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Bando alle Cenci, parliamo del Caravaggio e Tor di Nona



Foto di Tor di Nona da Roma Sparita
In tempi di bianco rosso e Babbi Natali, Roma si addobba di alberi palle e lucine; e tra i giri natalizi non può mancare la visita a nonna Piazza Navona e alle sue irriverenti nipotine bancarelle.
Sicché tra un regalo e l’altro vorrei condurre qualche anima stanca a portare lo sguardo un po’ oltre i balconi della piazza. Oltre il trionfo delle luci della ribalta barocca, oltre le mani del Bernini ed il disegno del Borromini, nel quartiere del centro di Rione Ponte si nasconde una zona a lungo dimenticata, ma che tempo addietro e tutt’ora rivela una Roma fatta di storie ed intrighi, danaro e corruzione, arte e morte.

Sul Lungotevere venendo da Castel Sant’Angelo, poco prima del semaforo del Palazzaccio vi si passa accanto: la zona di Tor di Nona. La Roma storica è costellata di torri e torrette, qui nel Rione citato se ne ha da Tor Millina a Tor Sanguigna, ma Tor di Nona nasce già in gran sfavillo come antica torre degli Orsini, una delle famiglie della nobiltà nera romana.
L’attuale lungotevere omonimo è il risultato dell’intervento piemontese dei muraglioni che risolse il problema alluvionale della città ma tolse il dialogo stretto che un tempo Roma aveva col suo innamorato fiume.
L’area intorno, ai tempi, si configurava proprio come una di quelle zone di ponte tra il Tevere e la città. Tale dialogo e la prossimità con ‘i coronari’ e le altre aree di maestranze fece sì che la zona si popolasse di botteghe di artigiani, scultori, orefici, perché i marmi e i metalli provenienti dalle rotte commerciali approdavano per mezzo di barche proprio là, su quella sponda del Tevere.


Tornando all’edificio, nel quattrocento divenne un carcere, famoso per la  cruenta severità delle pene e delle torture. Tra i vari a varcare le soglie del tetro luogo spiccano figure incredibili, come il grande scultore e maestro Benvenuto Cellini ed il turbolento carattere geniale del Caravaggio. Quest’ultimo rinomato per il suo temperamento irruento fu rinchiuso più volte nelle anguste celle.
Stendhal, inoltre, ci racconta nelle sue “Cronache romane” l’episodio tragico della giovanissima Beatrice Cenci, che sconvolse a lungo gli animi della città. Condannata a morte per parricidio ed a lungo detenuta nel carcere fu infine decapitata in Piazza Sant’Angelo di fronte allo sguardo sconvolto ed impassibile della folla.
Alla decapitazione assistette lo stesso Caravaggio
insieme con il pittore Orazio Gentileschi e la figlia, la piccola Artemisia. Tre grandi maestri riuniti insieme nel lutto di una Roma controversa e cupa, che silenziosamente influenzò gran parte dell’operato dei tre. Proprio mentre la Roma di Campo Marzio e San Pietro veniva illuminata ad arte e d’arte nella luce della controriforma con palazzi, chiese, statue e grandi opere pittoriche, al contempo, nella tetraggine che la severa autorità ecclesiastica distribuiva a macchia d’olio nella città, si celava l’area di Tor di Nona, con il carcere colmo di grandi personaggi, con le discusse esecuzioni in piazza e con un artigianato locale, sapiente, ma profano.
 
Il volto fiero di Giuditta nel Giuditta ed Oloferne del Caravaggio, possibile eco di Beatrice Cenci
Nel seicento il vecchio carcere venne trasformato in un gran teatro, che s’incendiò nel settecento e venne ricostruito a nuovo successivamente.
Negli anni del dopoguerra non ci stupisce che l’area venne destinata al mercato nero, conservando quella sua vocazione artigianale e commerciale, ma al tempo stesso non abbandonando la dimensione torbida che l’aveva seguita per tutta la sua storia.
Negli anni Settanta la zona visse una stagione significativa nella lotta per il diritto alla casa e per il risanamento edilizio del centro storico. L’area era infatti caduta in un degrado fatiscente, dopo esser stata espropriata dal Comune negli anni ’50. Fin quando nel ’76 un gruppo di studenti di architettura ridipinse tutte le facciate della zona di storie e racconti fantastici, riportando in vita tramite la vernice sia le botteghe degli artigiani ormai chiuse, sia le  impalcature ed i carpentieri all’opera, sia il dialogo con il Tevere con il disegno del fiume, di barche e marinai ed infine un asino che vola a vegliare le fantasie speranzose di ogni passante rattristato. L’opera riuscì nel suo intento e negli stessi anni il critico d’arte  Giulio Carlo Argan, da sindaco, avviò per questi edifici un complesso piano di recupero che vide l’assegnazione delle cellule abitative ai ceti popolari.
 
Attualmente il Comune ha ridato luce all’area riprogettando la pavimentazione, collocando una nuova scalinata di collegamento col piano rialzato del Lungo Tevere, nonché invitando gli stessi autori del murales a riproporre parte dell’opera cancellata sul muraglione. 
[Per consultare delle foto: http://www.agf-foto.it/event/it/1/81952

L’asino che vola di Tor di Nona presa dal sito del Gruppo Foto CRAL Telecom
La vecchia strada di Tor di Nona, anche se solo nel disegno, è tornata a parlare col suo fiume. La spina di via dei Coronari che collega Piazza Navona a Castel Sant’Angelo ora è fiancheggiata da un nuovo percorso pedonale. Anche il MACROha colto le potenzialità dell’area allestendo una zona della strada per l’esposizione di opere di street artist e giovani pittori del panorama artistico romano.

Questi interventi, anche se piccoli e puntuali, sono ciò che migliora la città. Una pianificazione attenta alle logiche di vita urbana può portare risultati molto più efficaci rispetto alle grandi opere fanfarone e dai costi esosi.
Che Caravaggio ce ne dia il coraggio!

Isabella Zaccagnini – PoliLinea

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Isabella Zaccagnini
L'Architettura è uno strumento atto a semplificare la vita dell'uomo. Essendo la vita una realtà complessa, come ogni complessità, per essere semplificata, è necessario il tentativo di spiegarla. In tale direzione va la ricerca personale svolta con PoliLinea.

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