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Capolavori: Tim Buckley-Starsailor


Certe volte mi chiedo se perdo tempo. Certe volte mi domando se in effetti è veramente troppo pensare che la musica leggera – pop, jazz, rock, blues e derivati- sia una forma d’arte, come credo io (e qualche altra persona). Certe volte penso che magari sono semplicemente un elemento qualsiasi della società di consumo, nella quale qualcuno ha deciso che la musica che in altri tempi sarebbe stata etichettata dall’élite come “di consumo” (qualcuno ancora lo fa) sia ARTE, giusto per far sentire una massa di borghesi involuti un po’ meno miserabili e ignoranti.

Però, il mio decadentismo da supermarket passa presto, e altrettanto rapidamente torna il mio malcelato astio nei confronti di professori, maestri di musica, topi da conservatorio e gentaglia assortita. Ricordandomi tra tutti di The Velvet Underground & Nico, forse il primo disco ‘rock’ che sia riuscito a oltrepassare completamente i canoni di commercialità che fino a quel momento dominavano le logiche del nostro amato rock n’ roll (senza nulla togliere a album splendidi che amo ma che oggettivamente mantengono un approccio frivolo e d’intrattenimento). Ma di questo abbiamo già parlato.

 

Oggi vorrei parlare di un disco che nell’ultimo mese è in heavy-rotaion nelle mie orecchie, Starsailor  di Tim Buckley. Buckley è probabilmente uno dei più grandi autori di musica del Novecento, e senz’altro il miglior cantante della storia della musica “leggera”, posto che si possa chiamare “leggera” la musica di un signore in grado di spostarsi attraverso folk, jazz, psichedelia, con un canto di una bellezza inaudita tra melismi, recitativi e deliri improvvisati.



Starsailor è semplicemente una delle più grandi prove artistiche dello scorso secolo, una fantastica espressione di un essere umano talentuoso, geniale, influenzato da ciò che gli sta intorno ma isolato, introverso, esterno alle grandi correnti americane di quegli anni. Un artista cazzo, un artista vero.
Nel 1970 Buckely aveva già dato alle stampe Lorca, il suo capolavoro minimale, un disco che renderebbe rilevante la carriera di un qualsiasi artista anche dopo anni di immondizia. Non contento, a distanza di un mese, fa uscire anche Starsailor, album che cambia ancora le carte in tavola con un Buckley che ritrova Larry Beckett, autore dei testi dei suoi primi album, e una band con molti più elementi. Il disco, registrato in una decina di giorni nel Settembre del 1970, è un perfetto connubio fra free-jazz, psichedelia e esperimenti vocali, in cui si può respirare chiaramente l’aspetto improvvisato nell’esecuzione dei musicisti, che dona all’album una naturalezza e una sensualità inaudita – aspetto ormai sempre più inusuale alle nostre orecchie (mal)educate dal formalismo pop-rock.

La carica erotica dell’album viene completamente messa in discussione dal canto impeccabile ma tutt’altro che formale di Tim Buckley, per l’occasione  ‘navigatore delle stelle’, che si perde in vocalismi arditissimi che difficilmente hanno precedenti  nella storia della musica del dopoguerra. Buckley non fu capito dai suoi contemporanei  e da molti ancora non lo è. Da quest’album in poi, incassato l’ennesimo fallimento discografico, l’artista non riuscirà più a ripetere queste altezze compositive. L’incomprensione che lo circonda (in anni in cui, apparentemente, altre esperienze ardite vengono premiate) e l’abuso di droga lo porteranno alla morte nel 1975. Lasciò al mondo un figlio di nome Jeff al quale non donò né affetto né amore, ma una piccola goccia del suo immenso talento.




Luigi Costanzo-PoliRitmi

About Luigi Costanzo

Luigi Costanzo
Laureato in Lettere per hobby e per errore, fondatore di Polinice, collaboratore per Nerds Attack!, batterista di Departure ave. e The Wisdoom. Scrivo di musica, suono la musica, parlo di musica. Il resto del tempo mi annoio molto.

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