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La congettura di Sen

L. Wittgenstein

Mi è capitato, tempo fa, di parlarvi di uno dei due maggiori filosofi del XX secolo: Ludwig Wittgenstein. La storia della filosofia tende a fare una distinzione tra il cosiddetto primoWittgenstein, autore del Tractatus Logico-Philosophicus e il secondo Wittgenstein, autore delle Ricerche Filosofiche.

Se il Tractatus si caratterizza per una forte connotazionelogicista, il secondo fa propria una visione del linguaggio più vicina al modo con cui il parlante ordinario la adopera. Mi spiego meglio. Il primo Wittgenstein si caratterizzava per un intento preciso: strutturare un linguaggio capace di riferirsi ad ogni singolo oggetto ed ogni singolo fatto esistente. Il mondo veniva definito come la totalità dei fatti e si riteneva che il linguaggio potesse integralmente replicare la struttura del mondo stesso.

Così facendo Wittgenstein si era convinto di aver risolto ogni possibile questione di interesse filosofico. Soddisfatto, si diede ad una serie di attività, dal giardinaggio all’insegnamento elementare, che poco avevano a che fare con l’ormai poco interessante filosofia.

Nel 1928, Wittgenstein cambia idea e torna, un anno dopo, a Cambridge. Il genio austriaco aveva intuito che la totalità delle questioni di interesse filosofico erano tutt’altro che risolte. Alcuni stati di fatto: le esclamazioni di dolore, le richieste di aiuto, gli ordini, erano tutto fuorché modellabili da una concezione formalistica del linguaggio quale quella esposta nel Tractatus.

Questa è, per sommi capi, la genesi del secondo capolavoro del Nostro: le Ricerche. C’è però un dato che manca. Qualcosa che la storiografia tradizionale ha a lungo ignorato. A cosa mi riferisco?

Nell’introduzione delle Ricerche compare un ringraziamento a Piero Sraffa, economista italiano, anti-fascista, chiamato a Cambridge da John M. Keynes. Sraffa e Wittgenstein strinsero amicizia ed iniziarono a frequentarsi settimanalmente, dando vita ad uno scambio di idee molto fertile.

La storiografia tradizionale, appunto, riduce il contributo di Sraffa al solo elemento superficiale, senza soffermarsi troppo su cosa cacchio avessero da dirsi un economista ed un filosofo del linguaggio. Detto in altri termini, nessuno si è mai preso la briga di capire cosa c’entrasse Sraffa con le Ricerche.

Amartya Sen

Questo almeno fino all’entrata in campo di un altro economista-filosofo: il premio Nobel Amartya Sen. Sen è il padre di una congettura interessante sul ruolo di Sraffa nel cambio di paradigma tra il primo e il secondo Wittgenstein, una congettura approfondita da Franco Lo Piparo, filosofo del linguaggio palermitano. L’idea di fondo è la seguente: Sraffa avrebbe attratto l’interesse del filosofo austriaco perché a conoscenza delle teorie circa la struttura ed il funzionamento del linguaggio di Antonio Gramsci.

Antonio Gramsci?! Che caspita c’entra adesso il fondatore del Partito Comunista Italiano, tra l’altro all’epoca blindato in carcere per la sua opposizione ai fascisti? Qui viene il bello, almeno per noi nerdacci-secchioncelli: Gramsci era un linguista. Aveva studiato la materia all’università, a Torino, proprio dove aveva conosciuto Sraffa. Detto sinteticamente: Wittgenstein avrebbe portato a termine il passaggio dalla prima alla seconda fase del suo pensiero, ispirato dalle idee di Gramsci. Sraffa, che negli anni del carcere visitava regolarmente Gramsci, sarebbe stato il mediatore di questa relazione.

Il pusher, insomma. Cosa sosteneva il politico comunista di così interessante per Wittgenstein? Gramsci aveva recuperato la distinzione marxistastruttura-sovrastruttura applicandola al linguaggio. Le nostre espressioni verbali e grafiche, rappresenterebbero l’elementomateriale (strutturale) del linguaggio. L’uso e il valore sociale del linguaggio ne rappresenterebbero, invece, la componente sovrastrutturale. Un esempio: la frase “La tavola rotonda è quadrata” è strutturalmente ben formata, tuttavia priva di senso. In alcuni specifici contesti d’uso, contesti sociali in cui l’individuo interagisce con altri individui, la stessa frase potrebbe tuttavia essere sensatissima! Si pensi ad una parola d’ordine, una frase di riconoscimento.

L’idea di fondo di Gramsci, dunque, è che la collettività sia in grado di dare al linguaggio un valore, una sensatezza, molto più ampia rispetto a quello che un’analisi formalista e logicista (Tractatus!) rivelerebbero.

Con altre parole, Wittgenstein esprime esattamente gli stessi concetti quando, nelle Ricerche parla di giochi linguistici, contesti in cui le regole del linguaggio sono definite dalla comunità dei parlanti. Regole sociali e pubbliche (sovrastrutturali), dunque, non individuali (strutturali). La somiglianza è sorprendente.

Due conclusioni: la prima è davvero campanilistica, ma poco importa. Non avevo mai parlato, prima d’ora di un autore italiano. Aver scoperto che il numero uno della filosofia del ‘900 possa essere stato influenzato da un nostro conterraneo è davvero una gran figata.

Secondo punto. Si fa un gran parlare della distinzione tra filosofia analitica e filosofia continentale. La prima sarebbe caratterizzata da interessi di genere logico-scientifico; la seconda si occuperebbe invece di etica, metafisica e antropologia. La distinzione è anche geografica: paesi anglosassoni da una parte, Europa continentale (appunto), dall’altra.

Il drammone è che le due parti si detestano: i continentali (non capendo una fava di logica) se la prendono con gli analitici accusandoli di essere superficiali. I secondi (poco abituati ad interagire con la complessità), se la prendono muovendogli la stessa accusa.

È una distinzione che non mi ha mai convinto. Mi sembra ridicolo inscatolare le idee in maniera così rigida.

Conferma di quanto questa distinzione sia sciocca viene proprio dalla congettura di Sen: Wittgenstein viene considerato il big boss degli analitici. Il Gramsci pensatore, invece, rientrerebbe probabilmente nel novero dei continentali.

Il fatto che uno dei maggiori capolavori della filosofia analitica possa essere stato ispirato dalle teorie di un continentale è la riprova di come la filosofia sia un fenomeno troppo ricco per essere ingabbiata in sciocche categorizzazioni.

About Giulio Valerio Sansone

Giulio Valerio Sansone
Triennale in Filosofia a Roma, studente di Economia dell'Innovazione a Milano. Orgogliosamente parte della ciurma di Polinice dai suoi gloriosi albori. Vi fracassa le scatole un mercoledì ogni quattro.

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