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La Questione Curda: storia e processo di pacificazione in corso

Di Turchia scrissi già ad agosto, in riferimento alle interessanti forme che allora avevano preso le ormai famose proteste di Gezi Park iniziate a fine maggio. Sicuramente i fatti dei quali si è sentito parlare queste ultime settimane meriterebbero un approfondimento, ma oggi vorrei scrivere di un altro aspetto riguardante la storia ma anche l’attualità di questo strano paese al quale sono particolarmente legato (e poi avevo già deciso di scrivere di altro prima che scoppiassero gli scandali e ciò che ne è seguito).

Molti avranno sentito parlare della cosiddetta “questione curda”, ma non so quanti siano coloro che conoscono la materia. Più volte mi è capitato di parlare di Kurdistan e dover spiegare, a gente convinta del contrario, che sia un’entità politica inesistente. Il Kurdistan non è uno stato, se non nella mente dei curdi stessi. Si può parlare di Kurdistan solo in termini geografici.

Il Kurdistan, noto anche come Anatolia (l’antica Mesopotamia), è un’area geografica, principalmente montuosa, che occupa buona parte del sud-est della Turchia, il nord dell’Iraq, parte del nord della Siria e parte del nord-ovest dell’Iran (in piccola parte si estende an che in Armenia). Quantificare la popolazione curda non è una questione di facile soluzione. Realisticamente si può parlare di almeno 25 milioni di persone che rappresentano il popolo senza stato più numeroso al mondo. La maggior parte di loro vive in Turchia, dove rappresenta quasi il 20% della popolazione nazionale. Turchi e curdi sono differenti dal punto di vista socio-culturale. Tradizioni, lingua, radici storiche e organizzazione sociale divergono sensibilmente. Le radici della questione curda affondano in uno dei periodi più importanti della storia europea del secolo scorso, in particolar modo per la Turchia moderna: la prima guerra mondiale. Nel Trattato di Sèvres del 1920, l’accordo di pace tra alleati e Impero Ottomano, per la prima volta si prevedeva la creazione di un Kurdistan indipendente (allora diviso tra l’impero ed il regno persiano). Con il seguente Trattato di Losanna del 1923, invece, le nazioni vincitrici (in barba al principio di autodeterminazione dei popoli), trattando con la nascente Repubblica di Turchia, divisero arbitrariamente l’area geografica del Kurdistan come detto precedentemente, fra cinque diversi paesi, infrangendo di fatto il sogno della nascita di uno stato curdo autonomo ed indipendente.

Da quel momento in poi, i curdi, come tutte le altre minoranze che avevano composto il variegato sistema sociale dell’impero, subirono il processo di istituzionalizzazione di una forte identità nazionale turca, unica ed indivisibile, avviato dal padre fondatore della Turchia moderna, Mustafa Kemal Atatürk. Il “nazionalismo etnico” sul quale si fondava la nuova Repubblica non lasciava spazio e libertà alle minoranze presenti sul territorio nazionale e prospettava solo l’assimilazione coatta, se non l’allontanamento, per chi non fosse turco (sempre negli anni ’20, furono quasi un milione i greci ortodossi, che risiedevano in Turchia da secoli, costretti a lasciare il paese). Fu così che lingua, tradizioni e cultura curde furono bandite.

Ogni rivolta verrà repressa nel sangue e nel corso del tempo verranno attuate diverse iniziative di deportazione o deliberato annichilimento delle resistenze nei villaggi curdi. Spesso si tratterà di azioni congiunte fra i governi dei diversi stati tra i quali popolo e territorio curdi sono distribuiti e prevederà anche l’utilizzo di armi chimiche.

Il tentativo di reprimere l’identità curda da parte della classe dirigente turca è stato molto sofisticato. La cruciale riforma linguistica del 1928 – quella che in sostanza ha determinato il passaggio dall’ arabo-ottomano ad una rivisitazione dell’alfabeto latino – proibiva l’utilizzo delle lettere “q”, “x” e “w” proprio perché presenti nella lingua curda. Con un’interessante operazione linguistica si cercò di negare addirittura l’esistenza dell’etnia curda: i curdi vennero denominati “i turchi della montagna” (vista la conformazione geofisica della regione nella quale vivono), e furono cambiati i nomi delle loro città e i loro villaggi, per renderli più turchi. Nel 1934, una legge imponeva alle famiglie curde di cambiare cognome adottandone uno che rimandasse maggiormente ad ascendenze turche e nel 1972 si vietò di dare nomi curdi ai propri figli.

Tutto questo tentativo di sistematica cancellazione delle radici culturali e linguistiche della popolazione curda era volto a proteggere e preservare “la cultura e le tradizioni della nazione”. Lingua e cultura ottenevano così un importante valore politico.

Ma i curdi in Turchia sono sempre stati tanti e hanno cercato di resistere a questo processo di integrazione forzata. Il 27 novembre 1978, Abdullah Öcalan, studente di scienze politiche ad Ankara, e suo fratello Osman fondarono il Partito dei Lavoratori del Kurdistan (Partîya Karkerén Kurdîstan, PKK), movimento di ispirazione marxista, con il fine di difendere gli interessi e i diritti della popolazione curda.

La situazione è peggiorata dopo il colpo di stato (l’ennesimo) del 1980. Per “salvaguardare l’unità e l’indivisibilità della nazione” le misure contro i curdi furono inasprite. Il curdo venne definitivamente bandito dai luoghi pubblici e per la Costituzione la lingua turca, da “lingua ufficiale” dello Stato, divenne “lingua madre” di tutti i cittadini turchi. In questi anni il PKK mutò atteggiamento divenendo una formazione militare con il fine di intraprendere una rivoluzione che liberasse il Kurdistan. Nella regione le violenze si intensificarono con attentati da parte dei guerriglieri seguiti da feroci rappresaglie da parte dell’esercito turco.

Solamente nel decennio successivo, vista anche la drammaticità che le tensioni stavano raggiungendo, rientrerà il divieto di esprimersi in lingua non-turca ma diverrà sempre più usuale l’assimilazione “curdo=terrorista”. È in questi anni comunque che gli scontri militari iniziano ad allentarsi grazie anche a diversi “cessate il fuoco” unilaterali dichiarati da Öcalan che però non videro Ankara cogliere l’opportunità di aprire trattative per risolvere la questione.

Gli scontri tra guerriglieri ed esercito turco hanno causato finora più di 40000 morti in quella che nel corso del tempo ha preso i tratti e le dimensioni di una prolungata guerra civile. Öcalan, leader indiscusso del PKK, dopo aver trascorso diversi anni in clandestinità tra diversi paese (tra i quali anche l’Italia sul finire del 1998), nel 1999 viene arrestato in Kenya e confinato in isolamento nel bunker di Imrali (isoletta nel mare di Marmara). Inizialmente condannato a morte, la pena è stata poi tramutata in ergastolo grazie anche ad una massiccia mobilitazione internazionale. Progressivamente le aspirazioni del PKK sono passate dalla secessione, rivendicabile anche con la lotta armata, alla richiesta di maggiori diritti civili, sociali e autonomia amministrativa del territorio per “una soluzione democratica e pacifica della questione”. La scelta di abbandonare la lotta armata però non è accettata da tutti i combattenti e non sono mancati episodi terroristici ad opera di dissidenti anche negli ultimi anni, tutti prontamente condannati dallo stesso Öcalan. Dai primi anni del nuovo millennio il PKK è stato inserito nella lista internazionale delle organizzazioni terroristiche. Tuttavia, la maggior parte dei curdi lo considera come il legittimo rappresentante delle istanze della comunità di fronte al governo di Ankara e gli riconosce anche il diritto ad utilizzare la forza per tutelarne i diritti.

Sin dagli anni ’70 i curdi hanno dovuto ricorrere per necessità all’emigrazione. Le direttrici hanno condotto verso i grandi centri urbani della Turchia occidentale (paradossalmente, la più grande concentrazione di curdi si registra a Istanbul) e oltre, verso l’Europa. Secondo il Consiglio d’Europa sono circa un milione e trecentomila i curdi che risiedono in Europa, concentrati soprattutto in Germania, Francia e Olanda.

Dai primi anni 2000, che praticamente coincidono con l’insediamento dei governi AKP di Erdoğan , il graduale disgelo dei rapporti è proseguito con un cessate il fuoco da parte di entrambe le parti, mantenuto con molte difficoltà. I rapporti hanno tratto beneficio soprattutto dal fatto che la Turchia si sia ufficialmente candidata ad entrare nell’UE, avviando di fatto politiche più democratiche e pluraliste. Tuttavia, non si sono registrati risultati e progressi straordinari.

Il Kurdistan turco, per quanto abbastanza ricco di risorse naturali, continua a soffrire per condizioni socio-economiche nettamente inferiori alla media del paese: il reddito pro-capite è pari al 40% della media nazionale, il settore industriale è particolarmente arretrato e insufficienti sono anche i servizi sanitari e di istruzione. Le differenze economiche corrispondono e si sovrappongono a quelle etniche. Inoltre, la Costituzione vieta l’esistenza di partiti di matrice curda. Ma ancor di più, il 10% della soglia di sbarramento per entrare in parlamento (la più alta nel contesto europeo) impedisce un’adeguata rappresentanza politica delle minoranze presenti nel paese.

Ancora oggi l’associazione “kurdo=terrorista” è particolarmente diffusa. Da tempo varie organizzazioni per la tutela dei diritti umani denunciano l’arbitrarietà di arresti e processi a danno di politici, attivisti, intellettuali, avvocati e giornalisti con opinioni filo-curde.

Ma la svolta per la decisiva soluzione delle tensioni fra Turchia e popolo curdo potrebbe non essere lontana. Da qualche anno sono in atto trattative tra Ankara e Öcalan (al quale sono state alleggerite le condizioni detentive). Nei primi mesi dell’anno (ormai) passato è stata ribadita la sospensione di interventi armati da ambo le parti. Ad aprile, il PKK ha annunciato che avrebbe gradualmente ritirato i suoi uomini (circa 2000 unità) dal sud est del paese verso le montagne del nord Iraq. Da parte sua il governo turco si impegnava ad approvare delle riforme per garantire maggiori diritti, inaugurando di fatto il primo vero e proprio tentativo di avviare un serio processo di pacificazione.

Dopo un’estate con qualche ritardo e alcune esternazioni di insoddisfazione da parte di ambo le parti, a settembre il governo turco ha approvato il cosiddetto “pacchetto di democratizzazione”, una serie di riforme che, tra le altre cose, amplia i diritti e le libertà delle diverse minoranze presenti tra la popolazione turca. Alcune misure rappresentano un buon passo in avanti nella concessione di quei diritti civili e sociali che i curdi richiedono da anni: vedi la possibilità di fare campagna elettorale in lingue o dialetti altri che il turco e di insegnarli nelle scuole private, la fine del divieto di utilizzare lettere non presenti nell’alfabeto turco, il riconoscimento dei nomi curdi di alcuni villaggi ai quali era stato cambiato nome.

Tutto ciò, per quanto abbia deluso le aspettative del BDP (il Partito della Pace e della Democrazia), principale partito politico esponente degli interessi dei curdi, può comunque essere interpretato come un deciso segno di apertura da parte di Ankara. La possibilità di insegnare il curdo nelle scuole private va inteso come un progresso verso il riconoscimento della cultura curda che potrebbe portare a un riconoscimento più ampio del popolo curdo in sé. Come lo stesso Erdoğan ha riconosciuto, non si tratta della definitiva soluzione al problema, ma un importante stimolo a proseguire su questa strada, che già stanno facendo apprezzare dei risultati.

Critiche sono arrivate anche da parte dei nazionalisti del CHP e dei kemalisti del MHP, secondo i quali le misure rappresentano una minaccia per l’unità nazionale. Restano comunque aperte questioni e riforme di maggiore spessore ed impatto, come per esempio il problema legato all’abbassamento della soglia di sbarramento per entrare in parlamento o il definitivo riconoscimento della minoranza a livello costituzionale.

Un anno e mezzo fa ho avuto la possibilità di viaggiare con amici, tra i quali alcuni curdi, per buona parte del Kurdistan turco. In quell’occasione ho potuto confrontarmi con rappresentanti locali del BDP. Ignaro com’ero allora delle motivazioni, delle dimensioni e delle dinamiche storiche dei problemi in questione, una sera, discutendo con alcuni di loro chiesi quando, come e perchè fossero nate tutte queste tensioni e queste difficoltà. La risposta che ricevetti mi lasciò perplesso: in maniera abbastanza retorica un anziano rispose all’incirca così: “Nessuno lo sa più”.

Questa risposta credo dia un po’ la misura dell’anacronismo che la questione ha ormai assunto. Le posizioni si sono talmente radicalizzate nel tempo che, come spesso accade, ci si è scordati del perché e quando il “litigio” sia iniziato e di conseguenza si complicano le possibilità di risolvere il problema. Sembra, però, che la Turchia abbia raggiunto la maturità necessaria per fare i conti con la sua storia e i suoi aspetti più bui e controversi. Speriamo sia giunto il momento dell’emancipazione da pregiudizi e preconcetti e dell’affermazione di valori e diritti per garantire pacifica convivenza, solidarietà e sviluppo al paese e tutti i suoi cittadini.

Matteo Mancini – AltriPoli

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