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"sta cagata de Fronz’ampàc" (omaggio ad un caro amico)


Lo Château Cheval Blanc visto dal belvedere della nuova cantina adiacente
Un felice paradosso. Così si potrebbe definire il paesaggio viticolo. Poiché, come la quasi totalità degli insediamenti umani, anch’esso di certo, non stravolge ben poco lo scenario naturale nel quale si colloca, andando però a definirne un altro, possibilmente ancor più suggestivo. Distese infinite di tralci, srotolate come un prezioso tappeto persiano, ridisegnano il paesaggio naturale con una serialità mai banale. Le viti, disposte e potate meticolosamente, per favorirne la messa a frutto, non ostacolano la vista, che spazia felicemente tutt’attorno, fino ad un residuo bosco ai limiti della tenuta, fino al prossimo château che ne governa i confini, fino alla successiva collina che dolcemente raccoglie la valle.  

La nostra condizione postmoderna impatta goffamente con questa realtà così nobile e così antica. Mettiamola così: la stragrande quantità di commissioni arrivate negli studi di architettura per la progettazione di cantine è coincisa con un decennio certamente problematico per la progettazione in campo architettonico. Ma permettetemi di difendere, una volta tanto, la categoria. E’ proprio in un caso come questo, quando la commessa è così specifica e non a contatto con il tema urbano, che la committenza assume un ruolo di cruciale importanza nell’instradare virtuosamente il lavoro dello studio di architettura. Tutti i felici precedenti – non moltissimi – che possiamo annoverare tra le cantine d’autore, sono stati frutto di una preziosa collaborazione tra i proprietari della vigna ed i progettisti.  

Mettendo da parte le questioni linguistiche, che nel caso che segue sono proprio quelle che meno mi convincono, vorrei riportare l’esempio di una cantina d’autore a Saint Émilion, in Francia, dove la produzione del vino ha acquisito una dimensione quasi mitologica. Gli interpreti principali della nostra storia sono Bernard Arnaulte Baron Albert Frère da una parte, proprietari del prestigioso  Château Cheval Blanc, una sorta di Real Madrid del vino, dall’altra parte Christian de Portzamparc, architetto di fama mondiale, premio Pritzker nel 1994, una sorta di Ancelotti dell’architettura. La strategia dell’intervento, difficile non aspettarselo, mette al centro dell’azione la riconoscibilità della nuova cantina, immagine da esportare in tutto il mondo. Obbiettivo centrato alla perfezione, con un esito progettuale evidentemente discutibile ma attento nell’assecondare le esigenze della committenza in modo coraggioso e sofisticato al contempo. Portzamparc è figlio della cosiddetta Tendenza, non si esime dall’utilizzo di forme significanti, posizionandosi a metà nel distinguo proposto da Robert Venturi in Learning from Las Vegas tra “duck” e “decorated shed”.

Nel caso da noi analizzato le scelte linguistico progettuali si risolvono con una forma che simula l’incontro tra due colline. Come dicevamo è la strategia ad uscirne vincitrice, di certo non l’architettura. Così facendo, la cantina acquisisce una visibilità senza pari nel paesaggio circostante, il quale allo stesso tempo non viene dimenticato ma messo al centro del nuovo intervento. Infatti, la quasi totalità della copertura è una superficie calpestabile che offre un belvedere emozionante sulle vigne di Saint Émilion. Altre finezze possono far capire la straordinaria unione di intenti che anima questo lavoro: Pierre Lurton, l’enologo di riferimento dello château, un convinto sostenitore dei tini in cemento, ha sicuramente influenzato la scelta dei cuves, che oltre ad essere stati fatti in cemento sono stati disegnati come bicchieri da degustazione per aiutare l’ossigenazione del vino. Operazione non da poco se si aggiunge il fatto che ad ogni tank corrisponde una determinata area del vigneto (specifica rarissima da trovare): con nove grandezze differenti tra i cinquantadue tank totali.

Infine due accortezze di carattere più architettonico. La scelta del trattamento del cemento armato a vista, di pregevolissima fattura grazie al lavoro degli additivi che incidono sul colore del materiale in fase di miscela, riesce ad accostare in modo meno violento la nuova cantina all’antico château, costruito con la chiara pietra calcarea tipica del luogo. Mentre il contatto tra i due corpi di fabbrica, la cantina ed il casale appunto, è smorzato da un elemento trasparente, un modesto parallelepipedo utilizzato come vetrina d’esposizione, che ammortizza l’impeto del nuovo intervento in modo semplice ma efficace (strategia non utilizzata da Hadid a Londra per l’ampliamento della Serpentine).

Lo spazio compreso tra lo château ed il nuovo ampliamento
Probabilmente il Real Madrid di Ancelotti non farà impazzire le platee per la qualità del gioco proposto, ma un binomio come questo difficilmente non arriverà a far aprire la bacheca per far posto a qualche importante trofeo appena conquistato.   
Jacopo Costanzo – PoliLinea 

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Jacopo Costanzo
Cofondatore di Polinice e del Warehouse of Architecture and Research_ warehousearchitecture.org

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