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Le bombe del ’92 – ’93, madri della Seconda Repubblica

Tanto si è detto e scritto sul periodo ’92-’93 e sulla trattativa stato-mafia. Alcuni elementi però non sono stati necessariamente messi a fuoco o sufficientemente fissati nella memoria collettiva. Le polemiche politiche hanno spesso sovrastato i fatti, pur gravi, che sono stati accertati e hanno creato una condizione tale da far credere che ogni tentativo di ricostruzione giudiziaria e mediatica sia macchiata di dietrologia. Questo articolo cercherà di analizzare e di ripercorrere le 5 bombe del ’93 che fecero da apripista a quella che molti giornalisti hanno ribattezzato (impropriamente) come Seconda Repubblica.

È però necessario contestualizzare il tutto partendo dall’anno precedente: il ’92 era già stato un anno molto, molto difficile per la Repubblica Italiana. Il 30 gennaio 1992 la Cassazione conferma gli ergastoli del maxiprocesso contro la mafia e sancisce la validità delle confessioni dell’ex boss mafioso Tommaso Buscetta che nelle udienze del Maxi Processo aveva spiegato per filo e per segno la struttura di vertice di Cosa Nostra. Una buona notizia per la giustizia ma anche un chiaro segnale d’allarme: d’ora in poi Falcone e Borsellino, già da anni costretti a vivere sotto stretto contatto con le proprie scorte, sono sotto tiro. Il 17 febbraio 1992 a Milano viene arrestato Mario Chiesa, presidente del Pio Albergo Trivulzio, colto sul fatto mentre si intascava una tangente. È l’inizio del più grande scandalo politico degli ultimi 20 anni: Tangentopoli.

Il 12 marzo 1992 due killer mafiosi uccidono l’on. Salvo Lima, democristiano molto vicino ad Andreotti e mediatore degli interessi di Cosa Nostra all’interno del mondo politico, colpevole di non esser riuscito ad evitare la condanna del sistema mafioso in Cassazione. È l’antipasto del menù a base di sangue e tritolo che la mafia offrirà a tutto il paese. Mentre il Parlamento non riesce ad eleggere il nuovo Presidente della Repubblica, Il 20 maggio l’agenzia di stampa “Repubblica” ha una strana premonizione: «Manca ancora qualcosa di drammaticamente straordinario. Un bel botto esterno, come ai tempi di Moro, a giustificazione di un voto di emergenza.». E tre giorni dopo il “bel botto esterno” arriva: sabato 23 maggio 1992 Giovanni Falcone salta in aria con gli uomini della sua scorta e la moglie Francesca Morvillo a Capaci mentre si trovava in macchina sull’autostrada Punta Raisi-Palermo. Falcone sarebbe potuto morire già 3 anni prima quando il 24 giugno ’89 gli uomini della sua scorta trovarono all’interno di una borsa da sub posizionata sugli scogli di fronte alla villa dell’Addaura (che il magistrato affittava ogni estate) 58 candelotti di dinamite. Insieme a lui ci sarebbero dovuti essere due magistrati svizzeri che lavoravano insieme a lui nell’ambito di un’inchiesta sul narcotraffico internazionale: Claudio Lehmann e Carla del Ponte (ora all’ONU come Membro della commissione sulle violazioni dei diritti umani in Siria e balzata agli onori della cronaca per aver dichiarato che probabilmente ad usare le armi chimiche sono stati anche i ribelli). 57 giorni dopo la strage di Capaci è la volta di Via d’Amelio: domenica 19 luglio 1992 Paolo Borsellino e 5 uomini della sua scorta muoiono mentre il magistrato si era recato a casa di sua madre per accompagnarla dal medico. I loro corpi vengono dilaniati dallo scoppio di un’autobomba.

Nel frattempo Tangentopoli è diventato uno scandalo nazionale di dimensioni gigantesche. La classe politica italiana viene messa sotto accusa quasi in toto dall’opinione pubblica, prima ancora che dai magistrati di Milano nell’ambito dell’inchiesta che rivelerà il segreto di Pulcinella: la corruzione e il finanziamento illecito che caratterizzava il sistema partitico e imprenditoriale italiano. Il pool di Mani Pulite e in particolare l’allora pm Antonio Di Pietro vengono applauditi e lodati da quasi tutti i giornalisti più importanti, anche da quelli che poi, per un motivo o per l’altro, si dichiareranno “garantisti”. Emblematico il caso (tra gli altri) di Vittorio Feltri, allora direttore de L’indipendente, che scriveva: «Ma questa è una pacchia, un godimento fisico, erotico. Quando mai siamo stati tanto vicini al sollievo? Che Dio salvi Di Pietro.». Poi cambierà idea e non sarà l’unico.

Come se non bastassero già la mafia e Mani Pulite ad agitare l’animo gli italiani, il governo Amato decide il prelievo forzoso del sei per mille sui conti correnti nell’ambito della manovra Lacrime e Sangue che permetterà all’Italia di entrare nei parametri di Maastricht. L’Italia è in piena crisi istituzionale, politica ed economica. La mattanza del ’92 si conclude con l’omicidio dell’imprenditore siciliano Ignazio Salvo: due uomini del clan Bagarella lo freddano mentre stava rientrando a casa. Il motivo? Lo stesso di Lima: Salvo (condannato per associazione mafiosa sia in primo che secondo grado) si era impegnato a far pressione per annullare le sentenze di condanna del maxiprocesso in cassazione. Ma non è finita qui, perché il terrore del ‘92 si chiude a fine ottobre quando arriva un primo avvertimento allo stato: il ritrovamento di un proiettile di artiglieria all’interno del Giardino dei Boboli, a Firenze, che però in quei giorni non viene ricondotto alla mafia. Giovanna Maggiani Chelli, presidente dell’Associazione Familiari Vittime della Strage di Via dei Georgofili, riconosce che senza i collaboratori di giustizia oggi non sapremmo che quel proiettile è legato alle stragi dell’anno successivo. Quegli stessi collaboratori di giustizia a cui da un lato viene riconosciuto il merito di essere stati decisivi per aver fatto venire a galla alcuni degli aspetti più torbidi di quegli anni; dall’altro vengono però non assistiti adeguatamente da uno stato che aveva garantito loro protezione in cambio delle testimonianze.

ARRIVA IL ’93 – È in questa delicatissima condizione politica ed economica che l’Italia arriva al nuovo anno. Il 28 aprile entra in carica il primo governo tecnico della storia d’Italia presieduto da Carlo Azeglio Ciampi. Un mandato, quello di Ciampi, che sarà scandito da 5 esplosioni, da un attentato simulato e da un’autobomba inesplosa solo per caso. Il Valzer inizia il 14 maggio 1993 con il fallito attentato a Maurizio Costanzo in Via Fauro, a Roma. L’esplosione provoca 27 feriti ma non ferisce il giornalista, in quel momento uno dei più esposti (tra quelli più celebri) nel contrastare il fenomeno mafioso, che scampa all’attentato insieme alla moglie Maria de Filippi. Il 27 maggio 1993 è la volta di Firenze: un’autobomba imbottita di tritolo esplode accanto alla Galleria degli Uffizi che verrà danneggiata. Questa volta il bilancio è ben più pesante: 5 morti e 48 feriti. Il 2 giugno, festa della Repubblica, siamo di nuovo a Roma: in una cinquecento parcheggiata a pochi metri da Palazzo Chigi viene trovato un ordigno che però fortunatamente è inerte e quindi non esplode. A rivendicare il finto attentato è la Falange Armata, ritenuta espressione dei servizi segreti deviati. Si arriva così al 27 luglio quando in Via Palestro, a Milano, due ragazzi si accorgono che esce del fumo da una macchina parcheggiata vicino al Padiglione di Arte Contemporanea (Pac). I vigili del fuoco fanno subito evacuare la zona ma la bomba esploderà ugualmente alle 23:14 provocando la morte di 3 vigili, un agente di polizia municipale e un immigrato marocchino che dormiva su una panchina. I feriti saranno 12. L’avvocato di Riina dichiarerà molti anni dopo che l’obiettivo in realtà non doveva essere il Pac.

Alle 23:58 di quella stessa sera a Roma esplode un ordigno nella piazza di San Giovanni in Laterano danneggiando le mura della basilica e del Palazzo Lateranense. Dopo dieci minuti, sempre a Roma, un’altra bomba esplode davanti la chiesa di San Giorgio al Velabro. Mentre quest’ultima bomba deflagra, il premier si trova al telefono con il Segretario Generale della Presidenza del Consiglio, Andrea Manzella. Ciampi si reca immediatamente a Roma (si trovava a Santa Severa ndr) ma per oltre due ore Palazzo Chigi rimane isolato a causa di un misterioso blackout. 17 anni dopo lo stesso Ciampi dichiarerà: «Mentre parlavamo al telefono, udimmo un boato fortissimo, in diretta: era l’esplosione della bomba di San Giorgio al Velabro. Andrea mi disse “Carlo, non capisco cosa sta succedendo…”, ma non fece in tempo a finire, perché cadde la linea. Io richiamai subito, ma non ci fu verso: le comunicazioni erano misteriosamente interrotte. Non esito a dirlo, oggi: ebbi paura che fossimo a un passo da un colpo di Stato. Lo pensai allora, e mi creda, lo penso ancora oggi. […] Il golpe non ci fu, grazie a dio. Ma certo, su quella notte, sui giorni che la precedettero e la seguirono, resta un velo di mistero che è giunto il momento di squarciare, una volta per tutte.».

UNA CLASSE POLITICA SOTTO SCACCO? – I due attentati romani non provocano vittime ma fanno riflettere più degli altri. In mezzo a tanti monumenti perché proprio San Giovanni e San Giorgio? Secondo Gioacchino Genchi, ora avvocato e in precedenza consulente informatico di molte procure d’Italia, le bombe erano messaggi precisi indirizzati alla seconda e alla terza carica dello Stato. «Ricordo un particolare che e’ sfuggito a molti, a proposito degli attentati in sincrono di San Giorgio al Velabro e San Giovanni in Laterano. Insomma perché San Giovanni e San Giorgio, perché non li hanno fatti a Santa Maria Maggiore, a San Paolo, che per esempio e’ in una zona isolata o a San Pietro, che avrebbe avuto ancora più risalto? Perché non li hanno fatti all’Ara Pacis o al Colosseo? Perché proprio San Giovanni e San Giorgio? […] Giovanni era Giovanni Spadolini, che era il Presidente del Senato, la seconda carica dello Stato mentre Giorgio era Giorgio Napolitano, Presidente della Camera, terza carica dello Stato che poi è diventato Ministro dell’Interno e ora fa il Presidente della Repubblica.». Ora, non sappiamo se le affermazioni di Genchi abbiano trovato riscontro in una verità processuale o meno; è però indubbio che la coincidenza (se così si può chiamare) è molto, molto sospetta. E d’altronde le intimidazioni e i messaggi a molti politici non sono inventati. Nel febbraio di quell’anno i familiari di alcuni mafiosi avevano già inviato una lettera al Capo dello Stato senza firmarsi.

In quella lettera, velatamente intimidatoria, questi familiari anonimi si lamentano per le condizioni durissime imposte ai boss mafiosi e, tra le righe (come spesso capita nel linguaggio mafioso), sembrano avanzare le prime richieste di chiusura delle carceri di Pianosa e Asinara e dell’abolizione del regime di carcere duro, meglio noto come 41 bis. Etichettano l’allora premier, Giuliano Amato, come “il dittatore”. Alla fine di quell’anno il ministro della giustizia, Giovanni Conso, contro il parere della Procura di Palermo non rinnoverà il 41 bis per 334 detenuti. Conso dice di aver deciso da solo e senza informare nessuno per dare un segnale e fermare le stragi anche se Marco Travaglio obietta che «In realtà il 26 giugno ’93 il nuovo capo del Dap Adalberto Capriotti aveva inviato a Conso un appunto per chiedere il taglio orizzontale (senz’alcuna valutazione oggettiva) del 10 per cento dei 41-bis decretati dopo via d’Amelio dal ministro Martelli e il mancato rinnovo di quelli applicati in seguito dall’ex capo del Dap Niccolò Amato per «373 soggetti di media pericolosità»: il tutto per «dare un segnale di distensione» alla mafia. Conso dice di non ricordare l’appunto, anche se poi lo eseguì alla lettera.».

LA MAFIA È L’UNICO COLPEVOLE? – Non è nelle finalità di questo articolo chiedersi o cercare di dimostrare se una trattativa stato-mafia ci sia stata o meno. È in corso un processo che nonostante le molte polemiche e le varie pressioni e intimidazioni subite dai pm (in particolare da Nino Di Matteo) sta andando avanti: è quindi giusto e doveroso aspettare che questo procedimento giudiziario finisca prima di emettere pseudo-sentenze da bar. Ciò che sappiamo sicuramente è che un papello è stato effettivamente presentato con richieste precise e che secondo il collaboratore di giustizia, Giovanni Brusca, era indirizzato all’allora Ministro degli Interni, Nicola Mancino (ora sotto processo per falsa testimonianza), il quale però ha sempre negato di aver subito alcuna forma di condizionamento.

Anche se ancora non vi sono verità processuali certe, vi sono elementi che fanno pensare che dietro le stragi del ’93 non vi sia stata solo la mafia. Giuseppe Pisanu, ex presidente della Commissione Antimafia, si interroga: potevano menti sì criminali, ma fondamentalmente rozze come quelle di Riina o Brusca arrivare a fare questo tipo di attentati? Attentati che invece assomigliano stranamente a quelli di stampo terroristico-eversivo. La mafia, infatti, aveva sino ad allora sempre scelto i propri bersagli e colpito quelli: mai era ricorsa a bombe contro monumenti di città d’arte. Pisanu ipotizza che dietro le stragi ci possano essere «menti più raffinate, appartenenti ad ambienti diversi, italiani e anche stranieri». A questo proposito, Walter Veltroni dichiarò in un’intervista per Repubblica: «Non erano sicuramente soltanto stragi di mafia. Anzi, sulla base delle inchieste, non si dovrebbe neppure più chiamarle in questo modo. Sono stragi di un anti Stato, che era o forse è annidato dentro e contro lo Stato. […] Lei crede che Riina o Provenzano avessero mai sentito parlare nella vita del Velabro e dei Georgofili? É pensabile che la mafia, con i suoi codici secolari, abbia adottato per la prima volta dopo Portella Della Ginestra il linguaggio terroristico delle stragi senza una ragione forte, politica?».

Altro elemento che fa riflettere sono le parole pronunciate da Piero Grasso che quand’era ancora procuratore nazionale antimafia disse: «L’attentato al patrimonio artistico e culturale dello Stato assumeva una duplice finalità: orientare la situazione in atto in Sicilia verso una prospettiva indipendentista, sempre balzata fuori nei momenti critici della storia siciliana, e organizzare azioni criminose eclatanti che, sconvolgendo, avrebbero dato la possibilità ad un’entità esterna di proporsi come soluzione per poter riprendere in pugno l’intera situazione economica, politica, sociale, che veniva dalle macerie di Tangentopoli. […] Certamente Cosa nostra, attraverso queste azioni criminali ha inteso agevolare l’avvento di nuove realtà politiche che potessero poi esaudire le sue richieste. D’altro canto occorre dimostrare l’esistenza di un’intesa criminale con un soggetto anche politico in via di formazione, intenzionato a promuovere e sfruttare una situazione di grave perturbamento dell’ordine pubblico per la sua affermazione. Rimangono molte domande a cui bisogna dare risposta.».

LA FINE DEL BIENNIO DEL TERRORE – A fine ’93, uno degli indagati sull’inchiesta dei fondi neri del Sisde (Servizio per le Informazioni e la Sicurezza Democratica) accusa niente popò di meno che il Presidente della Repubblica, Scalfaro, di aver preso soldi in nero quando questi era Ministro dell’Interno. La reazione di Scalfaro è veemente: nell’intervallo della partita di Coppa UEFA Cagliari – Trabzonspor si rivolge agli italiani con un videomessaggio trasmesso a reti unificate che passerà alla storia: «Prima si è provato con le bombe. Ora, con il più vergognoso e ignobile degli scandali. […] A questo gioco al massacro, io non ci sto! Io sento il dovere di non starci e di dare l’allarme.». Maggiani Chelli incalza: «Quando il Presidente della Repubblica a reti unificate dice “Ieri hanno provato con le bombe, oggi con il più vile dei ricatti” vuol dire che non può non sapere chi ha provato con le bombe…».

Nel frattempo, la mafia vuole dare il colpo di grazia: il 31 ottobre 1993 è in corso la partita Lazio-Udinese. Il boss Giuseppe Graviano dà l’ordine a Gaspare Spatuzza di organizzare l’attentato. Un’autobomba è pronta ad esplodere in una zona presieduta da carabinieri subito dopo la fine della partita, mentre gli spettatori lasciano lo stadio. L’attentato però fortunatamente fallisce perché secondo quanto afferma Spatuzza, divenuto un collaboratore di giustizia (ritenuto attendibile dagli inquirenti), il telecomando a distanza che doveva far esplodere l’autobomba si inceppa. Ma Spatuzza va oltre e racconta: «Nel ’94 incontrai Giuseppe Graviano in un bar in Via Veneto, aveva un atteggiamento gioioso, ci siamo seduti e disse che avevamo chiuso tutto e ottenuto quello che cercavamo grazie alla serietà delle persone che avevano portato avanti quella storia e non come quei quattro “crasti” socialisti che avevano preso i voti nel 1988 e 1989 e poi ci avevano fatto la guerra. Mi vennero fatti due nomi tra cui quello di Berlusconi. Io chiesi se era quello di Canale 5 e mi disse: sì. C’era pure un altro nostro paesano. Graviano disse che grazie alla serietà di queste persone ci avevano messo il paese nelle mani.». Ora, a prescindere dai giudizi politici che si possono dare su Berlusconi e che non riguardano le finalità dell’articolo, va detto che nel ‘97 il gip della Procura di Palermo, Gioacchino Scaduto, archiviò l’indagine per concorso esterno in associazione mafiosa a carico del leader di Forza Italia; nel ‘2002 il gip della Procura di Caltanissetta chiese e ottenne l’archiviazione di Berlusconi e Dell’Utri come mandanti esterni delle stragi di Capaci e Via d’Amelio: nel ’98 sono Berlusconi e Dell’Utri sono stati archiviati nell’indagine che li vedeva indagati come mandanti esterni della strage di Via dei Georgofili; solo quest’ultima indagine sarebbe stata riaperta (ma la Procura di Firenze ha sempre smentito) e tuttavia sarebbe in via di nuova archiviazione. Le accuse di altri pentiti come Giovanni Ciaramitaro e Giuseppe Monticciolo non sono state ritenute sufficienti.

Insomma, malgrado indagini e accuse sino ad ora non sono trovati elementi decisivi per poter dimostrare la colpevolezza (sia pur esterna) di Berlusconi nelle stragi. Ma va anche detto, e questo è un fatto, che proprio nel ’94 le bombe si fermano; il 26 gennaio ’94 Berlusconi annuncia la sua discesa in campo: dopo poco più di due mesi è già Presidente del Consiglio per la prima volta. Un mandato che (a differenza di quello di Ciampi) non sarà sfiorato dal problema delle bombe. Il progetto di Sicilia Libera, il movimento autonomista che si stava per fondare per volontà dei vertici di Cosa Nostra (Provenzano in primis) e che voleva portare avanti un progetto politico mafioso , si bloccherà proprio in concomitanza della formazione e dell’affermarsi di Forza Italia. Secondo la sentenza di II grado del processo Dell’Utri, le stragi di Firenze, Roma e Milano non sono state il frutto di un’organizzazione criminale che mirava a favorire Forza Italia. Ma quali che siano le verità processuali, è un fatto che le bombe da quel famoso «L’Italia è il paese che amo…» si sono interrotte. Il resto è storia nota.

Andrea Cartolano – AltriPoli

About Andrea Cartolano

Andrea Cartolano
Appassionato di politica interna, estera, storia e sport. Laureato in Lingue Moderne per la Comunicazione Internazionale presso l'Università degli Studi Roma Tre, si è dedicato allo studio della lingua e della cultura araba viaggiando in Libano, Siria e Marocco. Con il sogno un giorno di poter unire la passione per il mondo arabo a quella per la stampa.

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