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La "sostenibilità" nella migliore delle sue accezioni


Vi è mai capitato di concentrarvi tanto sulla respirazione da avere la sensazione che questa non sia un processo naturale, che richieda il vostro costante controllo?  La prima volta che ho visto, in fotografia, gli edifici di Fabrizio Carola ho avuto una sensazione analoga: quelle cupole, emanazione diretta del terreno sottostante, erano il respiro di un architettura dal fiato lungo, che non si intoppa mai. Per la prima volta mi era chiaro come costruire fosse qualcosa di naturale e necessario, connaturato nell’umanità e al tempo stesso sfuggente nel momento in cui si vuole intellettualizzare il processo.

Per chi non ne avesse mai sentito parlare, Carola non è esattamente un astro nascente dell’architettura: nato nel 1931 a Napoli, nel 1956 si laurea in architettura a l’École nationale supérieure d’architecture La Cambre di Bruxelles, dal 1961 lavora in Africa come architetto-costruttore. La prima esperienza è quella della ricostruzione dell’ospedale di Agadir, in Marocco, distrutto da un terremoto; poi il Kaedi Regional Hospital, in Mauritania, e infine i numerosi edifici realizzati in Mali, in cui passerà buona parte della sua vita dal 1971. Uno dei fattori che ha certamente influenzato di più la sua idea di architettura è la formazione nell’istituto fondato da Van de Velde che, forte dell’eredità del Bauhaus, insegnava architettura come atto concreto del costruire, azione progettuale fondata sulla materia. Ma nessuna formazione sarebbe sufficiente se Carola, prima di essere architetto, non fosse un cercatore, un uomo capace di mettere in dubbio (ed in pratica) ciò che sa e crede: quando nel 1978 gli viene commissionato il Kaedi Regional Hospital lavora per due anni al progetto, ma, appena arrivato in Mauritania, si rende conto dell’inadeguatezza di ciò aveva prodotto sino ad allora e stravolge totalmente il progetto iniziale. 

Le sue architetture sono composte dalle forme della tradizione: cupole di derivazione nubiana realizzate tramite il compasso ligneo (già ripreso e reso celebre dall’architetto egiziano Hassan Fathy), costruite con i materiali della tradizione, la terra, sia cruda che cotta. Molte delle sue cupole sono realizzate con una doppia calotta, in modo da rispondere anche alle esigenze di isolamento termico, particolarmente importanti quando si progetta in ambienti come l’Africa. Durante la messa in opera le strutture sono autoportanti, eliminando la necessità di centine lignee o metalliche; la guida del compasso ligneo rende l’operazione accessibile anche ad operai non specializzati.

È la ‘sostenibilità’ nella migliore della sua accezioni: i materiali vengono estratti in situ, il loro utilizzo non impoverisce l’ambiente, il costo è ridotto, la manodopera è quella locale formata per il singolo progetto, per il 75% i costi della realizzazione vengono reinvestiti sul territorio. Nella visione di Carola le forme dell’architettura devono rispondere al contesto in maniera quasi causale (“ho guardato attentamente il luogo e osservato meticolosamente la cultura dell’abitare prima di costruire. Si badi: il luogo nella sua fisica evidenza, e non il suo ‘genius’ ineffabile”, dice lui stesso), la materia non è solo lo strumento del costruire, ma il suo fondamento concettuale, premessa logica. I suoi impianti planimetrici hanno poco a che vedere con l’architettura come siamo abituata a pensarla comunemente: sistemi polari con aggregazioni ‘cluster‘ che costituiscono non solo nuclei compositivi, ma gruppi significanti  che occupano il territorio con armonia, rispondendo alle logiche abitative del luogo. Certo le limitazioni culturali e legali in Africa sono diverse e lo stesso Carola osserva come “lì è tutto più semplice, una realtà meno strutturata, nei villaggi e nei paesi c’è più libertà, valida finché c’è il rispetto che impedisce di abusarne”.

Ma ogni volta che osservo un edificio dell’architetto napoletano c’è una domanda che non mi permette di goderne con naturalezza: come ha fatto, come è riuscito, seguendo criteri di efficienza e di logica ad ottenere un risultato così organico, poetico, forte? Carola dice di non seguire un’idea architettonica, ma un processo logico del progetto: è il rapporto tra materiale, tecnologia, forma e funzione a  determinare la qualità delle sue architetture, la coerenza e l’assenza di un rifiuto o di un’accettazione, preconcetti di forme o materiali. Le sue architetture africane sono costruzioni, ovvero prodotti diretti dell’azione del costruire, conseguenza dell’esigenza, caratteristica innata dell’uomo, di abitare. È veramente semplice come respirare, mi dico, ma mi accorgo che lo faccio da sempre e mi pare di non esserne più capace.  
Matteo Baldissara – PoliLinea

About Matteo Baldissara

Matteo Baldissara
Sono un giovane architetto, laureato presso l'Università degli studi di Roma - Sapienza nel Luglio del 2014. Attualmente frequento, presso lo stesso ateneo, il XXX ciclo del dottorato in composizione Teoria e Progetto. Dal 2014 collaboro con lo studio di progettazione WAR (Warehouse of Architecture and Research). Appassionato di letteratura ed arte, strizzo l'occhio al mondo della tecnologia, dalla programmazione alla grafica, e a quello del marketing.

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