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Femminicidio, tra false emergenze e numeri gonfiati: cronaca di una legge discriminatoria

Nel trattare di questo delicatissimo tema occorre fare una premessa che costituisce un elemento fondante del ragionamento: gli omicidi sono un atto incivile e gli omicidi di donne, come qualsiasi tipo di violenza sul genere femminile sono un atto vile, da stigmatizzare e respingere con tutte le forze.

Secondo il sentire comune,  commettere un crimine nei confronti di un soggetto che si trova in una posizione di debolezza è un atto meritevole di biasimo, e il legislatore del 1930 ha previsto una circostanza aggravante all’art. 61, n. 5, c.p., che prevede un aumento di un terzo della pena per chi abbia profittato di circostanze atte ad ostacolare la difesa del soggetto passivo del reato. Il tutto a prescindere dal sesso della vittima, che rappresenta un elemento quantomeno non discriminante ai fini della riprovevolezza del fatto.Questa norma, oltre a contenere un’enunciazione di principio importante, fa suonare un campanello d’allarme: l’omicidio di una donna era effettivamente privo di adeguata tutela? L’intervento normativo è effettivamente finalizzato a riempire un vuoto normativo o è solo la risposta  ad un’esigenza sociale o, peggio, ad una presunta esigenza sociale?

“Femminicidio” è un neologismo coniato dai media per indicare gli omicidi (non una qualsivoglia lesione) in danno di individui di sesso femminile , quasi a creare un genere che si separa dalla specie omicidi. Inoltre, se si avvertisse l’esigenza di tipizzare ogni singola figura che può essere debole dovremmo prevedere delle singole fattispecie per l’omicidio di minori, di portatori di handicap, di persone che si trovano in una posizione di disagio mentale ecc. ecc… É facile intuire che termini di questo genere non fanno altro che creare delle distinzioni che non hanno ragion d’essere, essendo più opportuno parlare di individui “deboli”, o connotati da minorata difesa, come ha fatto il legislatore del 1930, in maniera molto più neutra.

Analizzando i dati ISTAT sugli omicidi di donne, inoltre, osserviamo come l’emergenza in esame è ampiamente sconfessata. Nel decennio 1992-2012, grazie alla lotta alla criminalità organizzata, gli omicidi sono passati da 1275 a 466 con una diminuzione pari al 74%. Il trend negativo è riscontrabile anche per quanto riguarda le donne uccise: si passa dai 186 casi del 1992, ai 131 del 2010. Il fatto che i “femminicidi” siano calati meno degli omicidi è sì vero, ma facilmente spiegabile alla luce del calo dei delitti connessi all’attività della criminalità organizzata, riguardanti principalmente individui di sesso maschile. In un’intervista del maggio 2013 al TG3, l’ex Ministro Idem ha affermato che nel 2012 ci sarebbero stati 127 “femminicidi” e 25 nel primo quadrimestre del 2013, dati che, secondo il Ministro, paleserebbero un’emergenza tale da richiedere una “task-force” sul  tema in esame. Questa conclusione è smentita proprio dai dati citati nell’intervista, dal momento che, per fortuna, 25 omicidi di donne in un quadrimestre sono, in media, 75 l’anno, dati che evidenzierebbero, al contrario, un netto calo rispetto all’anno precedente, e, in definitiva, un trend negativo nell’ultimo decennio.

Sarebbe pertanto opportuno che le attività ministeriali e le “task force” venissero riservate alle vere emergenze e non a quelle montate dagli organi di informazione.

La protezione degli individui di sesso femminile non è solo una questione giuridica, ma soprattutto sociale: occorre dare delle risposte ad un’esigenza di protezione in senso lato e non colmare una lacuna di fatto inesistente. Le leggi “di pancia”, nate per dare delle risposte ad emergenze, vere o presunte, non hanno mai portato a niente di buono, come il caso delle quote rosa, riserve indiane in cui inserire donne in Parlamento a prescindere da qualsiasi logica meritocratica. É il momento di prendere coscienza del fatto che non servono provvedimenti di questo tipo ma un’organica opera legislativa in grado di mettere gli individui di sesso femminile in condizione di competere alla pari con gli uomini, ad esempio, prendendosi cura delle mamme-lavoratrici.

Le donne si meritano di meglio che una legge data in pasto ai comitati per saziarne la fame di provvedimenti e che non dà nulla in termini di Giustizia.

Edoardo Fratini

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