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La forma della musica


Le sale sinfoniche assomigliano sempre più a delle macchine perfette, progettate per permettere al suono di propagarsi fluidamente e raggiungere anche lo spettatore più lontano. Ogni grande città ne vanta una, quasi sempre progettata da un famoso architetto, e quelle che ancora non ne possiedono una si danno da fare per superare questa mancanza. 

Una delle più famose al mondo, riferimento contemporaneo per questo tipo di edifici, è la celebre Philharmonie di Berlino, opera del 1960 di Hans Scharoun. Primo tra i casi in cui un contenitore di musica classica si sia liberata dalle forme canoniche alle quali si era abituati. Le sperimentazioni hanno allora avuto via libera nel fortunato campo dell’architettura per la musica: sembra quasi che ad  esse sia necessariamente richiesta la  stravaganza e la particolarità, superando quanto fatto precedentemente sia in abilità tecnica che in creatività formale. Tutto questo in apparente contraddizione con la musica che vi risuonerà all’interno, il più delle volte classicaper definizione, vale a dire canonizzata, chiaramente riconoscibile nel tempo. Il tutto, ovviamente, non senza perplessità, come per le recenti esperienze di Zaha Hadid in Cina, che ci mostrano enormi ambienti che troppo somigliano a futuristiche carrozzerie di automobili e troppo poco a teatri dell’Opera. È anche interessante notare come in queste opere sia sempre giustificato lo sforzo economico quanto quello ecologico, necessari per realizzarle. Nessuno si aspetterebbe una sala da musica per duemila spettatori ad “impatto zero”. Ed è forse questa liberazione, seppure temporanea, dalla diffusa vocazione ecologista, che permette ai fortunati progettisti, di creare dei veri e propri strumenti musicali fuori scala. 

Tornando per un istante a Scharoun e alla sua opera, è utile soffermarsi sulla fondamentale influenza prodotta nel mondo dell’architettura contemporanea. Forme simili possono essere ritrovate nel recente progetto di Herzog & De Meuron per la Philarmonie di Amburgo, così come in quello di Renzo Piano per l’Auditorium di Bologna.
Scharoun – Herzog & De Meuron – Piano


Tutti questi progetti, come molti altri che potrebbero essere elencati, hanno in comune un fattore fondamentale: quello economico. In entrambi i casi, alla costruzione di una grande sala da concerti viene affidato il compito di catalizzare lo sviluppo di un’area urbana solitamente depressa, riconoscendo nel binomio architettura-musica la capacità di concentrare le migliori aspettative finanziarie, sociali e culturali.


A Bologna, la creazione di un nuovo polo culturale in una ex zona industriale della città, dovrebbe portare alla realizzazione di un importante esempio di riqualificazione attraverso la concentrazione di attività culturali in un quartiere nel quale si è scelto di inserire il nuovo polo artistico della città. Insieme a Claudio Abbado (direttore, peraltro, fino al 2001 proprio dei Berliner Philarmoniker), l’architetto genovese ha ideato un sala da musica la cui ambizione principale è la perfezione dell’acustica. Fattore, quest’ultimo, che dovrebbe essere raggiunto attraverso l’utilizzo di un doppio rivestimento interno ed esterno in legno, proprio come se si trattasse di una enorme cassa di violino. 

Per alcuni aspetti, l’opera di Piano assomiglia a quella di molti compositori: i suoi progetti sono accomunati dal sapore tipico del suo linguaggio (l’attenzione per i dettagli ne è la componente principale, ma anche il colore gioca un ruolo importante). I risultati sono sempre diversi, benché chiaramente riconducibili alla stessa mano.

Probabilmente è questa sua particolare caratteristica a renderlo amato e odiato al tempo stesso. Si rimane spiazzati dalla mancanza di continuità evidente nella sua opera, ma il fattore che ripercorre il suo lavoro è esattamente questa capacità di inventare ogni volta un’architettura fatta di dettagli perfetti, sempre diversi e, paradossalmente, simili.

Architettura e musica, due discipline profondamente simili nella ricerca di perfezione formale e capacità emotiva, percepibili con i medesimi sensi e apprezzabili per gli stessi motivi: non è comune pensare di poter “ascoltare” un’architettura, ma il modo inconfondibile in cui lo spazio di una chiesa romanica “suona”; e allo stesso modo, percepire le vibrazioni di un’orchestra non riguarda solo l’udito, ma diventa una sensazione fisica completa. 

La musica e l’architettura appaiono quindi intimamente legate. Rappresentano la cultura della generazione che le produce e ne formalizzano lo spirito con i mezzi che a ciascuna di esse appartengono, alle volte svincolandosi da uno stile, riuscendo a contribuire alla crescita culturale della società. Perché la cultura arricchisce sempre. 


Alessio Agresta – PoliLinea 

About Alessio Agresta

Alessio Agresta
Architetto, convinto di aver scelto un mestiere capace di migliorare la vita di molti, ma anche in grado di far grossi danni. Scrivo su Polilinea dal 2012 anche per provare a schiarirmi le idee.

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