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Dalla vetta del Caucaso alla vetta del mondo: la Russia di Putin in un evento sportivo

Le Olimpiadi di Sochi si presentano senza dubbio come l’evento sportivo più significativo del neonato millennio, ben più della prima Olimpiade cinese e dei primi mondiali di calcio organizzati in Africa. Per capire come mai un evento di secondo livello abbia acquistato questo peso a livello mediatico e geopolitico dobbiamo prima però fare due esercizi preliminari. Prima di tutto, dimenticare la realtà che per ignoranza e convenienza ci viene presentata dai media e dai politici, la Russia come potenza imperialista e Putin come feroce dittatore. Dopo questo arduo primo passo, non rimane che una sola cosa da fare: continuare a leggere l’articolo. Il 2013 è stato l’anno del ritorno in grande stile della Russia sulla scena mondiale, dove era relegata ad un ruolo di secondo piano dalla caduta dell’Unione Sovietica. Per capire appieno la natura e le ragioni di questo ritorno dobbiamo ripartire da quel momento.

Gli anni ’90 sono stati infatti non solo teatro della scomparsa del gigante eurasiatico dai radar della politica internazionale, ma di un vero e proprio trauma nazionale ancora impresso nella mente del popolo russo. Il crollo del regime socialista lo privò dell’ideologia e del prestigio internazionale, oltre ad aprire una fase di liberalizzazione selvaggia segnata da costante recessione, mancanza di tutele sociali, guerre e caos provocato dall’ascesa dei ricchi oligarchi e delle nuove mafie. Nel 1999 però venne eletto Presidente l’uomo designato da Boris Eltsin suo successore, un giovane ex agente del KGB in cui pochi avrebbero scommesso, ma che presto si sarebbe rivelato come l’uomo in grado di segnare in modo indelebile la vita politica ed economica del suo paese: Vladimir Vladimirovic Putin. Sotto la sua guida, l’ordine interno è stato ristabilito sedando nel sangue il tentativo di secessione cecena in Caucaso e mettendo i prepotenti oligarchi davanti ad un aut-aut: o arricchirsi in patria senza interferire col potere politico, o emigrare all’estero, per esempio a Londra, ribattezzata Londongrad o Mosca sul Tamigi, in quanto destinazione favorita degli esiliati. La popolarità di Putin, puntellata con la rinascita dell’orgoglio nazionale russo, l’alleanza con la Chiesa ortodossa e la diffusione dell’immagine virile e sportiva del Presidente (judoka, cacciatore e finanche esploratore sottomarino delle profondità del lago Bajkal), è stata favorita soprattutto dalla crescita economica dell’ultimo decennio, sostenuta dalle esportazioni di gas e petrolio, la quale ha fatto finalmente arrivare un’ondata di benessere a buona parte della popolazione. L’assenza di ricambio al vertice, favorita dall’assenza di una vera opposizione e dalla fedeltà di Medvedev, presidente per qualche anno per esigenze di Costituzione, ha permesso a Mosca di sviluppare una politica estera coerente e finalizzata al raggiungimento dell’obiettivo storico russo: difendere la propria autonomia e raggiungere il ruolo di grande potenza.

La nuova politica estera russa non poteva che partire dalla riappropriazione dello spazio geopolitico delle ex repubbliche sovietiche, la cui scissione aveva rotto legami storici a livello economico, produttivo e spesso familiare, con una importante quota di minoranze russe presenti in ogni nuovo stato. Lontano dal voler limitare la sovranità degli stati satellite con la forza militare tanto cara a Leonid Breznev, Putin si è servito per la riconquista dello spazio sovietico di mezzi più conformi all’epoca in cui viviamo. La sua politica estera ha potuto così trasformare il peso energetico ed economico della Russia in una efficace arma politica, in grado da un lato di attirare storici alleati come la Bielorussia ed il Kazakhstan in una unione doganale, dall’altro di mantenere docili un vicino indeciso come l’Ucraina, riavvicinato a dicembre grazie ad agevolazioni energetiche, e persino gli stati europei in larga parte dipendenti dalle esportazioni russe di gas. E nonostante la defezione dei paesi baltici, della Georgia e della Moldavia, persi sulla via di Bruxelles, il presidente russo non si è perso d’animo ed ha aperto la sua terza presidenza con l’annuncio di una unione eurasiatica per favorire gli scambi commerciali e rafforzare i legami politici nell’area ex-sovietica. Con questa mossa Mosca vuole difendersi su due fronti. Ad occidente, dove i progetti di espansione dell’Unione Europea verso l’Europa orientale stanno gettando i rapporti russo-europei nel gelo più totale e l’Ucraina nel caos politico. Ad oriente, dove l’ascesa della Cina a primo partner commerciale dei paesi centrasiatici non è passata inosservata. La prevalenza dell’approccio commerciale e pragmatico, con momentaneo ritorno ai mezzi bellici ove necessario (come contro la Georgia durante le Olimpiadi pechinesi nel 2008), ha favorito anche l’ingresso atteso 19 anni della Russia nel WTO, dove in poco più di un anno e mezzo non sono mancati contrasti con l’Unione Europea e gli Stati Uniti.

Ma il grande successo russo non ha avuto luogo tanto sulle dinamiche regionali, quanto proprio nei rapporti con l’avversario storico, gli Stati Uniti,. Al culmine della tensione internazionale sulla crisi siriana, con i marines pronti ad attaccare Damasco per colpa di una dichiarazione maldestra di Obama sulle armi chimiche e dell’abitudine americana ormai patologica ad assumere al ruolo di gendarme globale, è stato proprio l’intervento di Putin ad evitare un altro bagno di sangue mediorientale. Il Presidente russo, fino ad allora fornitore principale di armi e copertura diplomatica al regime siriano, ha messo i panni del mediatore di pace tra il governo siriano e la comunità internazionale, inviando persino un articolo al New York Times in cui umiliava l’odiato Occidente, dando agli americani una lezione di diritto internazionale e di moderazione. Se in patria l’accordo sponsorizzato dalla Russia veniva accolto con toni lievemente sopra le righe (nel tripudio generale spiccava la proposta del premio Nobel per la pace per Putin), la sconfitta politica e il ridimensionamento del ruolo mondiale degli Stati Uniti risultava comunque innegabile, così come il ritorno della Russia al rango di potenza diplomatica dalla proiezione globale.

In questo contesto incandescente le Olimpiadi di Sochi che si apriranno venerdì si trovano al centro di controversie e contrasti sempre più accesi, in cui le probabili manifestazioni contro la discriminazione legislativa e le violenze omofobe in Russia, sostenute dal boicottaggio di Obama e Hollande, si presentano come un fattore di interesse minore. Questi giochi hanno infatti un valore strategico per la Russia, e devono realizzare tre obiettivi distinti: cementare il consenso interno al governo, trasformare un’area periferica ed economicamente marginale in un resort turistico di lusso, e soprattutto migliorare l’immagine internazionale del paese. Il bisogno russo di investitori stranieri ha persino spinto Putin al coup-de-theatre della scarcerazione dell’oligarca ribelle Chodorovskij a pochi mesi dalle Olimpiadi. Come se non bastasse, la scelta della location per le Olimpiadi ha poi un valore tutto particolare. Come ha affermato l’intellettuale Eduard Limonov qualche giorno fa, “ospitare le Olimpiadi in una zona subtropicale a pochi chilometri dalla Cecenia è la più alta dimostrazione d’insolenza e autorità, una sfida all’opinione pubblica”. Putinha intenzione infatti di riaffermare la sovranità russa sul Caucaso, ben cosciente della valore dell’area di Sochi come simbolo storico della resistenza musulmana all’occupazione russa. Gli attacchi agli impianti olimpici e i due attentati di Volgograd di matrice jihadista hanno alzato la tensione per un possibile attacco terroristico, spingendo il governo ad emanare misure speciali: non solo sono stati controllati i documenti di tutte le persone nella regione di Sochi, ma è previsto anche l’utilizzo massiccio di tecnologie tali per cui, come affermano alcuni giornalisti russi e la stessa amministrazione americana, tutte le comunicazioni via telefono e internet saranno controllate durante lo svolgimento dei Giochi.

Ma a parte le tensioni diplomatiche e sulla sicurezza, le Olimpiadi di Sochi si annunciano un evento senza precedenti dal punto di vista logistico. La bizzarra idea di organizzare dei giochi invernali in riva al mare (Sochi è a tutti gli effetti una località balneare e le strutture principali sono costruite a ridosso della costa) sarà resa possibile dalla produzione in loco di neve artificiale a ritmi forzati e da altre tecnologie costose e all’avanguardia. Le spese statali per l’organizzazione dell’evento sono infatti state criticate dal blogger anti-corruzione Aleksej Navalnij, che sul suo sito ha denunciato i costi esorbitanti delle infrastrutture, il debito delle banche che ricadrà sui contribuenti russi e le vergognose agevolazioni alle aziende appaltatrici, condite con il consueto traffico di corruzione.

Ma Putin non dà troppo seguito delle accuse, così come non si cura troppo dei problemi interni e dei fondi ingenti di cui avrebbero bisogno la sanità, il welfare e il sistema educativo russo. In questo momento l’amministrazione è concentrata affinché le Olimpiadi siano la degna apertura del “Decennio d’Oro dello Sport russo”, che vedrà il colosso eurasiatico ospitare le Universiadi, le gare di Formula Uno e la Coppa del Mondo di calcio del 2018, al fine di sancire anche a livello mediatico il riconoscimento della Russia come superpotenza geopolitica ed economica. Cosa deve aspettarsi il paese da domani? Medaglie d’oro, sorrisi e successi internazionali. Finché durano gas e petrolio, of course.

Francesco Tamburini – AltriPoli

About Francesco Tamburini

Francesco Tamburini
Nato a Cesena, studente di lingue straniere a Venezia e di relazioni internazionali a Roma, irretito dallo studio della storia e attualmente impegnato in una relazione complessa con la Russia.

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