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Europa sì, Europa no: verso le elezioni 2014

Ci stiamo pian piano avvicinando alle elezioni europee di maggio prossimo e nell’ultimo periodo, ancor prima che inizi la campagna elettorale, si sta sviluppando una discussione importante. Sempre maggiori sono le preoccupazioni dell’attuale classe dirigente dell’UE e dei partiti cosiddetti europeisti in merito alla probabile avanzata elettorale di quei partiti invece definiti come euroscettici.

Negli ultimi anni, infatti, in quasi tutte le elezioni per i parlamenti nazionali abbiamo assistito ad un notevole aumento di consensi per quei partiti – generalmente di destra, ma non solo e con programmi spesso divergenti su diverse questioni – dichiaratamente ostili all’Unione come istituzione in sé e alle sue politiche. Un successo che, in vista delle nuove elezioni europee, inquieta molti tra Bruxelles e Strasburgo.

Ciò che maggiormente preoccupa è il fatto che la retorica di questi partiti o movimenti possa attecchire e trovare riscontro fra quella parte dell’elettorato che si dichiara effettivamente deluso ed insoddisfatto dai risultati ottenuti dall’Unione, soprattutto negli ultimi anni. Stando ai numeri forniti dall’istituto di ricerca e statistica Gallup, solo un cittadino europeo su quattro ha una percezione positiva dell’UE e la stessa membership al consorzio continentale non è necessariamente ritenuta come privilegio positivo. La divisione dell’elettorato fra eurosceptics e optimists vede addirittura i primi in leggero vantaggio (43% contro 40%).

Tra le opinioni pubbliche nazionali la disaffezione verso Bruxelles e l’impopolarità del progetto di integrazione europea hanno raggiunto livelli mai visti prima. L’europeismo come ideale e progetto politico, dunque, sembrerebbe in grosse difficoltà. Tutti i leader degli attuali governi nazionali hanno espresso la loro preoccupazione in merito, ravvisando nell’“avanzata populista” una grave minaccia per il sistema. “C’è il grosso rischio di avere il Parlamento europeo più anti-europeo di sempre”, sostiene anche il nostro premier Enrico Letta.

Che poi i leader nazionali che difendono l’istituzione Europa siano gli stessi che negli ultimi anni di politiche di austerità si sono spesso giustificati sostenendo che fosse l’Unione stessa a richiederle o imporle è un fatto curioso. Ma d’altronde anche queste idee hanno diritto di esistere ed eventualmente essere rappresentate nelle istituzioni.

FrontNational in Francia, Movimento 5 Stelle e Lega Nord qui da noi, Alba Dorata in Grecia, Partito della Libertà olandese, il Partito dell’Indipendenza inglese sono solo alcune delle realtà nazionali dichiaratamente ostili e contrarie al processo di integrazione europea e all’euro. Oramai ogni singolo parlamento europeo contiene un partito di questo tipo, legittimato da un considerevole supporto elettorale.

La notizia di soli pochi giorni fa del raggiungimento di un probabile accordo tra Marine Le Pen (leader del FN francese) e l’olandese Geert Wilders (a capo del Partito della Libertà), volto a coordinare le loro campagne elettorali in vista delle elezioni europee, testimonia il fatto che il movimento si stia organizzando a livello internazionale e rende sempre meno remota la possibilità che ottenga il successo che in molti pronosticano e temono. Non suonano molto rassicuranti le parole di Wilders, che con una certa leggerezza afferma: “Il nostro obiettivo è fare tutto il possibile per trasformare le prossime elezioni europee in una frana collettiva contro Bruxelles” che definisce come “mostro”. La considerazione dell’UE come un’istituzione prevaricatrice ed ingombrante accomuna i programmi di questi due partiti che aspirano a creare un gruppo anti-Europa nel Parlamento Europeo. Per creare un gruppo parlamentare serve riunire 25 deputati da 7 Stati membri differenti e comporta notevoli vantaggi e poteri: staff, uffici, soldi e maggior tempo di parola a disposizione nei dibattiti.

Alla luce di questi fatti sorgono diversi dubbi rispetto al percorso che il processo di integrazione europea ha intrapreso negli ultimi anni. Senza dubbio la crisi economica ha complicato processi ed equilibri, esponendo le istituzioni europee e le sue politiche a forti critiche e rischi. Ma non credo che le difficoltà determinate dalla contingente situazione economica siano sufficienti a spiegare il successo di partiti portatori di istanze e ideali di questo tipo. Sarebbe riduttivo e semplicistico.

Più che meravigliarsi, la classe dirigente europea e i leader dei governi che la sostengono dovrebbero porsi alcune domande, analizzare la storia degli ultimi anni e cercare di capire dove si è sbagliato. Perché fino a qualche anno fa partiti e movimenti euroscettici viaggiavano su percentuali a cifra singola (se non con la virgola dopo lo zero) e ora invece concorrono per la vittoria delle elezioni? Perché la gente ha perso fiducia nell’idea che sia preferibile collaborare con gli altri a costo di cedere parte della propria sovranità nazionale, piuttosto che districarsi da soli tra i “pericoli” del mondo contemporaneo?

A mio parere, rilanciare, piuttosto che lasciar regredire, il processo di integrazione europea è probabilmente l’unico modo perché la gente ritorni a credere nelle possibilità e nei vantaggi che la federazione tra le nazioni europee offre. Procedere alla reale democratizzazione dei processi di legittimazione delle massime istituzioni e degli organi comunitari, così come all’implementazione dei valori fondanti dell’Unione rappresentano la via maestra attraverso la quale superare le varie crisi economiche, politiche, sociali e di fiducia.

Matteo Mancini – AltriPoli

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