Home / Internazionale / Le “dimenticanze” della versione ufficiale sulla crisi siriana

Le “dimenticanze” della versione ufficiale sulla crisi siriana

Da quando sono iniziate le proteste in Siria, sfociate poi nel conflitto che tutti noi conosciamo, tante cose sono successe. Per quasi due anni la versione più ricorrente sui nostri principali organi d’informazione è stata: il presidente siriano fa bombardare i civili pur di vincere la guerra contro i ribelli, gli unici difensori del popolo siriano e delle sue battaglie per la democrazia (è ovviamente una banalizzazione, sebbene non del tutto lontana dalla realtà). Nel nostro paese per mesi e mesi si è voluto continuare a sostenere la tesi della guerra tra il “cattivo”, il presidente siriano, e i “buoni”, i ribelli, dando in pasto ai lettori dei principali quotidiani una visione semplificata e distorta di ciò che stava avvenendo e ignorando ogni ricostruzione difforme (non importa, se fosse dettagliata) che potesse mettere in discussione la “versione ufficiale”. Patrick Boylan su Confronti aveva già scritto che in Siria sin dall’inizio non operava una sola opposizione e la rivolta non si poteva definire come del tutto spontanea. Il Washington Post, citando alcuni cable di Wikileaks, aveva riportato già nell’aprile del 2011 come il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti avesse segretamente finanziato i gruppi di opposizione siriana e come nel 2009 avesse aperto un canale satellitare anti-regime chiamato Barada TV. In Italia molte delle informazioni sulla Siria non sono, per così dire, arrivate. Solamente dopo il rapimento (per fortuna conclusosi con la liberazione) dell’inviato de La Stampa, Domenico Quirico, il rapimento di Padre Paolo Dall’Oglio e l’uccisione di Giuliano Delnevo, il 25enne di Genova morto in Siria nel giugno scorso mentre combatteva tra i ribelli, anche i quotidiani italiani non hanno più potuto far finta di niente e hanno cominciato a scrivere, ad esempio, che tra i cosiddetti “ribelli” vi erano forze e gruppi jihadisti composti da combattenti stranieri, in alcuni casi da europei e italiani (ovviamente non si vuole sostenere la tesi che tutti gli oppositori di Assad sono jihadisti stranieri). Tutte cose già note sin dall’inizio del conflitto per i pochi che avevano gli strumenti conoscitivi per saperlo ma che sino all’ultimo si è voluto negare alla maggior parte dei lettori. Così come si sono voluti ignorare i numerosissimi video caricati su Youtube con barbariche esecuzioni di molti dei gruppi estremisti islamici che hanno preso piede in Siria. Che cos’altro non ci è stato detto?

I NUMERI – Nei “bollettini di guerra” trasmessi da gran parte della stampa nazionale e internazionale viene solitamente citato l’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani, che ente non è, se con questa definizione ci si riferisce ad “un organismo o istituto che ha determinati interessi e scopi generalmente superiori ai singoli individui o gruppi”. È importante sottolineare, inoltre, che tale osservatorio non ha base in Siria. Infatti, come riporta il New York Times, questo “istituto” si compone di un uomo solo, un siriano che vive in Inghilterra, a Coventry. Il suo vero nome è Osama Suleiman, anche se è conosciuto col nome di Rami Abdul Rahman, uno pseudonimo che utilizza da quando ha cominciato a mobilitarsi per opporsi al regime. Dalla sua casa di Coventry, con un computer, una connessione internet e due cellulari, Abdul Rahman coordina quattro persone in Siria che raccolgono le informazioni da oltre 230 attivisti sul terreno in tutto il paese. Possiede due negozi di vestiti e riceve sussidi dall’Unione Europea e da un paese europeo che preferisce non rivelare. Nessuno dei nostri principali quotidiani ha speso mai neanche una riga su come si compone questo osservatorio. Non che sia illegale o fuori legge affidarsi a quest’osservatorio, ma prendere dati da quest’uomo senza informare i lettori che riceve sussidi dall’Unione Europea (e da un altro paese, non meglio precisato) e che non si tratta di un’organizzazione presente in territorio siriano non è deontologicamente corretto.

LA STRAGE DI HULA – Il 25 maggio 2012 arriva la notizia di un bombardamento che avrebbe provocato la morte di più di 110 civili. Riprendendo l’articolo di repubblica.it, si capisce come il colpevole è subito stato individuato:

Almeno 110 civili sono stati uccisi ieri a Hula, nella provincia siriana di Homs, dalle forze fedeli al presidente Bashar al-Assad. La conferma che si sia trattato di un attacco dell’esercito è arrivata dal capo degli osservatori dell’Onu, il generale Robert Mood, che ha condannato oggi come “una brutale tragedia” il massacro.

Per quasi tutti, quella strage è rimasta uno dei crimini contro l’umanità commessi dal presidente siriano Bashar Al-Asad. Dopo pochi giorni però un’inchiesta portata avanti da Rainer Hermann, inviato del Frankfurter Allgemeine Zeitung (non proprio un giornale al soldo di Assad), ribalta la versione: i responsabili del massacro non sarebbero i soldati lealisti, ma forze sunnite vicino all’Esercito Libero Siriano (una traduzione parziale dal tedesco all’inglese dell’articolo si trova qui). Questa inchiesta sarà subito oggetto di ampie critiche, al quale lo stesso Hermann risponde dettagliatamente con un altro articolo (tradotto in italiano su Pressenza). Questa inchiesta verrà perlopiù ignorata dai principali quotidiani italiani con l’unica eccezione de Il Foglio, che ne dà conto sul proprio sito. La BBC addirittura commette un errore macroscopico: pubblica sul suo sito una foto risalente al 2003 in Iraq scattata dal fotografo italiano Marco di Lauro (la foto verrà in seguito rimossa) che verrà subito ripresa dai siti di molti quotidiani internazionali.

IL MINISTRO TERZI – Se tante pagine di giornali sono state riempite da critiche e analisi sul comportamento del nostro ex ministro degli esteri a proposito della vicenda dei due Marò in India, non altrettanto si può dire sulla vicenda della delegazione siriana composta dai parlamentari Maria Saadeh, Waeel Al Ghabra e Sameer Al Khateeb. I fatti: a settembre 2012 la federazione Assadakah – Centro Italo Arabo del Mediterraneo invita in Italia i 3 parlamentari siriani con una lettera ufficiale presentata all’ufficio visti dell’ambasciata italiana. I visti, in un primo tempo concessi, vengono poi improvvisamente e inspiegabilmente negati per diretto intervento dell’allora Ministro degli Esteri. Assadakah spiega:“La Delegazione, invitata dal Centro Italo Arabo, avrebbe dovuto partecipare ad incontri istituzionali con i membri della Commissione Affari Esteri al Senato e con il Presidente della Commissione On. Lamberto Dini, avrebbe inoltre dovuto incontrare i rappresentanti della Commissione Affari Costituzionali e Presidenza del Consiglio ed Interni. […]Era inoltre previsto l’incontro con la Comunità di Sant’Egidio. La Deputata Cristiana Maria Saadeh aveva chiesto espressamente che fosse organizzato un importante incontro con le Comunità Cristiane.” Gli onorevoli Alfredo Mantica (PDL) e Antonello Cabras (PD) il 9 ottobre 2012 presentano un’interrogazione al ministro Terzi. Non giungerà alcuna risposta e dai principali quotidiani di informazione la vicenda verrà completamente ignorata. Assadakah allora si rivolge con una lettera anche a Giorgio Napolitano, ma anche il Presidente della Repubblica preferirà non rispondere.

LE ARMI CHIMICHE E I RAPPORTI – Il 21 agosto giunge la notizia di un attacco chimico sferrato contro gli abitanti di Ghouta. La maggior parte dell’opinione pubblica mondiale accusa Assad, mentre viene “trascurata” una notizia pubblicata su Mint Press News: secondo questa ricostruzione ad usare il gas nervino sarebbero stati ribelli che perlopiù ignoravano di star maneggiando armi chimiche. Dietro di loro ci sarebbe la responsabilità dell’Arabia Saudita. Vengono in mente le parole pronunciate dal membro della commissione sulle violazioni dei diritti umani in Siria, Carla del Ponte, in merito all’attacco chimico ad Aleppo del 19 marzo (dichiarazioni in seguito oggetto di critiche). Del Ponte aveva dichiarato che erano stati raccolti elementi che dimostravano l’utilizzo di armi chimiche da parte dei ribelli.

I primi video che compaiono in rete sull’attacco chimico lasciano più di qualche dubbio. Alcuni di questi erano stati addirittura caricati su youtube il giorno prima dell’attacco, ma molte televisioni li trasmettono ugualmente senza chiedersi (almeno apparentemente) il perché di quella divergenza di date. L’ONU invia dei propri ispettori in Siria per verificare l’effettivo utilizzo di armi chimiche. Il rapporto, pubblicato il 16 settembre, preparato dagli ispettori conferma l’utilizzo di gas sarin anche se (ufficialmente) non il responsabile. Ciò che non viene detto del rapporto è (a pag. 10) che ad occuparsi della tutela degli ispettori è un leader dell’opposizione locale. Tale “custode” non si limita solo a fare in modo che agli ispettori non accada nulla, ma (come scritto nel rapporto) è stato utilizzato “per facilitare l’accesso ai casi/testimoni più critici da intervistare”. Il che non vuol dire che il rapporto sia finto o costruito, ma che forse sarebbe stato più opportuno contattare anche un rappresentante del governo, in modo da avere due diversi “punti di accesso” ai casi da intervistare (altri dubbi e critiche sul rapporto sono espressi in maniera più esauriente su sibialiria.org). Anche William Polk, ex alto consigliere agli affari esteri nell’Amministrazione Kennedy, sembra essere piuttosto scettico sulla colpevolezza di Assad ed evidenzia in un lungo articolo pubblicato su Atlantic Magazine quanto il rapporto sia perlomeno incompleto e poco approfondito.

Tutto qui? Niente affatto. Qualche giorno dopo esce un altro rapporto, questa volta dell’ISTEAMS, International Support Team for Mussalaha in Syria (Mussalaha in arabo vuol dire “riconciliazione” ndr) che mette in dubbio la veridicità di molti dei video e delle foto utilizzati per dimostrare l’impiego di armi chimiche a Ghouta. L’unico a parlarne in Italia (tra i principali quotidiani) è ancora una volta Il Foglio con un piccolissimo riferimento. Clamoroso (a pag.20 del rapporto) è il caso di una foto utilizzata dall’opposizione siriana che mostrerebbe le vittime causate dall’attacco chimico. La stessa identica foto era stata scattata due anni fa in Egitto. Inoltre il rapporto si chiede perché vengano ripresi nei video quasi solo dei bambini e perché nelle immagini che dovrebbero raffigurare i villaggi dei civili si vedano solo uomini, mentre le donne sembrano essere del tutto scomparse.

Se in Italia il rapporto viene quasi del tutto ignorato, nel resto del mondo fa molto rumore, al punto che cattura l’attenzione anche di alcuni “giganti” del mondo dell’informazione. La BBC gli dedica un articolo mettendo in primo piano la presidente dell’ISTEAMS, la suora libanese Madre Agnès de la Croix, superiora del Monastero di San Giacomo Mutilato a Raqqa che si trova a 60 chilometri da Homs. Nel servizio sulla Madre Superiora (molto discusso, al punto che lo stesso sito del canale inglese, come riporta a fondo pagina, dovrà modificare il titolo originale “Mother Agnes: Syria’s detective nun who denies gas attack”) viene interpellato Peter Bouckaert, direttore delle indagini di Human Rights Watch, che risponde punto per punto ai risultati del rapporto, smentendoli, e ricorda come la suora non sia un esperto in tecniche militari. Sentito a margine dell’incontro tenutosi all’università di Roma Tre “Siria, regime e opposizione oltre la confusione dei media”, Lorenzo Biondi, redattore esteri di europaquodiano.it e tra i relatori del dibattito, invece, è più cauto:«Il rapporto dell’ISTEAMS in alcuni punti mi convince. Certo, è molto difficile essere completamente sicuri di ciò che sta avvenendo in Siria e quindi bisogna sempre essere estremamente cauti su ciò che si legge. È credibile – come sostiene il documento – che alcuni dei video dei corpi dei bambini non siano autentici. Ma quanti di questi dettagli ci vogliono per ricostruire la storia nella sua interezza? È giusto analizzare ogni singolo video, ma da qui a trarre conclusioni “sicure al 100 per cento” il passo è lungo».

Madre Agnès è una figura molto controversa. È accusata, tra le altre cose, di essere al servizio del regime anche se, interpellata sull’argomento, lei stessa risponde: «Il regime di Bachar è un regime totalitario socialista e stalinista. Non è per amore del Regime ma per amore del popolo siriano e per la Chiesa che perderebbe di autorevolezza se si astenesse dall’affermare la verità dei fatti, occultata per considerazioni politiche. Credo che la società siriana non debba essere studiata attraverso il filtro di uno schema binario: Pro regime – Anti regime. L’assoluta maggioranza del popolo siriano non è politicizzata. Esiste un’immensa maggioranza silenziosa che rifiuta di essere strumentalizzata, di essere destabilizzata e di veder affondare lo Stato (che non va confuso col Regime).»

POSIZIONI DIFFERENTI – Sulla situazione in Siria dopo pochi mesi si sono sviluppate molte scuole di pensiero: da chi pensa che sia in atto un vero e proprio complotto ai danni della Siria a chi invece ricorda come sia davvero improponibile difendere il presidente siriano. Naman Tarcha, giornalista siriano di Aleppo e redattore del programma Babzine su Babel Tv, riconosce che la Siria non si poteva definire un paese democratico (seppur migliore in termini di diritti civili e politici rispetto a tanti altri paesi della zona) ma questo non giustifica ciò che sta avvenendo.

«In Siria vi erano tanti problemi e il sistema politico aveva tante falle, questo è innegabile. Il problema è che le tanto sbandierate proteste pacifiche erano non pacifiche sin dall’inizio e non per colpa di Assad. Basta farsi un giro su Youtube per trovare tanti video aggiustati, ad esempio finti manifestanti che si cospargono di sangue finto. Non esiste più un esercito siriano ma solo milizie fedeli ad Assad? Questo non è assolutamente vero: in Siria vi è il servizio di leva, l’esercito siriano esiste eccome, è composto da ragazzi siriani di tutte le confessioni religiose (a differenza dei ribelli, che non si sa da dove vengono) e funziona anche bene. La quantità di balle e invenzioni che sono state dette e scritte sulla Siria è enorme».

Questo vuol dire che Assad è una vittima e che non ha alcuna responsabilità? O che tutti gli oppositori del regime sono solamente composte delle squadracce di terroristi al soldo delle monarchie del Golfo? In occasione di un incontro tenutosi a Roma in luglio scorso, il segretario generale del Partito Comunista Siriano (che ora sostiene Assad), Ammar Bagdash, ammette: «Tra gli oppositori ce ne sono alcuni che hanno trascorso molti anni nelle carceri siriane e di cui abbiamo chiesto e ci siamo battuti per la loro liberazione. Questi oppositori ad Assad sono però contrari ad ogni ingerenza o intervento esterno. Alcuni vivono a Damasco e lavoriamo insieme per il dialogo nazionale. Anche Haytham Menaa del Coordinamento democratico condanna l’uso della violenza da parte dell’opposizione armata e le ingerenze esterne. Altri come Michel Kilo hanno una storia di sinistra ma l’hanno rinnegata e comunque non possono modificare la sostanza reazionaria della ribellione».

La già citata deputata cristiana Maria Saadeh invece pensa: «Una cosa è costruire un sistema democratico, altra è abbattere lo Stato. Lo Stato va difeso come principio assoluto, bisogna lavorare dall’interno per costruire regole democratiche, partecipazione e libertà. Non possiamo sprecare questa occasione. […] Il partito Baath per anni ha pervaso il tessuto sociale Siriano, si è sostituito allo Stato, ha creduto di poter fare le veci delle istituzioni, ha coltivato dentro di sé fenomeni di corruzione pesante, questo è tutto vero, ma per cambiare dobbiamo accettare la logica del pluripartitismo, proporre riforme interne, superare la supremazia del partito unico. Non possiamo accettare che questo accada con un intervento esterno, io difenderò fino alla fine il mio Paese, ed allo stesso tempo combatterò per ottenere le riforme».

La questione è quindi molto, molto complessa, senza considerare che in questi due anni le forze in campo si sono moltiplicate. Lorenzo Trombetta, collaboratore per l’ANSA da Beirut e autore di Siria. Dagli Ottomani agli Asad. E oltre. (Mondadori, 2013), in occasione della presentazione del suo libro al festival di Internazionale, avverte che è fuorviante dare notizie che riguardino solo ed esclusivamente l’attualità e che il parere politico che il lettore si fa è diverso se gli viene fatto conoscere tutto il contesto (affermazione del tutto condivisibile, al parer di chi scrive).

Quello che però si è verificato in Italia, sia in tv, che sulla carta stampata è stato l’esatto contrario. Vi è stata un’aprioristica ed entusiastica accoglienza delle “primavere arabe” (altra definizione sulla quale si potrebbe dibattere) accomunando paesi completamente diversi tra loro per storia e società: non si può parlare di Tunisia, Egitto, Libia e Siria in egual misura. Vi è stata inoltre una cattiva informazione su alcuni importanti avvenimenti (il pressoché totale silenzio sulla vicenda della negazione del visto alla delegazione siriana è piuttosto emblematico), ma anche un sostanziale disinteresse per molte questioni precedenti allo scoppio della crisi. Solo tre anni fa (sembra passata un’eternità) Giorgio Napolitano conferiva ad Assad l’onorificenza di Cavaliere di Gran Croce e non risparmiava elogi al ruolo della Siria per “la stabilizzazione del Medio Oriente”, senza provocare, a memoria, nessuna levata di scudi da chicchessia. E nel 2010 erano passati già 10 anni da quando Assad era al potere.

Con l’inizio della crisi la stampa italiana si è invece “ricordata” che la Siria non era una vera democrazia. Le innegabili colpe di Assad sono state giustificate per tacere moltissime notizie, commettendo inaccettabili errori di trasparenza e correttezza nei confronti dei lettori. Nel caso siriano non solo non si sono tenuti separati i fatti dalle opinioni (intento questo, abbastanza utopico, soprattutto nel giornalismo italiano) ma è avvenuto qualcosa di ben più grave: si sono nascosti o modificati alcuni fatti per difendere un’opinione. Anzi, una versione. Quella “ufficiale”.

Andrea Cartolano – AltriPoli

About Andrea Cartolano

Andrea Cartolano
Appassionato di politica interna, estera, storia e sport. Laureato in Lingue Moderne per la Comunicazione Internazionale presso l'Università degli Studi Roma Tre, si è dedicato allo studio della lingua e della cultura araba viaggiando in Libano, Siria e Marocco. Con il sogno un giorno di poter unire la passione per il mondo arabo a quella per la stampa.

Check Also

Isis + Islam = Disinformazione

Stampa italiana letteralmente scatenata sull'Isis. Una gara appassionante all'ultima bufala. I pregiudizi trionfano e dell'Islam si restituisce sempre un'immagine demoniaca. Con tanti saluti ad un'informazione corretta, obiettiva e trasparente...