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Beyond gdp: la ricerca della felicità

Ormai da diversi anni si è sempre più diffusa tra economisti, statistici, ma anche politici, la convinzione che si debba trovare un’alternativa al Pil inteso come principale indice di riferimento per l’analisi dello sviluppo, del progresso o del benessere di una nazione e di una società.

Recentemente ho dovuto leggere un libro sull’argomento scritto dal giornalista Donato Speroni, dal titolo “I numeri della felicità”. Dal Pil alla misura del benessere” (Cooper, 2010). Speroni in maniera molto chiara analizza la questione e ricostruisce il percorso ed il dibattito che hanno portato verso una sempre più ampia coscienza del problema e del lavoro di ricerca in merito.

Si tratta ovviamente di una questione estremamente complessa, sia da un punto di vista ideologico, sia da quello tecnico. Gli stessi elaboratori del Pil (Kuznets e Keynes) ne avevano sottolineato i limiti, ma ciò non gli ha impedito di diventare nel corso della seconda metà del secolo passato l’indicatore principale per l’analisi della situazione di sviluppo, della crescita economica di un paese. Gradualmente si è arrivati a credere che fosse un dato onnicomprensivo della ricchezza di un paese, che quel numero potesse rappresentare anche il grado di benessere, felicità e soddisfazione dei cittadini, ossia quella che potremmo definire come la “ricchezza immateriale” di una paese. Gradualmente è apparso evidente come un approccio ed un’analisi di questo tipo fossero particolarmente limitati e fuorvianti, soprattutto se si considera il fatto che il Pil sia da tempo il parametro sul quale vengono calibrate le politiche dei governi.

Ma che cosa è il Pil? Che cosa ci dice e cosa nasconde? Il Pil ci dà il polso della produzione di ricchezza del sistema-paese attraverso il conto delle risorse e degli impieghi (lavoro). Misura il flusso monetario corrispondente allo scambio di beni e servizi tra gli individui e le imprese all’interno di un sistema economico. Si è cominciato a calcolarlo dopo la crisi del ’29, ma è stata la seconda guerra mondiale a dare grande impulso al suo sviluppo (perché dava la possibilità ai governi di calcolare le possibilità di conversione militare del proprio apparato industriale).

Ci sono però diversi elementi che il Pil non misura e che invece dovrebbero rientrare nel calcolo della ricchezza (anche strettamente economica) di un paese, inficiando dunque la sua possibilità di descrivere la reale situazione economica di un paese. Non vengono considerate determinati fattori quali il lavoro familiare, le cosiddette economie parallele (criminalità, prostituzione), il depauperamento delle risorse ambientali, la qualità della vita (nessuna distinzione qualitativa tra le diverse spese), non tiene conto del consumo dei capitali. Tuttavia, non è così facile “abolire il Pil” perché abbiamo comunque bisogno di una contabilità nazionale.

Il Pil, però,ci dà un’immagine limitata ed esclusivamente quantitativa dello sviluppo di un paese, ci illustra la produzione di ricchezza di un sistema, ma senza minimamente considerarne gli aspetti qualitativi.

I soldi non rendono necessariamente felici, insomma. La contabilità nazionale va quindi corredata da “conti satellite” che completino il quadro ed offrano ai governi le statistiche ed i dati necessari a formulare politiche migliori.

La questione è: che cosa bisogna contare, che cosa bisogna considerare per avere un quadro reale e veritiero dello stato di benessere di un paese e dei sui cittadini? Come lo si può fare? L’obiettivo è quello di identificare ed elaborare nuove misure di benessere e felicità. Tuttavia, bisogna individuare e accordarsi su quali siano le reali determinanti della felicità umana e sociale, soggettivamente ed oggettivamente. Certo, essendo la felicità e la sua ricerca un concetto, o meglio, uno stato individuale (per quanto comune a tutta l’umanità), diventa particolarmente complicato ridurla ad un dato, ad un numero. Anche il benessere oggettivo di una società non è facile da misurare perché le variabili che lo determinano possono differire di paese in paese, di cultura in cultura.

Se da una parte il progresso economico non esaurisce più gli obiettivi della politica e dall’altra la felicità individuale è un dato che va considerato, resta da sciogliere il nodo in merito alla sostenibilità futura delle nostre attività. Molti ravvisano la necessità, data la critica situazione legata a problematiche ambientali, di dover includere nelle statistiche ufficiali e tra gli indicatori di riferimento parametri che ci diano la misura dell’impatto ambientale e della sostenibilità delle politiche pubbliche e dei nostri comportamenti. Questo perché la felicità contingente di una persona e di una società non la garantiscono necessariamente alle generazioni future. Ci sarebbe dunque bisogno di considerare le variazioni di capitale economico, capitale ambientale e biodiversità, capitale umano (livelli di educazione e formazione), capitale sociale (reti di relazioni, adesione ai valori collettivi). Si tratta di capire se la produzione di oggi danneggi il domani. Tuttavia, nessuna misura elaborata finora è davvero soddisfacente, anche perché quasi tutte si concentrano sulla sostenibilità ambientale, ma nessuno ci fornisce un modello di sostenibilità sociale.

In sintesi, occorre ampliare la collezione di dati sulla produzione e distribuzione della ricchezza, completarla con altre informazioni relative al benessere (“felicità”) della gente, prevedere la sostenibilità delle nostre azioni attraverso la misura delle variazioni di capitale economico, ambientale, umano e sociale. La contabilità nazionale al momento non può essere abbandonata perché garantisce la confrontabilità internazionale dei dati ed è in continuo miglioramento. Sono ancora molti i punti da risolvere ed i nodi da sciogliere con riferimento sia al metodo che nel merito dell’individuazione-elaborazione di indicatori singoli o aggregati che ci illustrino il benessere nel mondo al di là dei valori monetizzabili.

La partita è più che mai politica. Negli ultimi anni la necessità di andare oltre il Pil ha ricevuto importanti avalli anche a livello politico, ma perché si possano raggiungere risultati concreti, si deve portare avanti un percorso più che mai condiviso a livello internazionale ampliando il più possibile il coinvolgimento degli stati e dei loro istituti di ricerca statistica. Bisogna inoltre combattere le resistenze di alcuni paesi, soprattutto quelli che stanno vivendo una maggiore crescita economica (Cina), che temono che la svalutazione del Pil come indicatore danneggi la loro posizione internazionale.

Ma, il processo è ormai avviato: il vecchio Pil non basta ma, più che sostituito, deve essere migliorato.

Matteo Mancini – AltriPoli

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