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Pioggia d’autore: un fiume in piena d’arte


Progetto “Roman Attitude” ; Magliana 2011 ; I.Zaccagnini

Il Tevere ne ha le sponde piene. L’isola ha messo su il boccaglio e Monte Mario, il monte del mare, si diverte a guardare la città nel guazzabuglio del fiume.
Gli anni ‘60 passano come anni di grandi realizzazioni infrastrutturali, Firenze soffre della tragica alluvione e vicino Roma si realizza l’opera della diga nonché serbatoio di Corbara che oggi permette una valvola di sfiato alle acque gonfie del Tevere.
I grandi dissesti del territorio, nonché le conseguenti tragedie collettive hanno spesso portato alla produzione  di opere artistiche. Così avviene a Gibellina: dopo il terremoto vengono chiamati registi teatrali, si svolgono le tragedie greche lì in quel luogo di profondo dolore a “rappresentare se stessi e i propri drammi sullo sfondo di una natura sorda, dominata dall’indifferenza dei suoi dei.”  (Bruno Snell 1963)
Negli anni ’80 Burri realizza il Cretto e la comunità si riconosce in un valore condiviso, non v’è più un monumento inteso alla maniera statuaria ottocentesca a rappresentarlo, bensì un’opera d’arte che sia parte del territorio stesso.  Al fine di sublimare un dolore collettivo, dare un’identità ad una sofferenza condivisa si lavora nel territorio con opere che versano fuori dal contesto museale e vengono vissute in situ.
Questa tendenza artistica cresce, però, già negli Anni ’70: prende il nome di Land Art, Arte Ambientale in Italia.  
Nel paesaggio sconfinato e ripetitivo delle lande americane l’artista, l’uomo estraniato da una natura disumana, trova la propria appartenenza, estetizzando gli spazi, conferendogli un’identità ed un valore aggiunto.
I musei e le collezioni sono stracolmi. I pavimenti stanno cedendo, ma lo spazio reale esiste.” (Michael Hazer)
La Spiral Jetty di Smithson, il Roden crater di Turrel, il Complex One di Heizer sono tutti interventi che si dislocano nei luoghi vergine dell’America del Nord, dove l’uomo non trovava appartenenza. Eppure per appartenere questi interventi si inseriscono nel paesaggio con un atto di violenza proprio dell’edificare umano. L’interesse per l’intorno, per un’arte della terra, deve forse fare ancora qualche passo ulteriore della mera produzione di segni antropici nel suolo. L’ambiente viene letto unicamente come nuovo luogo di produzione, materia da plasmare, e saranno poche le eccezioni che procederanno diversamente.
Agnes Denes con Wheatfields decide così di portare la terra all’interno del caos estremo di Manhattan e così  Alan Sonfistcon il suo Time Landscape.

Agnes Denes, Wheatfields, 1982

 
Un’opera di denuncia, così Antonio Presti fece per il parco di Fiumara, incaricando figure come Piero Consagra e Tano Festa a costruire opere d’arte imponenti in aree di proprietà demaniale. La licenza edilizia non era stata concessa e fu così che Presti venne processato con l’accusa di abuso edilizio. Le sculture così incriminate divennero un punto di discussione sulla moralità, le concessioni edilizie in Sicilia e la mafia.
 
 
L’arte spesso arriva prima dell’architettura, è libera di sperimentare grazie alla inservibilità che gli è concessa. L’architettura con passo pesante poi la raggiunge, ma se lavorano entrambe con lo spazio e nello spazio, quand ’è che si può distinguere il confine tra le due? Nel momento in cui l’opera inizia ad avere una fruibilità. Una funzione d’uso prestabilita e pianificata. 
A cavallo tra questi  indistinti confini si trova una personalità interessante: il biologo Carlo Scoccianti. La sua opera di intervento paesaggistico si colloca successivamente alle richieste da parte della Regione Toscana di istituire interventi a messa in sicurezza delle aree a rischio alluvione dell’Arno. La risposta di Scoccianti è semplice: le aree palustri avevano una loro importanza, erano un’eccezionale valvola di sfogo per le piene, e ora che il suolo prossimo al fiume è stato indebitamente consumato da distese di cemento si trova sempre più la necessità di ricollocare delle aree umide.  Dunque vuolsi creare delle casse di espansione ed inserirle nell’ambiente naturale in maniera armoniosa così da ricostituire un ecosistema fluviale simile alle pianure che v’erano lungo i fiumi. Nelle stagioni più piovose gli acquitrini richiameranno la presenza di numerose specie animali. Il biologo nel realizzare queste opere di mitigazione dei rischi nonché nuovi habitat naturali, decide di utilizzare un linguaggio dell’archetipo:  le forme di disegno del territorio a cui ricorre sono elementari come il cerchio e la spirale. 
Per quanto non si legga architettura nell’azione di Scoccianti e la sua radice sia più nel campo della biologia è evidente come egli influisca su temi propri dell’ambito architettonico. Urbanistica e paesaggio, suolo e consumo. Alla base vi è una riflessione utile: riconferire al territorio quello che era il suo modello di sviluppo. Sentire l’importanza del “vuoto” quanto quella del pieno. Riconferire unità naturale ad un terzo paesaggio destinato alle discariche ed agli abusi. 
Non sono parole atte a scoraggiare l’operato dell’architetto, quanto più ad invitarlo a misurarsi in tale dimensione, al fine che questi pesanti passi arrivino a dar realtà a strade ove l’arte si è già espressa e che la natura ci invita da tempo immemore a percorrere.
 
Il progetto di Scoccianti è consultabile sul sito: http://www.artlands.net/ilprogetto.php?ln=it
 
 
 
Isabella Zaccagnini – PoliLinea
 
 

About Isabella Zaccagnini

L'Architettura è uno strumento atto a semplificare la vita dell'uomo. Essendo la vita una realtà complessa, come ogni complessità, per essere semplificata, è necessario il tentativo di spiegarla. In tale direzione va la ricerca personale svolta con PoliLinea.

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