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Il sottile equilibrio di American Hustle

Con un cast di primo piano e un regista che negli ultimi anni è stato al centro di molte attenzioni American Hustle è una delle uscite con maggiori prospettive nell’imminente award season. Nonostante questi nefasti presagi, tuttavia, il film è in effetti molto ben riuscito e resterà probabilmente uno dei punti più alti nella carriera del dimenticabile David O. Russell.
Per chi non avesse notato la massiccia campagna pubblicitaria, AH è ambientato negli anni ’70 e questo è pressochè l’unico aspetto che lo connota esteticamente. La girandola di camicie ridicole, foulard pomposi, pantaloni a zampa e via dicendo resta piuttosto estrinseca e non vedo sinceramente perchè il film non sarebbe potuto essere ambientato in un altro periodo con altrettanto successo. Del resto lo stile visivo di Russell, ammesso che ne abbia uno, è di interesse molto relativo, e dato per buono che non si scenda mai sotto il livello della competenza si può sicuramente dire che i motivi per cui vale la pena di vedere il film sono altri.
Uno di questi motivi, per esempio, sono le performance di Amy Adams e Christian Bale. Avendo gli unici ruoli di esseri umani in un viavai di macchiette e caricature, si può argomentare che il loro lavoro sia semplificato, ma sono comunque stato molto impressionato dalle prestazioni di due attori che avevo sempre considerato affidabili ma raramente degni di particolare nota. I personaggi che interpretano sono complessi, guidati da motivazioni contrastanti, inclini a ripensamenti, e il film richiede agli attori di giostrarsi tra registri anche notevolmente eterogenei senza perdere la coerenza di fondo di Irving e Sydney. Bale e la Adams riescono ammirabilmente a coniugare queste varie tendenze, e questo sottile equilibrio è proprio ciò che più caratterizza il film.
Il principale pregio della pellicola è infatti la sua capacità, in moltissime scene, di fermarsi esattamente un passo prima che le situazioni degenerino in farsa o melò, lasciando tuttavia allo spettatore la netta percezione della possibilità o addirittura del rischio di queste derive. Ho sentito opinioni di persone che non avevano particolarmente apprezzato il film in quanto nè carne nè pesce,  ma penso in realtà che il film sia entrambe, e consiglio assolutamente di evitare il doppiaggio (in questo caso anche più che in altri) perchè mi riesce veramente facile immaginare come le sfumature possano andar perse in un film che punta così tanto sulla grana fina della scenggiatura e delle interpretazioni. La cosa stupefacente è proprio che il film può risultare genuinamente divertente o genuinamente patetico con cambi di tono netti, a volte anche repentini o addirittura bruschi, ma sempre credibili, e basterebbe veramente poco per alterare la precisione di questo lavoro così chirurgico.
Un pregio collaterale di questo continuo bilanciarsi tra vari registri e polarità drammatiche è che nonostante il film duri le sue buone due ore e mezza o quasi, il ritmo viene sempre tenuto piuttosto alto, il che è il principale punto di contatto con film come Goodfellas e Casino, da più parti indicati come immediate pietre di paragone, ma che American Hustle ricalca più come attitudine superficiale (e a volte per delle strategie narrative, i multipli narratori fuori campo sono presi di peso da Casino) che non come spirito.
Non ho ancora fatto il giro degli altri principali indiziati, ma posso già dire di aver trovato un candidato accettabile per cui fare il tifo nella notte degli Oscar, il che non è poco vista per esempio la desolante lista di nominations dell’anno scorso.
 

About Lorenzo Peri

Lorenzo Peri

Studio informatica e sono un vorace -bulimico direbbero alcuni, e avrebbero ragione- consumatore di cultura pop in forme varie ed eventuali. Tutto mi interessa e niente mi conquista, non so proprio cosa farò da grande.

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