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I love a girl who loves synchronicity

Era uno dei film più attesi della stagione, e dopo la presentazione a Venezia ha riscosso un ottimo successo di pubblico e critica nelle sale d’oltreoceano: Gravity è il nuovo film del regista messicano Alfonso Cuaròn che alcuni ricorderanno per aver diretto il terzo capitolo della saga di Harry Potter più che per altri suoi film che pure lo avevano reso uno dei più apprezzati registi della “nouvelle vague” messicana che una decina d’anni fa era una delle più chiacchierate frontiere del cinema internazionale.
Dopo un silenzio durato sei anni torna con un film di alto profilo che è sicuramente il più hollywoodiano tra i suoi lavori, vuoi per le due stelle di primo piano che lo interpretano, vuoi per il faraonico dispiegamento di tecnologia che girare il film deve aver comportato, ma che mi ha convinto decisamente più delle altre pellicole che il buon Alfonso aveva girato nel suo periodo ladispoliano.
La prima caratteristica che salta all’occhio guardando Gravity è la naturalezza con cui il film restituisce la sensazione della gravità zero. I sinuosi movimenti di macchina, la nonchalance con cui i personaggi e le scenografie vengono ribaltate e presentate dalle meno ortodosse angolazioni, la fotografia patinata e l’uso discreto della terza dimensione soono tutti elementi che contribuiscono sin da subito a creare un’atmosfera piuttosto unica che distingue Gravity dalla massa dei film di ambientazione spaziale. Le scelte di design servono a scolpire non tanto l’impatto dell’ambientazione quanto l’esperienza sensoriale dello spettatore e rendono Gravity un film particolare più per il come che per il cosa, il che è anche in parte conseguenza di una sceneggiatura solida ma non esattamente sottile. Le sequenze di maggior pregio sono infatti quelle in cui la dottoressa Stone cerca con ogni mezzo di sottrarsi allo tsunami di sfighe che rischia di sommergerla, e la proceduralità delle sue azioni risulta sempre saggiamente finalizzata ai nobili fini della creazione e del mantenimento di una tensione palpabilissima. Meno interessanti sono i momenti di riflessione sulla sua situazione emotiva, e se pure questi tratti non risultano mai più di tanto invasivi, c’è comunque da dire che l’alone metaforico che ricopre la sua avventura è calcato in maniera alquanto goffa e non aggiunge molto a una pellicola che ha altrove i suoi punti di forza.
Gravity rappresenta uno standard di eccellenza tecnologica applicata alla creazione di un vero e proprio ambiente per lo spettatore, creazione ottenuta tramite il sapiente utilizzo di quelli che in fin dei conti sono i principali mezzi a disposizione dei maghi della settima arte, ossia l’impatto visivo e sonoro, e pur non raggiungendo le stesse vette sul versante drammatico resta un’esperienza che mi sento di consigliare a chiunque.
Non proprio un poker de cazzi dunque, ma certamente un ottimo full de bocchini.

About Lorenzo Peri

Lorenzo Peri
Studio informatica e sono un vorace -bulimico direbbero alcuni, e avrebbero ragione- consumatore di cultura pop in forme varie ed eventuali. Tutto mi interessa e niente mi conquista, non so proprio cosa farò da grande.

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