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Urbs et Civitas



“La forma di una città è sempre la forma di un tempo della città” [1]

Aldo Rossi

Spesso si discute di come Roma sia diventata, nel corso degli anni, la sperimentazione di un grande museo all’aperto. Di un’operazione del genere se ne sono criticate le intenzioni elitarie e speculative, oltre alla indiscutibile insostenibilità sociale. Eppure bisognerebbe riconoscere come, nonostante tutto, la realtà sia sensibilmente lontana dalla teoria accademica. Un museo, di qualsiasi natura e tipologia esso sia, presuppone un intimo sentimento di rispetto nei confronti degli oggetti che custodisce, tale da legittimarne la propria esistenza, giustificandola e rendendola così necessaria.

A Roma tutto questo non è sempre successo, nonostante i vari tentativi incastonati nel suo tessuto urbano e che, però, non riescono ancora a creare un vero sistema di rilettura contemporanea del suo assetto urbanistico.

Piazza Augusto Imperatore ne è per molti aspetti uno degli episodi più significativi e sintetici. Tanto per iniziare, la piazza non è una piazza per come siamo soliti immaginare. Il volume cilindrico del mausoleo la occupa nella sua interezza e lo spazio rimanente è occupato in parte da parcheggi di fortuna e da un cantiere che, ormai da anni, restituisce un senso di disagio a chi prova ad attraversarlo. Anzi, non potendolo attraversare, lo si supera con lo sguardo, attraverso i cipressi che nascondono i grandi muri in mattoni coperti da una zona d’ombra abbastanza uniforme. 

Ci si guarda intorno, cercando di costruire con gli elementi circostanti un campionario di storia dell’architettura che abbraccia svariati secoli: da Pietro da Cortona a Richard Meyer, gli esempi abbondano. Tutti gli architetti che nel tempo ne hanno circondato il perimetro hanno costruito però architetture-spettatrici, affacciate sul problema che rimane ancora irrisolto. Ognuno di loro si è presentato con i propri obiettivi, ciascuno ha dato risposte personali alle difficoltà che i tempi storici  imponevano.

Ma non sono riusciti a riprendere il dialogo, evidentemente conflittuale, tra limite e contenuto. Il centro della piazza è rimasto sfuggente, sommerso da quella vegetazione prorompente che cancellandone la struttura ne restituisce una forma incerta, come di una rovina gigantesca difficile da comprendere. Sicuramente, per gli architetti del passato, il tema del rapporto con il contesto non è stato sempre fondamentale. Per la contemporaneità esso sintetizza il punto di scontro tra la memoria del luogo che vogliamo conservare ed il significato che l’attualità deve necessariamente dare al luogo stesso.

Le facciate che oggi circondano il mausoleo imperiale, sono allora il segno ancora vivo della disinvoltura con la quale sino a pochi decenni fa ci si occupava della costruzione del nuovo, ma esprimono anche la difficoltà concreta trovata nel dialogo tra una presenza così eminente e la necessità della ricerca del nuovo. Il monumento però è rimasto tale, la riverenza provata dai moderni ha tentato di risolvere il problema trasformando la sua sagoma in un evento urbano, isolandolo. La Storia che l’aveva voluto doveva essere rappresentata dalla  forma cristallizzata (e quindi mitica) di un’eredità da conservare.

Il difficile compito di riqualificazione spetta ora al gruppo diretto dall’architetto Francesco Cellini. La proposta di superare la dicotomica questione tra contestualizzazione e isolamento del mausoleo, ha portato all’ideazione di una grande cordonata che attraversa il lato meridionale della piazza e riconnette la gradinata del Museo dell’Ara Pacis con l’abside della chiesa di San Carlo. In questo modo, il baricentro della scena resta assegnato al grande cilindro, mentre il contorno viene ripulito e riadattato ai nuovi percorsi pedonali che ne permetteranno anche una migliore lettura. L’intervento proposto è quindi una sottrazione, non un’aggiunta. Non si creeranno nuovi volumi, ma si toglierà materiale dalla confusione di oggi, che è proprio ciò che rende impossibile una giusta fruizione di questa parte di centro storico.

Probabilmente il progetto finale sarà, ancora una volta, lontano dalle aspettative iniziali. Le sovrintendenze che dovranno esprimersi sono diverse tra loro e differente è il modo che ciascuna ha di intendere la progettazione del contemporaneo al fianco di un monumento. Ma l’idea resterà pressoché invariata: l’architettura storica è una presenza imprescindibile con la quale bisogna avere la capacità di confrontarsi. Il linguaggio da usare per creare una buona architettura è quello del rispetto per il luogo in cui si interviene e per ciò che rappresenta. Non è la soluzione dell’edificio-evento, della mostra celebrativa della propria personalità a discapito del vicino. Si tratta del dialogo paziente e rispettoso con la presenza storica, non solo con la forza del mausoleo di Augusto: il tentativo è infatti quello di unificare in un gesto conclusivo, uno scenario che appare incompleto e indefinito.

Perché se museo dev’essere, che almeno non sia un museo incentrato sulle opere di un solo artista. Perché rischierebbe di essere monotono. 
Alessio Agresta – PoliLinea 



[1] Aldo Rossi, L’Architettura della città. Clup, Milano 1978

About Alessio Agresta

Alessio Agresta
Architetto, convinto di aver scelto un mestiere capace di migliorare la vita di molti, ma anche in grado di far grossi danni. Scrivo su Polilinea dal 2012 anche per provare a schiarirmi le idee.

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