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5 dischi mainstream che mi hanno cambiato la vita

Metallica – Master of Puppets (1986)
Erano i primi giorni di quarto ginnasio e io mi dividevo fra i singoli di MTV, i Daft Punk  e i Nirvana. Nella mia completa ignoranza avevo capito una cosa: quando il volume delle chitarre era alto c’era una seria possibilità che quella musica mi piacesse. Partì tutto da una cassetta di amico. C’erano i Metallica, i Testament e i Dream Theater. Il primo grande amore furono proprio i Metallica, dei quali comprai subito Master of Puppets, il loro capolavoro del 1986. E’ difficile dire quanto io debba alla musica dei Metallica. La mia emancipazione musicale  (e personale), non avendo i classici genitori appassionati di musica che ti crescono a forza di Zappa, Pink Floyd, e progressive anni ’70, parte proprio da qua. Provo nostalgia per la passione che ho provato  per un disco che ho sentito un numero inimmaginabile di volte. Ricordo quando ascoltavo con il libretto aperto per imparare i testi, le scritte sul diario e sul banco, la continua lettura di interviste e retroscena. Ricordo che un giorno, a casa di un amico, vedemmo un live di nome Cunning Stunts, una vera schifezza, una specie di tradimento. Stavo quasi per piangere, un po’ come quando quella tua amica che ti piace a quattordici anni si mette con il tipo più grande e più interessante di te. La cosa buffa è che quel live esisteva da molto prima che io conoscessi i Metallica, ed era proprio quello il bello.

Pink Floyd – Dark Side of the Moon (1973)

Troppo facile farsi i fichi dopo, quando sei grande. Siamo degli animali bugiardi e traditori. Dark Side of The Moon è il disco mainstream più bello che esista: punto e fine. Poi si possono dire miliardi di cose, si può tirare in ballo quel genio di Syd (io lo faccio sempre), o dire che il disco è più un capolavoro di produzione che di composizione, ma sta di fatto che questo è uno di quei dischi che è riuscito a sintetizzare all’interno della forma-canzone gli esperimenti stilistici degli album precedenti, il tutto preso per mano dai testi di un Waters al picco della sua ispirazione.

The Velvet Underground & Nico (1967)

La prima volta che ascoltai (con cognizione di causa) i Velvet Underground fu circa dieci anni fa. Il ragazzo del tempo di una mia cugina più grande, in mezzo a una coltre di dischi di merda, aveva il celeberrimo Velvet Underground & Nico’, forse regalo di qualche amico d’infanzia che sperava di salvarlo da una vita di mutande strette con l’elastico Calvin Klein in vista, o magari di un vecchio zio rockettaro, o magari se l’era comprato lui attratto dall’iconica banana. Sta di fatto che il momento in cui ascoltai la doppietta iniziale “Sunday Morning” e “I’m Waiting for the Man” è uno dei ricordi più nitidi che ho. Ricordo lo schifoso stereo, ricordo io che giocavo a Scudetto, ricordo che cominciai a battermi le mani sulle gambe. Tutto il resto non lo so, ma è uno di quei dischi che non ho mai smesso di ascoltare.*
Daft Punk – Discovery (2001)

Comprai Discovery poco dopo la sua uscita. Era il 2001 e non avevo la minima concezione di quanto ciò che stava accadendo avrebbe cambiato la mia concezione della musica. Mi colpì l’immagine della band, le animazioni di Leiji Matsumoto, e ovviamente l‘irresistibile sound del duo elettronico francese. Per anni, concentrato sull’essere un metal-rockettaro intransigente, abbandonai il disco e per anni provai a scambiarlo per un altro disco. Per fortuna non ci riuscii mai. Devo ai Daft Punk tantissimo, e tuttora sono fra i miei artisti preferiti.



The Smiths – The Queen is Dead (1986)

Mi piace molto raccontare il modo in cui conobbi gli Smiths, forse perché con egoismo ritengo sia una storia molto romantica (quando a ben vedere è il modo in cui quasi tutti conoscono una band), forse perché è una delle poche cose che ricordo relativamente alla scoperta di un gruppo che ha cambiato il mio modo di intendere la musica. Ero in un pub e passò ‘There is a Light that Never goes Out’, chiesi delucidazioni a Ivan, un mio amico in fissa con il punk, lui il giorno dopo mi porto un best. Dopo pochi mesi conoscevo già tutto il catalogo. Ancora non li ho mai traditi.


PoliRitmi-Luigi Costanzo




*da Ciao Lou, Polinice, 28 Ottobre 2013

About Luigi Costanzo

Luigi Costanzo
Laureato in Lettere per hobby e per errore, fondatore di Polinice, collaboratore per Nerds Attack!, batterista di Departure ave. e The Wisdoom. Scrivo di musica, suono la musica, parlo di musica. Il resto del tempo mi annoio molto.

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