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Ciao Lou


Avevo preparato un altro articolo oggi. Non immaginavo che la mia pigra domenica divisa fra il campionato e il cinema potesse avere in seno particolari sussulti, e invece. Invece accendo il computer per dare di nuovo un’occhiata a quello che avevo scritto e internet con l’immediatezza che la contraddistingue mi butta in faccia la notizia del giorno: è morto Lou Reed.
La morte di Lou Reed mi sta colpendo, e la cosa un po’ mi infastidisce. Vorrei non essere una di quelle persone che esprime sui social network il cordoglio, il dolore per la perdita di una persona che non ha mai conosciuto. Un mito, un’icona, non solo per me ma per milioni di persone, le quali con altrettanta convinzione saranno persuase del fatto che il primato della tristezza appartenga a loro. E devo dire che per una volta mi sta bene così. Forse perché non ho più diciotto anni, forse perché pretendere l’esclusiva su un artista così grande sarebbe troppo presuntuoso. Sì, perché qui non stiamo salutando UN TIPO che è morto. Un presentatore televisivo, di un attore, di quello che ha inventato il DONER KEBAP. Qui stiamo parlando di una delle personalità artistiche più influenti del dopoguerra. Stiamo parlando di un uomo che ha lasciato un segno indelebile, al pari di Andy Warhol, con cui ha condiviso il primo entusiasmante capitolo della sua vita artistica. I Velvet Underground sono forse il gruppo più influente della storia del rock, ispirazione per il noise, la new wave, la psichedelia più cupa e tossica, ciò che in tempi non sospetti si avvicinò di più al concetto di musica indipendente.

La prima volta che ascoltai  (con cognizione di causa) i Velvet Underground fu circa dieci anni fa. Il ragazzo del tempo di una mia cugina più grande, in mezzo a una coltre di dischi di merda, aveva il celeberrimo Velvet Underground & Nico’, forse regalo di qualche amico d’infanzia che sperava di salvarlo da una vita di mutande strette con l’elastico Calvin Klein in vista, o magari di un vecchio zio rockettaro, o magari se l’era comprato lui attratto dall’iconica banana. Sta di fatto che il momento in cui ascoltai la doppietta iniziale “Sunday Morning” e “I’m Waiting for the Man” è uno dei ricordi più nitidi che ho. Ricordo lo schifoso stereo, ricordo io che giocavo a Scudetto, ricordo che cominciai a battermi le mani sulle gambe. Tutto il resto non lo so, ma è uno di quei dischi che non ho mai smesso di ascoltare.

Reed, insieme a John Cale, con i primi due dischi cambiò in modo indelebile la storia del rock. Poi, l’omonimo ‘The Velvet Underground’ (1969) per la prima volta, vista anche l’estromissione dell’amico Cale, mostra Reed alle prese con la forma canzone di stampo autoriale. Per certi versi si può considerare il primo lavoro solista di Reed (così come ‘The Wall’ è il primo lavoro solista di Waters, ndr). L’album, lasciati da parte gli sperimentalismi, mostra al mondo un grandissimo autore decadente, che nel successivo “Loaded” si dimostrerà anche abilissimo hit-maker.

La sua celeberrima carriera solista lascia da parte gli sperimentalismi (eccetto in alcuni capitoli chiave come “Metal Music Machine”)tornando direttamente al rock n’roll e al rythm & blues delle origini, acuendo le sue doti di scrittore bohémien, il suo cantato apatico e il suo oscuro romanticismo. Dato per finito dalla critica un numero infinito di volte, Lou Reed è stato capace di dimostrarsi artista sempre, un artista vero, vero anche nella sua discontinuità. Discontinuo ma sempre seminale nei suoi brillanti ritorni.

L’ho visto dal vivo e ora ne sono contento, nonostante la sua forma tutt’altro che entusiasmante. Lo ringrazio per quello che è stato, e per ciò che significa prima per me e poi per il resto del mondo.




Discografia essenziale.



Luigi Costanzo

About Luigi Costanzo

Luigi Costanzo
Laureato in Lettere per hobby e per errore, fondatore di Polinice, collaboratore per Nerds Attack!, batterista di Departure ave. e The Wisdoom. Scrivo di musica, suono la musica, parlo di musica. Il resto del tempo mi annoio molto.

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