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Un ponte non è una casa

L’antico antagonismo tra architetto ed ingegnere porta, spesso, ad una ben nota diffidenza reciproca. Se il primo ricerca, per indole, la bellezza nelle cose costruite, il secondo predilige trovarla nel modo in cui esse possono essere realizzate. Ma nel mondo antico tre erano le caratteristiche fondamentali per una buona costruzione: la venustas, la firmitas e l’utilitas. Quest’ultima, è la componente funzionale cui le costruzioni devono, sempre su vitruviana indicazione, rispondere.

Se si considerasse come pienamente valida tale considerazione, nella quale la bellezza e la solidità statica non possono prescindere dall’utilità, capiremmo come architetto ed ingegnere non possano essere antagonisti, essendo mossi dalla medesima ricerca di soluzioni a problemi reali.

Le aule delle facoltà di architettura, dove gli insegnamenti di statica e scienze delle costruzioni causano agli studenti crisi depressive miste ad attacchi di panico potrebbero, con poche parole e qualche immagine, liberarsi dal tormento delle normative e dei codici e rivelare le potenzialità di una scienza probabilmente non esatta, ma molto precisa. Si capirebbe come sia indispensabile conoscere la storia dell’ingegneria, in particolare quella italiana, per comprendere come la sua essenza non sia fatta solo di formule e numeri, bensì della stessa sensibilità che si trova nei personaggi che hanno scritto la storia dell’architettura.

Se, ad esempio, analizzassimo le opere di Nervi si capirebbe come esse abbiano goduto da sempre di una fama inconsueta perché frutto, oltre che di una mente eccezionale, anche di un periodo storico particolarmente attento alla valorizzazione di tali capacità.

Ma la maggior parte delle opere di altri e altrettanto capaci ingegneri come Zorzi, Musmeci e Morandi sembrano ancora riservate ad un pubblico ristretto. Probabilmente si può percepire tale distanza nelle confuse biografie sparse in rete, dove vengono a volte definiti ingegneri, a volte architetti. Spesso ingegneri e architetti contemporaneamente.

Eppure Riccardo Morandi, con un elenco di oltre cento opere realizzate in Europa e nel mondo, riuscì ad influenzare la scena architettonica internazionale arrivando ad affascinare persino Le Corbusier che trasse spunto dal suo aeroporto di Fiumicino a Roma per il famoso progetto dell’ospedale di Venezia.

Tra le altre realizzazioni dei primi anni ’60, il viadotto Bisantis di Catanzaro è un’opera che ancora oggi rappresenta il punto più alto della conoscenza tecnica di quel periodo. Alto davvero, in quanto primo ponte in Europa nel momento della costruzione per altezza totale dell’impalcato.

Tanta attenzione per un ponte può sembrare esagerata, ma il fatto che ancora oggi, a oltre cinquanta anni dalla realizzazione, esso sia ancora il primo in Italia per altezza, luce e lunghezza, dovrebbe renderne evidente l’eccezionalità. La vera fortuna, insolita quando si parla di ponti, è quella di poterlo vedere da sotto, riuscendo così ad averne una visione d’insieme sin dall’inizio. Poi, attraversandolo, il panorama della costa jonica calabrese lascia intravedere, in un paesaggio purtroppo corrotto dall’insensibilità estetica, brani di natura violenta e affascinante che arrivano fino al mare.

La struttura del ponte può essere divisa in tre parti fondamentali: il grande arco centrale, i cavalletti che lo collegano ai pendii dei colli e il sottile impalcato. Il tutto in cemento armato, materiale grigio e aspro che sembra riflettere i colori della macchia mediterranea che nasce ai bordi del torrente al di sotto di esso.

L’essenzialità delle forme è la vera forza di quest’opera. Non ci sono sprechi di materiale, nessun elemento sembra superfluo: tutto appare anzi troppo leggero, troppo esile per poter restare in piedi. Non fu solo volontà estetica, né risultato di soli calcoli matematici. Era la materializzazione di una sensibilità (non personale, evidentemente), che riusciva a riunire insieme i migliori presupposti di economia e praticità e ad indirizzarli verso l’obiettivo dell’attenta realizzazione. La volgare ipertrofia alla quale siamo abituati nelle attuali costruzioni di questo tipo, appare allora sempre più incomprensibile se paragonata ad una tale raffinatezza.

Morandi seguì la creazione del ponte in ogni sua fase, dalla prima idea alla prova di carico finale. Conosceva il modo in cui realizzare le cèntine per l’arco (le più alte mai costruite in Italia), capiva perché l’inclinazione dei ritti dovesse essere di 15°30’ esatti, intuiva il problema statico e sapeva trovarvi la soluzione, quella migliore. Le armature interne in acciaio sembrano più delle opere d’arte che risposte alle necessità tecniche. E il risultato finale esprime al meglio questa fortunata unione di fattori straordinari. Tanto da superare la propria natura pratica e diventare un simbolo per tutta la città, che oggi lo chiama semplicemente “il ponte”.

Personaggio insolito, Riccardo Morandi, ingegnere e architetto. Perfezione costruttiva e vera volontà estetica, senza presunzioni professionali o ingenue attenzioni alle norme per le costruzioni. Dovrebbero essere queste le caratteristiche dei costruttori di oggi; sarebbe bello riprendere la strada che queste persone hanno percorso fino a qualche anno fa e che abbiamo abbandonato, nell’inseguimento di altri abbaglianti miti. Forse si tornerebbe a trovare la vera bellezza anche in un ponte, simbolo della genuina volontà umana di risolvere i problemi della natura. Quale ruscello non vorrebbe il suo Morandi? 
Alessio Agresta – PoliLinea

About Alessio Agresta

Alessio Agresta
Architetto, convinto di aver scelto un mestiere capace di migliorare la vita di molti, ma anche in grado di far grossi danni. Scrivo su Polilinea dal 2012 anche per provare a schiarirmi le idee.

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