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Il Codice che Vince


Mi ha sempre affascinato la nobiltà etica che si radica nella scienza medica. Non esiste materia più dedita all’altro, che parimenti ‘consacri se stessa al totale servizio dell’umanità’ e della vita stessa. Pensando all’architettura, giova l’animo credere nel fatto che anch’essa svolga il suo contributo sociale e che proprio nella sua manifesta utilità si riscontri la soluzione al contraddittorio che la annovera come arte. Un’ arte utile, che non rimane oggetto inutilizzato, bensì si calpesta, si usa, si vive.  Se l’architettura vien costruita male, gli uomini vivono male: sicché c’era una volta Zazzà ed i tre porcellini e se una stazione dei pompieri è piena di spigoli, i pompieri non potranno svolgere le attività che gli competono (vd. Vitra station) così come se un ponte nun se regge e ti fa scivolare, è un ponte che non collega (cnfr. Calatrava a Venezia), se ad una teca cede il tetto, vuol dire che è una teca che non protegge (Meier Ara Pacis), infine se si vuol camminare sopra le nuvole si sa che non bastano i capitali di un’intera amministrazione.

Cross the icon: Nuvulì Nuvulà, I.Zaccagnini
Domenica scorsa, sulla sacrosanta pagina di cultura del Sole24ore è stato pubblicato un articolo di Salvatore Settis, una delle poche grandi figure di cultura che l’Italia d’oggi può felicitarsi di ascoltare. Tale articolo recita come titolo: Il giuramento di Vitruvio.
Settis ci dice: “come i medici con Ippocrate, così gli architetti dovrebbero legare etica e conoscenza impegnandosi a realizzare sempre edifici di qualità evitando scempi ambientali”. A far da linea guida di questo giuramento potrebbe figurare il buon vecchio Vitruvio, che già agli inizi del primo secolo nel primo capitolo del De Architectura, in poche pagine ci spiegava chi è l’architetto, cosa deve conoscere e come contribuisce alla vita degli uomini [Per consultare una versione tradotta del testo].

Sembra sciocco e futile trovare definizioni del proprio agire in quest’epoca delle infinite possibilità e delle poche necessità, dove tutto può essere e nulla deve; le stesse figure professionali creative tutto possono essere e nulla devono. Eppure qualcosa di necessario e doveroso a cui rivolgersi esiste, l’architettura, come la medicina, trova il suo ambito di esistenza nel rapporto con la vita stessa. L’architettura è involucro e contenitore di una vita che scorre e proprio ad essa, all’uomo che la abita, deve rispondere. Dunque mano sul core e tono sostenuto proviamo oggi a recitare qualche comandamento di un giuramento ipotetico, collirio di nuove generazioni che dell’architettura degli sprechi ne hanno gli occhi pieni.

Anzi, facciamolo recitare proprio a loro, le più nominate e peccatrici delle ArchistarZ. Frank O. Ghery: “Mi impegno a pensare un’architettura plasmata in funzione di chi l’andrà ad abitare, un’architettura che accolga l’uomo, lo protegga e lo aiuti ad identificarsi nella realtà dei luoghi.”

Zaha Adid: “M’impegno dunque ad avere come scopi primari la tutela della salute fisica e psichica dell’altro e degli altri, attraverso la progettazione di edifici salubri e stabili.”

Santiago Calatrava: “Eviterò la progettazione di architetture volte al solo gesto d’affermazione individuale dell’atto creativo, ma luoghi mirati alla fruizione da parte della collettività. Volgerò la passione alla realizzazione di opere che semplifichino e migliorino la vita dell’essere umano, pianificando spazi che non costringano la vita, bensì la invitino e predispongano all’attività.”

Daniel Libeskind: “M’impegno nella valorizzazione e tutela del paesaggio, in quanto è la natura ad ospitare l’architettura. Quest’ultima deve perciò costruirsi in sintonia con l’esistente, suo vincolo e principio, nel rispetto delle leggi che lo regolano e della vita che lo abita.”

Rem Koohlas: “M’impegno allo studio della storia, al rispetto del preesistente, nella consapevolezza che l’esperienza del passato è una continua fonte per le soluzioni del futuro.”

Massimiliano Fuksas: “M’impegno al risparmio delle risorse e alla coscienziosità che tale criterio reca sulla grandiosità degli interventi.”
Richard Meier: “M’impegno ad un’architettura pensata per essere gestita, che comprenda la progettazione di ognuna delle sue fasi di vita, un’architettura che invecchi assolvendo alle sue funzioni vitali così come l’uomo assolve lentamente alle proprie.”

Le tre Grazie, I.Zaccagnini

Detto ciò non va assolutamente condannata quell’architettura fatta di ricerca, che come le dottrine della scienza medica spinge i propri limiti nello studio di nuove soluzioni anche in primo luogo svincolate dalla contingente realtà dei fatti. Ricerca di nuove spazialità formali e temporali, nell’ottica, però, che tale impegno nel tempo giusto vada poi ricondotto ad una meta finale concreta ed efficace, utilizzando proprio quel raziocinio culturale di esperienza dato dalla storia e dal contesto. Quel che è stato fatto, per qualche ragione ha anche funzionato. 
Isabella Zaccagnini

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Isabella Zaccagnini
L'Architettura è uno strumento atto a semplificare la vita dell'uomo. Essendo la vita una realtà complessa, come ogni complessità, per essere semplificata, è necessario il tentativo di spiegarla. In tale direzione va la ricerca personale svolta con PoliLinea.

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