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Ucraina, Russia, Europa: giochi politici e destini incrociati

La geografia, come affermò un ignoto geografo in evidente conflitto di interessi, è destino. Difficile dargli torto se si pensa alla storia recente e passata dell’Ucraina. Già nella variante orientale della lingua slava antica il nome “Ucraina” era infatti dotato di un significato geografico ben preciso (che curiosamente si è conservato nella lingua russa corrente): il paese “al confine”, che divide il mondo russo, con le sue steppe e le sue terre nere, dal resto dell’Europa non ortodossa. Un mondo scisso tra la fratellanza storica e culturale con l’ingombrante vicino russo (ai tempi di Gogol’ in Russia gli ucraini venivano chiamati “piccoli russi”) e i legami intensi anche se spesso conflittuali con il mondo europeo, molto frequenti ad ovest del fiume Dnepr grazie alla prossimità alla Polonia. Due anime, una orientata verso l’UE e la NATO e una verso l’ex Unione Sovietica, incapaci di trovare una sintesi, in uno scontro senza interruzioni iniziato a partire dal 1 dicembre 1991, data dell’indipendenza ucraina. Come l’anno scorso, quando la proposta della maggioranza di tollerare l’uso di lingue non ufficiali – principalmente il russo, parlato dal 24% della popolazione con punte nella zona orientale e in Crimea – ha scatenato una enorme rissa nella Rada, l’Assemblea generale di Kiev. O come nel 2004, quando i pesanti brogli elettorali messi in atto dal candidato sostenuto dall’apparato, dalle province orientali e dalla Russia, Viktor Janukovych, vennero denunciati dalla Corte Suprema ucraina e dall’opposizione guidata da Viktor Yuschenko e Julija Tymoshenko, che diede vita a manifestazioni con più di 300.000 persone a Kiev conosciute il nome di “Rivoluzione arancione”.

Quasi dieci anni dopo, a seguito di numerosi mutamenti di scena, il contrasto che divide l’Ucraina è tornato rovente su due diversi tavoli di gioco. All’interno del paese grandi folle hanno tornato ad ammassarsi a Piazza dell’Indipendenza a Kiev – popolarmente nota come piazza Maidan – per protestare contro l’incarcerazione di Julija Tymoshenko, contro le condizioni economiche precarie del paese e soprattutto contro la repressione violenta delle manifestazioni studentesche messa in atto da Janukovych, tornato al potere nel 2010. Ma per un paese in cui all’arretratezza dell’economia si affianca una posizione geopolitica strategica, alle dinamiche interne si collega profondamente la scena internazionale: la partita ucraina rappresenta infatti uno dei nodi più complessi dello scontro tra Unione Europea e Federazione Russa.

Da una parte, un blocco europeo che proprio sul tema dei rapporti con il mondo russo appare ancora troppo diviso tra paesi favorevoli ad una rapida integrazione dell’Ucraina, come Polonia e Lituania (intenzionate a limitare il più possibile l’influenza russa nella zona) e grandi potenze poco interessate ad un paese così distante e storicamente assoggettato a Mosca. Dall’altra parte, la Russia di Putin, che con le Olimpiadi di Sochi di febbraio intende celebrare il ritorno del paese al ruolo di protagonista della scena internazionale, con il successo diplomatico sul caso siriano, il peso economico e politico sempre più accresciuto grazie alle risorse energetiche e alla solidità del gruppo BRICS e con il progetto sul tavolo di una unione euroasiatica che imiti il modello europeo e contenga le spinte cinesi in Asia centrale. Questo progetto, presentato durante la campagna elettorale del 2012 come sviluppo del regime doganale comune per il momento limitato a Russia, Bielorussia e Kazakhstan,viene percepito a Bruxelles come un tentativo di sabotare l’avvicinamento tra Unione Europea ed ex repubbliche sovietiche, che con il programma di associazione “Eastern Partnership” (EaP) approvato nel 2008 aveva visto un buon punto di partenza. A questo programma doveva seguire la firma a Vilnius, il 29 novembre passato, di un accordo di associazione, ultimo passo prima di una possibile candidatura alla membership nell’UE. Ma, come era prevedibile, alle firme di Georgia e Moldova non è seguita quella dell’Ucraina, il cui presidente Janukovych si è accordato il 17 dicembre con Vladimir Putin per una ricompensa ben più sostanziosa dei proverbiali trenta denari: il voltafaccia all’Europa è infatti fruttato all’Ucraina un prestito da 15 milioni di dollari e una riduzione del prezzo del gas da 400 a 268 dollari per mille metri cubi.

Ma alla fine di questa costosa partita, vittoria e sconfitta non sembrano essere divise così nettamente come potrebbe sembrare. A Kiev, Janukovych è riuscito a far fruttare al massimo la posizione ucraina in bilico fra due blocchi, ottenendo un’ottima rendita in cambio della neutralità del suo paese: ma in questo gioco diplomatico ha perso il sostegno della popolazione filo-europea, che dalle barricate erette a piazza Maidan minaccia seriamente il suo governo, specialmente in vista delle elezioni del 2015 – dove in assenza della Tymoshenko sta acquistando sempre più seguito la candidatura dell’ex pugile Vitali Klitschko. A Mosca, Putin ha pochi elementi per gioire dell’ulteriore prova di forza russa davanti a istituzioni occidentali. L’ingresso dell’Ucraina nell’unione eurasiatica entro il 2015, ipotetica contropartita della salata ricompensa, dipende dalla capacità di Janukovych di mantenere la sua promessa senza scatenare una guerra civile nel paese. Oltre a questo, la responsabilità per la gestione della disastrata economia ucraina passa ora dall’Europa alla Russia, i cui finanziamenti probabilmente non si limiteranno a questa prima tranche. Ma forse per Putin, che considera il crollo dell’Urss “la più grande catastrofe geopolitica del XX secolo”, la fedeltà ucraina non ha prezzo, e, con il petrolio stabile sul mercato internazionale, le casse statali possono permettersi anche questo fardello, oltre ai mal di pancia causati ai dirigenti Gazprom per gli sconti accordati all’Ucraina.

Il vero rebus di questa trojka è rappresentato però dalla posizione di Bruxelles: raramente come sulla querelle ucraina la mancanza di una politica estera comune ha causato passi falsi così maldestri. Spinta dagli entusiasmi polacchi e svedesi, l’Unione ha iniziato un gioco pericoloso, che ha deteriorato i già freddi rapporti con la Russia, e il cui successo era pregiudicato da due limiti: l’incapacità di promettere a Janukovych un forte sostegno economico sul breve termine da un lato, e la rigidità in materia di democrazia e diritti umani dall’altro, che hanno portato la missione diplomatica a Kiev ad arenarsi sulla richiesta di scarcerazione della Tymoshenko e di riforme economiche e politiche. L’assenza di elasticità al tavolo negoziale non è certo una novità, dato che il bagaglio istituzionale e culturale, vanto del processo di integrazione europea, aveva già ostacolato i rapporti con gli stati africani, spinti dalle pretese europee a preferire finanziamenti cinesi, più sostanziosi e meno esigenti dal punto di vista etico.

Ma, ad di là della magra figura internazionale rimediata dalle istituzioni europee, incapaci di sostenere coi fatti oltre che con le parole i manifestanti di Kiev, dovremmo vedere il lato positivo di questo passo falso, che non ci ha solo rivelato cosa non va nella nostra andatura, ma anche che forse stavamo imboccando un percorso sbagliato. Non esiste infatti una vera volontà politica all’interno dell’Unione riguardo all’espansione dei confini definiti dagli ingressi del 2004. Le uniche annessioni nel breve periodo saranno semmai quelle volte a ricomporre il mosaico insanguinato dei Balcani, nel quale l’UE ha iniziato ad addentrarsi con l’ingresso della Croazia nel 2013. Il futuro delle relazioni tra Unione Europea e Federazione Russa rimane comunque interlocutorio, nonostante il successo di alcuni rapporti bilaterali (come quello tra Russia e Italia), e rimarrà la chiave di volta di numerose dinamiche politiche ed energetiche fino a quando le due parti non riusciranno a istituzionalizzare e pacificare i loro rapporti. Un buon punto di partenza potrebbe essere rappresentato dal riavvicinamento tra Unione Europea e Serbia, roccaforte ortodossa neiBalcani e storicamente alleata dello stato russo per il controllo di un’area di grande rilievo simbolico e geopolitico non solo per il Cremlino, ma per l’Europa intera, in quanto luogo di convivenza e di scontro tra cattolicesimo, ortodossia e Islam. Perché sicuramente il geografo era di parte, ma sulla geografia e sul destino qualcosa aveva capito.

Francesco Tamburini – AltriPoli

About Francesco Tamburini

Francesco Tamburini
Nato a Cesena, studente di lingue straniere a Venezia e di relazioni internazionali a Roma, irretito dallo studio della storia e attualmente impegnato in una relazione complessa con la Russia.

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