Home / Architettura / Le virtù nascoste della Scalinata di Trinità dei Monti

Le virtù nascoste della Scalinata di Trinità dei Monti

Vista Scalinata

Non è un caso se la bella, anzi bellissima, Scalinata di Trinità dei Monti, realizzata tra il 1723 e il 1726 su progetto dell’architetto romano Francesco De Sanctis (1693-1740), sia stata l’oggetto di una provocazione che ha guadagnato il secondo posto in un concorso recentemente pubblicato; essa, infatti, costituisce non solo un raccordo scenografico tra le pendici del Pincio dominate dalla chiesa della SS. Trinità dei Monti e la sottostante piazza di Spagna ma è anche uno snodo fondamentale della viabilità pedonale. Questo perché permetteva, e permette tutt’oggi, di collegare il Tridente leonino con la via Sistina e via Pia, strade allora fondamentali nella viabilità urbana romana, e creava un accesso rapido e diretto in direzione dell’antico Porto di Ripetta, opera di Alessandro Specchi, che ancora fino all’Ottocento rappresentò un fondamentale punto di approdo delle merci che rifornivano Roma.

L’idea di superare il forte dislivello con una scalea è documentata già nel 1559. Venti anni dopo la Camera Apostolica acquistò il terreno ai piedi della chiesa per realizzare la scalinata che negli intenti di Papa Gregorio XIII (1572-1585), Ugo Boncompagni, doveva essere “simile a quella dell’Aracœli”. Solo però nel 1660, grazie al lascito del francese Stefano Gueffier, si cominciò a ragionare sulla sua effettiva realizzazione e furono redatti molteplici progetti da parte di numerosi architetti: è di questo periodo, fra gli altri, quello attribuito alla bottega di Gian Lorenzo Bernini, fondamentale per la successiva progettazione in quanto propose l’andamento concavo-convesso delle pareti e le rampe a tenaglia. Sorse parallelamente allora anche l’annosa controversia tra lo Stato della Chiesa e la corona di Francia circa l’area interessata, la qual cosa costituì una delle cause del mancato avvio dei lavori. Infatti là risiedeva anche l’ambasciatore spagnolo e un simile atto appoggiato dalla Francia lo avrebbe considerato come un insulto personale. 

Fortunatamente la cosa si risolse e, nel 1717, Clemente XI, Giovanni Francesco Albani, decise di bandire un nuovo concorso a cui parteciparono i maggiori architetti del tempo. I lavori, però, sempre a causa della citata controversia, iniziarono solo sotto Innocenzo XIII, Michelangelo Conti. Ne è testimonianza un piccolo dettaglio che poi tanto piccolo non è nella dimensione; infatti sui cippi alla base del monumento si incontrano incise le aquile araldiche della sua casata papale, i Conti, fiancheggiate dai gigli di Francia.

I lavori furono terminati alcuni anni dopo, nel 1726, sotto Papa Benedetto XIII, Pietro Francesco Orsini, grazie soprattutto all’appoggio finanziario del re di Francia Luigi XV.

La lunga scalinata, che sembra adagiarsi sul colle articolandosi in un continuo alternarsi di sporgenze e rientranze, è espressione di una monumentalità tipica del settecento romano che la accomuna ad altre importanti realizzazione urbane del secolo come il porto di Ripetta (demolito alla fine del XIX secolo) e la fontana di Trevi. A ciò si aggiunge anche il forte adattamento al contesto urbano del manufatto, insolito per quei tempi, e per questo considerabile come elemento caratterizzante.

Un dettaglio in particolare però colpisce l’attenzione di chi osserva il progetto e si tratta della ripartizione ternaria. Certo, la prima cosa che verrebbe alla mente sarebbe la Santa Trinità ed effettivamente è a questo che si richiama il progetto; ma se si prende in considerazione l’insieme dei due assi che legano il porto di Ripetta alla chiesa della SS. Trinità dei Monti attraverso la chiesa concava della SS.Trinità degli Spagnoli (non è un caso quindi che il concetto informante il progetto sia la tripartizione) ci si accorge che lo stesso segno si ripresenta anche nella scalinata, ormai distrutta, che definiva l’accesso al Tevere del porto. 

Rione Campo Marzio, in evidenza il Controasse al Tridente leonino

Potrebbe essere un caso, ma siccome non lo è mai, occorre indagare più a fondo, ed è proprio così che si arriva a comprende la grande abilità di De Sanctis, il quale intendendo perfettamente quel segno di Specchi, che a sua volta forse trova origine nel progetto mai realizzato di Francesco Castelli detto il Borromini per la controfacciata di San Giovanni in Laterano, capì che quello era il modo di ricollegare visivamente tutto il percorso giacché, come insegnano le numerose discussioni sulla pubblicità occulta, il nostro cervello interpreta, registra e memorizza certi segnali anche se noi non ci facciamo caso. 

A. Specchi, Porto di Ripetta

È stato, il richiamo di De Sanctis, un gesto di grande accortezza che, allora più che oggi, avvalorava la viabilità principale romana, rafforzando un senso di conoscenza interiore della città; quello che definiremmo con l’espressione “la conosco come le mie tasche”. 
Iacopo Benincampi – PoliLinea

About Iacopo Benincampi

Iacopo Benincampi
sono un architetto e ancora per un po' dottorando in storia dell'architettura. Ad interim aiuto a coordinare Polilinea, sono membro dell'Open House di Roma e collaboro con lo studio Warehouse of Architecture and Research.

Check Also

Sulla ‘classica’ campagna romana

Non di rado accade di sentir parlare di ‘villeggiatura’ o di ‘casa in campagna’: un ...