatto che ci sia qualche strano schema di potere dietro queste dinamiche, ma sta di fatto che risulta a dir poco paradossale che a lamentarsi di che direzione sta prendendo il cinema italiano sia una delle figure, nel campo, più ingombranti degli ultimi dieci anni.
La realtà che parole come quelle di Avati celano è che il problema del cinema italiano non è per nulla una qualche direzione recentemente imboccata, ma la totale incapacità di lasciare i binari -morti- su cui è incanalato da almeno vent’anni. Questa realtà dipende in primis dall’oligarchia di registi di mezza età, non necessariamente anagrafica ma sicuramente artistica, che imperversano nelle sale dettando il gusto e la concezione di cosa sia ritenuto un prodotto di qualità, e che ahinoi, spesso non contenti, sputano sentenze a destra e a manca su lavori spesso senza pretese, e quasi sempre più validi dei loro.
A maleducare il pubblico italiano e a tagliare le gambe alla produzione nostrana non sono i marines spaziali o le sbronze a Las Vegas (e men che meno i documentari di qualsiasi foggia o stile), bensì la moglie morta, la crisi dei trent’anni, la figlia ritardata e l’adolescenza sensibile. Finchè non ce ne si renderà conto le cose non cambieranno mai.

About Lorenzo Peri

Lorenzo Peri
Studio informatica e sono un vorace -bulimico direbbero alcuni, e avrebbero ragione- consumatore di cultura pop in forme varie ed eventuali. Tutto mi interessa e niente mi conquista, non so proprio cosa farò da grande.

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