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Protect me from what I want

Negli ultimi giorni i treni dell’Underground sono pieni di buffe combinazioni: uomini con piante natalizie alte due metri, uomini con buste di Victoria Secret, uomini con casse di Champagne in offerta-solo-oggi-da-Sainsbury’s’, uomini in tuta che si consultano sulla gravità del fatto di non aver fatto nessun regalo di nessun genere; giovani coppie che trasportano buffamente alberi di natale, che litigano per ‘chi andrà a casa dei genitori di chi’, per ‘chi cucinerà non sapendo cucinare perché abituato al take away’ o per chi pulirà tutto poche ore prima di ricominciare a lavorare.

Non solo, oltre alle solite scenette buffe e alle solite ‘appassionanti’ spinte pubblicitarie natalizie si ramifica una strada alternativa che attraversa e appunto si diversifica in ciascuna delle diverse etnie  e comunità multietniche all’interno della città, e che rafforza per mezzo della globalizzazione l’identità locale di ciascuna.Una donna nera sorridente con pelliccia leopardata e capelli laccati attraversa i vagoni cantando sermoni incomprensibili benedicendo i suoi compagni di viaggio; un uomo tira fuori il portafoglio e lei si arrabbia “niente soldi, ti sto offrendo la mia benedizione sciocco!”“The North Pole is melting. You’d better believe it”: l’immagine pungente di un Babbo Natale abbronzato  che richiama le coscienze della folla metropolitana di Londra è da alcune settimane su tutti i treni dell’Underground; sul sito di Greenpeace UK nel video completo Santa Claus si rivolge ai bambini, preannunciando che il Natale sta finendo, non perché lui in realtà non esista, ma perché il Polo Nord si sta sciogliendo, e lui non può far nulla.

Cosa succede oggi nel mondo?

Sui giornali oggi leggiamo di statistiche riguardanti non solo regali e crisi ma anche culture diverse e stravaganze; veniamo a sapere di diversi Natali che una volta non avremmo potuto conoscere.

Nell’India cristiana, in particolare nelle regioni di Goa, del Kerala e di Calcutta, si festeggia nelle strade e ci si accorge con sorpresa della quantità di non-indù presenti nella penisola, dove il Natale oggi appare come una sorta di secondo “Diwali”, la festa -laica- dei colori festeggiata dall’intera popolazione indiana.

A New York, Manatthan e Brooklin, come ogni anno sono risultate le più decorate, luminose e ricche zone della Grande Mela, ma anche città sud americane meno globalizzate ma per tradizione molto cristiane, di pari passo con le capitali emergenti (prima tra tutte Rio de Janeiro), sono rimaste imbattute in quanto a spettacolarità.

In Asia, nonostante le difficoltà legate al tifone Haiyan, Manila ha iniziato a prepararsi al Natale già da molte settimane, addirittura, dicono i filippini, già da Settembre; dal 16 Dicembre, per nove giorni, le famiglie si dedicano interamente ai rituali andando ogni giorno in chiesa alle 4 di mattina e rimanendoci per giornate intere.

A La Paz, in Bolivia, l’associazione Carros de Fuego regala giocattoli ai bambini; a Zagreb in Croazia hanno acceso e fatto volare migliaia di lanterne in Zratava Fasizma square; dall’altra parte del mondo, a Toronto, una tormenta ha ghiacciato migliaia di alberi di Natale addobbati, che sono diventati delle sculture di ghiaccio; mentre in Australia a Bondi Beach, a quattro miglia da Sidney, Babbo Natale arriva surfando con una joint in mano mentre tutti ballano ad uno dei festival natalizi più pazzi del continente.

La grande mela europea, Londra, si ferma per quarantott’ore; si ferma l’underground, l’overground, chiudono gli Starbucks, i Costa, i Wasabi, chiude Topshop, chiudononi i bangladeshini aperti tutto l’anno 24ore su 24; rimangono pochi individui, che si incontrano e si mescolano per le piazze semivuote ricordandosi a vicenda che oggi e domani sono due giorni “diversi”; forse sono gli unici due giorni dell’anno in cui la città del movimento, la città della fretta si ferma.

Londra si abbandona al caldo convivio, si ritrova seduta attorno a numerose tavolate ricoperte di cibo cucinato, gustando la lentezza, antitesi del quotidiano star-in piedi-mangiando davanti ad una vetrina con l’Iphone in una mano e il BB nell’altra. Si parte per poi rincontrarsi nei treni e negli aerei poche decine di ore dopo. Kensington si svuota di italiani, francesi e spagnoli, mentre gli inglesi vanno a trovare i genitori nelle noiose tenute di campagna. A Bricklane festeggiano solo gli indiani, e anche Piccadilly sembra diventare un’estensione multietnica della East London.

Nel Museo di Storia Naturale, a poche centinaia di metri da Hyde Park, con un centinaio di pound insieme al cenone natalizio ti offrono un angolo di pavimento dove dormire, perché la città è bloccata, silenziosa e natalizia: poche macchine, tante luci e un quasi miracoloso non-freddo. Ma allo stesso tempo nel mondo rimane un velo di terrore, che riporta a galla la realtà dello scontro tra civiltà, difficile da digerire in questi due giorni apparentemente sospesi dalla realtà.

A Dora, periferia di Bagdad in cui vive una piccola comunità cristiana, ci sono state ventidue vittime e più di trenta feriti: due autobombe anti-cristiane sono esplose in un mercato e all’uscita della Messa Natalizia.

Nel 2013 si contano circa 6650 morti per motivi religiosi (secondo statistiche dell’agenzia Afp): forse l’anno che ha raggiunto i massimi storici.
Cosa significa quindi questa paradossale crescita bilaterale, da un lato dell’intensità del Natale per le culture locali, e quindi con un forte impatto boomerang sulla globalizzazione, dall’altro dell’irrazionalità della violenza sempre presente, anche nei momenti che dovrebbero essere di sospensione “apparente” della realtà politica, come il Natale.

Sono questi i sintomi contraddittori dello sviluppo, nonché risultati di una forma di istinto che storicamente è rimasta sempre presente attraversando diagonalmente le culture, senza limiti spazio-temporali: quell’istinto non razionale, il cavallo nero della biga alata platonica il cui impatto di massa è il più grande pericolo per i tentativi di “incontro” tra civiltà, ai quali tuttavia, continuando a chiederci cosa succede oggi nel mondo ogni giorno, ed interessandoci, diamo un contributo.”Protect me from what I want” è stata parte di un progetto artistico -ma anche di sensibilizzazione sociale- realizzato  dall’artista concettuale americana Jenny Holzer nello scorso decennio, la quale ha proiettato frasi sui palazzi più noti del mondo con lo scopo di colpire le coscienze degli spettatori; e mi sembra possa essere proprio oggi una giusta preghiera laica -ma anche multireligiosa- da rivolgere alla biga alata che risiede in ognuno di noi.

About Costanza Fino

Costanza Fino
Vive su una nuvola di zucchero filato roteando su una bicicletta fatta di bambù. Laureata in filosofia politica, specializzata sull’India e sulle sue minoranze sociali, pensa a viaggiare, ascoltare, disegnare, fotografare, suonare e pedalare.

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