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Roma Rocks #8: intervista ai Rubbish Factory

Fare un disco rock in Italia è sempre una gran rottura di palle. Gli aggettivi ‘derivativo’, ‘riconoscibile’, ‘piacevole’ (dopo una serie di panegirici in cui sì sei bravo ma assomigli a tizio, caio e sempronio) sono quasi obbligatori in un panorama musicale in cui si può essere o disinteressato o un integralista. Simona Ventura o Scaruffi, le vie di mezzo non ci piacciono.

Quindi tutti i dischi rock  in cui qualcuno si permette di spaccare tutto senza star troppo a menare il can per l’aia subiscono sempre questa violenza passiva con la quale si fanno tanti complimenti, ma sempre facendotela pesare. Tutto questo andrebbe anche bene se non stendessimo tappeti rossi a qualsiasi gruppaccio proveniente dall’Inghilterra o dagli Stati Uniti, spesso privo di talento. Tutta questa premessa è per dire che The Sun degli italiani Rubbish Factory è un disco veramente fico. Fico perché lo metti su, dura il giusto, i riff fanno penzolare la testa su e giù e le linee vocali danno quel tocco psichedelico che raggiunge il suo apice compositivo, almeno per il sottoscritto, con la opener “Bamsa”, un singolo veramente grandioso. Sono ancora convinto che i migliori dischi rock si facciano così, partendo innanzi tutto dalla semplicità.

The Sun riesce perfettamente nell’impresa, toccando le corde giuste e non annoiando mai. Se il sound può essere debitore alle migliori realtà rock degli ultimi vent’anni – con delle incursioni da parte dei Radiohead, scoprirete dopo perché- la band riesce tranquillamente a far sue influenze del periodo aureo del rock che va dal 66′ al ’69. Il duo è una formula che convince perfettamente, soprattutto se hai un octaver che non fa sentire la mancanza del basso (Black Keys – e non solo – docent). Sono fermamente convinto che i Rubbish Factory se fossero inglesi o americani sarebbero già a fare un tour europeo o americano.

 

– Intervista –

 

-Ogni band ha una storia diversa. Ci sono quelle che prendono vita al pub, quelle che vengono fuori da lunghe jam, e quelle che – come voi – nascono dalle ceneri di un’altra band. Quando avete deciso di andare avanti da soli, quando avete capito che dovevano nascere i Rubbish Factory?

Tutto è nato durante l’estate del 2011, in un periodo di relativa crisi con una precedente band con cui suonavamo. Percepivamo il bisogno di semplificare tutto: composizione, esecuzione dei brani e dibattiti creativi sulla nostra musica. Volevamo giocare di più, prendendoci meno sul serio, ironizzando su noi stessi, paragonandoci alla monnezza in tutti i sensi, alla “robaccia” che andavamo scrivendo riciclando vecchie idee, precedentemente sottovalutate. Iniziava ad allettarci l’idea di rimanere in due, come alcune band che già amavamo follemente e il primo pezzo, “Bamsa”, nacque in sala prove in quel periodo, davanti al manifesto di un bellissimo disco dei Radiohead, “Hail to the thief”, da cui abbiamo preso in prestito, in un esercizio di rimescolamento automatico, alcune delle parole dipinte da Stanley Donwood. Solo parole, sostantivi e verbi che si susseguono, in un gioco quasi rituale di decostruzione. I Rubbish Factory nascono per puro gioco, appunto, e per puro esercizio di riciclaggio creativo. Le cose hanno incominciato a prendere forma nel tempo.

 

-The Sun, soprattutto nelle chitarre, risente molto di influenze stoner. In particolare nel disco è forte la presenza di Josh Homme, sia quello dei Kyuss che dei Queens of The Stone Age. Anche le linee vocali, che a mio modesto parere sono il vero punto di forza del disco , in alcuni casi possono essere ricondotte ai QOTSA. Secondo voi quali sono le influenze celate del vostro album, a quale gruppo fondamentale per voi non vi hanno mai paragonato?

Ogni primo disco tende inevitabilmente a raccontare una band in senso univoco e ben definito. Nel nostro caso la ricerca di un riferimento musicale è stata decisamente naturale e spontanea. È innegabile la passione che nutriamo per la musica dei QOTSA e dei KYUSS, da cui deriva sicuramente molto di quello che si può sentire nel nostro lavoro, ma non possiamo affermare che siano stati le uniche band a influenzare il nostro modo di scrivere. Noi veniamo da anni di musica inglese, capeggiata in particolar modo dai Radiohead, un gruppo, quest’ultimo, che tuttora idolatriamo fino alla commozione e siamo convinti che nell’impianto tonale delle linee vocali ci sia un bisogno di appartenenza a quella modalità di scrittura, fortemente melodica e in netto contrappunto con la rabbia acida o aggressiva delle nostre parti strumentali.

 

-Passiamo ai discorsi antipatici. Che effetto vi fa pensare che tantissime persone  ascolteranno un lavoro che senz’altro è frutto di sacrificio attraverso le casse del loro PC? Più in generale che opinione avete sulla fruizione della musica ai giorni d’oggi?

Ci sono persone che non tollerano l’idea di ascoltare un disco dei Beatles dalle casse di un pc perché ne snaturerebbe la qualità, altre lo fanno senza porsi alcuno scrupolo e godendone appieno il sapore melodico delle canzoni. A nostro avviso si tratta di un compromesso un po’ qualunquista, in risposta alla quantità devastante di proposte musicali che il web, purtroppo e per fortuna, ci vomita addosso ogni giorno. Il pc è diventato il nostro primo interlocutore della giornata, per lavoro o ricerca di lavoro, per gioco o ricerca di giochi, per socializzare o per informarsi. È una protesi che ci accompagna a letto per vedere un film o la puntata di una serie televisiva. È un mezzo che nel tempo ha proposto e soddisfatto una sintesi di tutte le necessità della nostra era: informazione, svago, socializzazione. La musica diventa un accessorio aggiuntivo, un elemento rispetto al quale spesso si corre il rischio di rispondere con indifferenza. Viene in mente Eric Satie e i suoi esercizi di “musica indifferente”, o le canzoni che circolano nelle radio dei supermercati, delle metropolitane. Il problema non è tanto lo strumento, quanto l’orecchio che si adegua ad esso, non distinguendo più la differenza tra un ascolto di qualità ed uno dozzinale o tra un contenuto di un certo spessore ed un altro più irrilevante. Ma la musica rimane, la percepisci anche se la ascolti da un supporto poco performante, o addirittura se la subisci con indifferenza. Il problema sarebbe se non ci fosse.

 

-Il vostro lavoro è – fra le altre cose – su Spotify. Recentemente molti artisti, cito in particolare Thom Yorke e David Byrne, si sono scagliati contro questa piattaforma, assumendo anche un atteggiamento un po’ troppo paternalistico nei confronti delle band emergenti. Che opinione avete in merito?

Un po’ come per la domanda precedente, la questione va affrontata facendo una piccola considerazione sul nostro periodo storico, caratterizzato dall’estrema velocità e libertà di condivisione di tutto o quasi tutto. Ci stiamo abituando all’idea di poter avere qualunque cosa subito e senza rallentamenti, usando parole come “condivisione”, “mi piace”, che rivelano una certa natura democristiana dei nostri approcci virtuali. Condividiamo “pani e pezzi” con la semplicità di un click e non è chiaro fino a che punto questo possa rappresentare un problema. Lo è nella misura in cui artisti e musicisti come noi non guadagnano più dalle vendite fisiche di un cd; allo stesso tempo persone che vivono dall’altra parte del globo, per caso o per loro scelta, hanno la possibilità di ascoltare un pezzo scritto da chiunque, registrato da chiunque, prodotto da chiunque, promosso da chiunque e pubblicato da chiunque. La difficoltà di trasformare il “chiunque” in “qualcuno”, oggi, è più difficile che mai, a prescindere dai meriti, dalle qualità e dal talento, caratteristica umana costantemente in svendita attraverso format televisivi e concetti vecchi e superati di popolarità radiofonica. La verità è che il mercato musicale non potrà mai più sopravvivere solo ed esclusivamente dai guadagni delle vendite dei dischi, ma da attività live, concerti, esibizioni, spettacoli. In questo sta il paradosso del futuro: eliminare l’oggetto di mediazione (vinile, musicassetta, cd) per instaurare con la musica un rapporto ancora più astratto e universale, fatto di puro ascolto o di pura esibizione. Considerate da questo punto di vista, piattaforme come spotify non sono male, perchè potrebbero concorrere ad alimentare l’informazione musicale, sollecitando il desiderio di uscire di casa per andare a vedere un concerto live; certo, capiamo anche le posizioni di un artista come Thom Yorke, il quale definisce spotify “la scorreggia di un corpo moribondo”. La cosa grave e preoccupante sarebbe se uno strumento di questa portata, in realtà, riuscisse a pubblicizzare e arricchire solo se stesso, servendosi della musica e sfruttandone il lavoro degli artisti. E per gli artisti più sconosciuti e piccoli questo, effettivamente, è un problema.

 

-Nonostante il panorama underground italiano sembra in un momento discretamente attivo e fervido, si ha sempre l’impressione che ai concerti ci vadano soprattutto altri musicisti o addetti ai lavori. Secondo voi cosa serve al panorama italiano per passare allo ‘step’ successivo?

Serve curiosità e la curiosità è una qualità che si conquista aggirando la pigrizia, i pregiudizi, la dabbenaggine e la sciatteria. Il panorama italiano ha un pubblico stanco o confuso, ha bisogno di schiaffi, pugni e scrollate energiche. Si sente, da parte degli spettatori, un bisogno di essere spinti, presi di petto, derisi, provocati, divertiti. Il pubblico è spesso pigro e ha bisogno di essere trascinato fuori di casa, vuole sapori forti e schietti. Forse è troppo annebbiato dalle proprie ansie quotidiane per decodificare. Vuole delle conferme, insomma.

 

-Vi ringrazio per il tempo e la disponibilità. Volete ricordarci le vostre prossime date.

Grazie a te. Le nostre prossime date sono: il 13  dicembre all’Ungawa di Livorno e il 21 dicembre al Dal Verme di Roma; qualsiasi aggiornamento sarà comunicato sul nostro sito www.rubbishfactory.it o sulla pagina www.facebook.com/rubbishfactory . Vi aspettiamo.

 

Luigi Costanzo – PoliRitmi

About Luigi Costanzo

Luigi Costanzo
Laureato in Lettere per hobby e per errore, fondatore di Polinice, collaboratore per Nerds Attack!, batterista di Departure ave. e The Wisdoom. Scrivo di musica, suono la musica, parlo di musica. Il resto del tempo mi annoio molto.

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