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Davidson: interpretazione e significato

Finora non mi è mai capitato di parlarvi di Donald Davidson. Allievo di Quine, Davidson ci dà una lettura critica del pensiero del suo maestro che non è male per niente. Diamole un’occhiata.

Ricorderete che il problemone della teoria di Quine è che nega la possibilità di sviluppare teorie del significato, ossia teorie che spieghino perché, quando dico la parola «mela», io e il mio fruttivendolo capiamo la stessa cosa. Per Quine non esiste alcuna ragione al mondo per cui la comprensione tra individui debba essere data per scontata [1]. Questo stato di cose è ancora più evidente quando abbiamo a che fare con soggetti che parlano una lingua diversa dalla nostra, magari la lingua di qualche popolazione indigena: se con il mio fruttivendolo mi capisco a malapena figuriamoci con un nativo polinesiano.

Davidson riconosce che i problemi sollevati da Quine siano reali, ma cerca di moderarli. Sì, elaborare una teoria del significato delle parole è complesso, questo non vuol dire che si debba rinunciare a proporne una! “Volando basso” si potrebbe sostituire la nozione di teoria del significato con quella di teoria dell’interpretazione. Se individuare l’oggetto cui la parola mela si riferisce è difficile, si può allora riflettere su come il mio fruttivendolo interpreti tale termine. Ecco, quest’ultima opzione è fattibile.

Anzitutto, per interpretare un termine è necessario specificare dei criteri di verità dell’enunciato all’interno del quale compare. Quand’è che la frase «Questa mela è rossa» è vera? Quando, e solo quando, la mela che il mio amico fruttivendolo tiene in mano è veramente rossa (e grazie al c**o, direte voi).

Questa affermazione è banale, ma ci porta a fare un passo avanti: due parlanti interpretano il significato di un termine allo stesso modo quando sono entrambi in grado di dire se l’enunciato nel quale compare quel termine è vero o meno. Esempio: qualora il mio amico Gastone mi proponesse per cena un ottimo tavolino al forno con patate potrei – legittimamente – sollevare il dubbio che il buon Gastone non conosca il significato della parola «tavolino». Forse lo confonde con «arrosto».

Secondo Quine questa confusione deriva dal fatto che davanti ad uno stesso oggetto materiale che stimola i cinque sensi in maniera analoga, i parlanti possono elaborare delle teorie divergenti. Davanti allo stesso pezzo di carne Gastone elabora la teoria per cui quel chilo e due di arista si chiama tavolino, il resto del mondo elabora un’altra teoria (eh già).

Il bello è che per Davidson questa spiegazione di Quine è semplicistica! Il maestro ha fatto a pezzi la nozione stessa di significato, eppure si comporta e scrive ancora come se comunicare volesse dire trasmettere significati.

Davidson corregge il tiro discostandosi da Quine su due punti:

  1. la nozione di significato non va demolita, ma solo considerata come un’attività di interpretazione;
  2. se il significato è frutto di interpretazione, la comunicazione non consiste in uno scambio di significati, ma nella costruzione collettiva di questi stessi.

Ecco il fatto centrale: per Davidson i significati delle parole non sono il punto di partenza della comunicazione, ma il punto di arrivo. Davanti alla bizzarra proposta culinaria di Gastone non bisogna reagire col classico «Ma che me stai a pijà pe’culo? Magnatelo te il tavolino con patate!», ma con pazienza indicare l’interpretazione corretta dei termini in esame.

Chiaramente, una concezione del fenomeno linguistico di questo genere presuppone:

  1. la precisa convinzione che Gastone sia razionale ( = non sia scemo);
  2. la precisa convinzione che Gastone approcci il mondo con le modalità degli altri 6 miliardi di esseri umani presenti sul pianeta ( = Gastone ha cinque sensi, non 2 e il suo encefalo è composto di tessuto neurale, non di Pan di Stelle);
  3. che parlare sia un fatto collettivo ( = Gastone non ha imparato a parlare chiuso in uno stanzino).

Conclusione: che ne pensiamo di Davidson? Fico? Brutto?

Senza lanciarsi in elogi spassionati, la sua è una filosofia del linguaggio interessante. Evidenzia bene alcune problematicità di Quine. Rimane però un fatto. La proposta di Davidson, di fatto, si fonda sull’idea che tutti gli enunciati linguistici vadano adoperati all’interno di uno specifico contesto d’uso. Questo contesto d’uso riguarda la sintassi (arrosto è un nome comune di cosa), la semantica (arrosto si riferisce ad una pietanza) e le teorie generali dei parlanti (un arrosto non è un tavolino). Fin qui tutto bene. Ma siamo proprio sicuri che si debba per forza “volare basso” in filosofia del linguaggio? Perché limitarsi a parlare di interpretazione? Perché non fare il passaggio successivo ed ammettere esplicitamente che Quine abbia torto e che una teoria del significato con le palle sia possibile?

In fondo a Davidson manca un solo passaggio, aggiungere un quarto contesto d’uso, quello scientifico. «Arrosto» diventa pienamente comprensibile quando, oltre alle nostre teorie, si prende in considerazione il parere di un esperto. Un arrosto di Heinz Beck e un tavolino di Gae Aulenti faranno definitivamente ordine all’interno della testa del povero Gastone.

Non è farina del mio sacco. É Putnam (grande) ad aver definito il significato come una quadrupla di quattro elementi: grammatica, semantica, senso comune e expertise più o meno scientifico. Parlare è un fenomeno complesso. O noi parlanti, tutti, ci diamo una mano e facciamo squadra oppure… magnamose il tavolino.

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[1] Il perché è presto detto: le nostre parole non si riferiscono a oggetti (una mela) ma agli stimoli inerenti a oggetti (il colore, l’odore, il sapore di una mela che i nostri recettori sensoriali captano). Essendo i miei recettori sensoriali diversi – caro lettore – dai tuoi, io e te non avremo mai lo stesso significato di «mela».

About Giulio Valerio Sansone

Giulio Valerio Sansone
Triennale in Filosofia a Roma, studente di Economia dell'Innovazione a Milano. Orgogliosamente parte della ciurma di Polinice dai suoi gloriosi albori. Vi fracassa le scatole un mercoledì ogni quattro.

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