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La teoria funzionalista della mente

Il materialismo, in filosofia della mente, non vuol dire immediatamente eliminare certi aspetti non fisici della nostra mente. Una delle formulazioni non riduttive più popolari oggi è il “funzionalismo”. Detto in parole povere, spiegare la nostra mente e il cervello in modo analogo all’hardware e al software di un computer. Se ci riflettiamo, la strutturazione fisica di un organo come può essere il cuore oppure il fegato è diversa dal compito che svolge: le parti dell’organismo sono definite da cosa fanno e non da come sono fatte. La sua funzione è differente e indipendente dalla conformazione materiale che lo realizza. Similmente, i programmi che utilizziamo sono distinti e diversi dal silicio e dalle schede dei computer che li eseguono. A questo punto la mente è descrivibile in termini di algoritmo e computazione, come una Macchina di Turing.

A. Turing

Essa prende il nome dal suo inventore, il matematico Alan Turing e rappresenta una raffigurazione astratta e teorica di un qualsiasi calcolatore (il pc sulla nostra scrivania per dire). Immaginiamo un nastro infinito composto da infinite caselle che possono contenere un qualunque simbolo. Questo nastro è letto a sua volta da una testina meccanica, che può eseguire tre tipi diversi di operazione.

  1. Leggi casella e vai a sinistra
  2. Leggi casella e vai a destra
  3. Leggi casella e sovrascrivi il simbolo

Questo sistema può risolvere qualsiasi problema che ammetta una soluzione in un numero finito di passi. Quindi, se diamo un elenco dettagliato dei passi da seguire, la macchina li compirà nell’ordine definito e risolverà il tutto. Uno qualsiasi dei nostri stati mentali (credenze, previsioni, ecc.) non è altro che uno dei passi di un qualsiasi algoritmo eseguibile dalla macchina, individuabile a partire da se stesso e dal rapporto con altri passi dell’algoritmo. Come vedete non ci importa in tal caso della configurazione biologica che li supporta, anche una fetta di formaggio potrebbe farne le veci se fosse possibile.

L. Wittgenstein

Il funzionalismo ci da una spiegazione soddisfacente, ma non è dopotutto un’immagine corretta della mente. Il primo problema è linguistico: la conseguenza implicita sta nel considerare il significato delle parole come chiuso nella nostra testa. Ciò è radicalmente sbagliato, dato che il linguaggio non è qualcosa di isolato in un cranio, bensì socialmente condiviso (come ci svelano le Ricerche Filosofiche di L. Wittgenstein). Il secondo è metafisico: il riferimento agli oggetti (e il nostro rivolgersi ad essi) passa dal mondo esterno e non è racchiuso nelle nostre teste sottoforma di algoritmo. Terzo, una macchina che lavora in modo computazionale ha un serio handicap: quest’ultima lavora con i simboli che gli diamo, non li capisce, li manovra soltanto. Possiamo dargli delle istruzioni per lavorare con la sintassi del nostro linguaggio, ma non arriverà mai a capire cosa sta manipolando, perché privo dell’intenzionalità che ci connette alla realtà esterna e ci permette di comprenderla.

Per tali motivi credo che abbiamo ancora molta strada da fare, in questo senso il funzionalismo non ci aiuta a rispondere alle nostre domande. Purtroppo, nonostante le fallacie che abbiamo rilevato, esso rimane un paradigma estremamente popolare fra gli scienziati, gli informatici e gli psicologi cognitivisti, che tutt’oggi si incaponiscono su una teoria che non può rendere ragione alla cosa meravigliosa che noi chiamiamo mente.

Bibliografia consigliata:
A. Paternoster, Introduzione alla filosofia della mente, Laterza, Bari 2002
N. Simonetti – R. Zanardi, Filosofia e scienze della mente, Armando Editore, Roma 2004

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Alessio Persichetti

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