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Renderizza responsabilmente

(Teatro, Arduino Cantafora) Rappresentare l’architettura non è mai stato così facile! Questo è lo spot subliminale, come sempre in parte veritiero ed in parte no, che il nostro inconscio assimila ogni volta che vediamo una bella immagine digitale di una futura architettura. Sarò chiaro sin da subito: questo breve articolo non sarà un elogio dei bei tempi andati in cui si passava le notti a chinare tavole con superfici superiori a quelle degli edifici progettati. I metodi digitali di rappresentazione sono uno strumento fondamentale dell’architetto contemporaneo, non meno nobili delle seducenti penne a china che molti di noi ancora portano nella tasca del cappotto , sono anzi più rapidi e dalle potenzialità quasi infinite. Ed è proprio nella loro apparente immediatezza che il rischio di equivoci si fa più alto. Ma partiamo dal principio. La diffusione del disegno digitale ha messo sul tavolo una grande quantità di nuovi elementi che hanno, da una parte , semplificato la vita degli addetti ai lavori e, dall’altra, creato la possibilità di rendere immediato l’oggetto della rappresentazione, attraverso lo strumento del rendering, anche a chi non era capace di leggere gli elaborati tecnici. Alcuni degli effetti di questo processo sono senz’altro positivi: la democratizzazione del processo creativo – che non è più appannaggio dei soli architetti, ma di chiunque partecipi al processo produttivo, dal committente al cittadino – la possibilità per persone prive di spiccate capacità di rappresentazione manuale di produrre immagini attendibili del progetto; la possibilità di eseguire rapide verifiche sulla spazialità in fase di progettazione; la facilità di controllare forme complesse, di creare architetture basate su modelli matematici. Ma nessuna forma di progresso è priva di effetti collaterali: il progressivo spostamento dell’attenzione dell’aspetto tecnico della rappresentazione a quello iconico della stessa, ha portato ad un processo analogo nei riguardi del progetto. In pochi anni le architetture hanno cessato di essere definite dalla loro spazialità, dalla matericità e sono diventate esse stesse immagini, oggetti fatti per essere guardati, non vissuti. Risulta chiaro che affibbiare l’intera responsabilità di questo processo alle tecniche di rappresentazione sarebbe sbagliato, ma credo sia certo che queste abbiano avuto un ruolo primario nel processo. Poco male, dirà qualcuno, il prezzo è nullo rispetto al vantaggio, d’altronde l’aspetto iconico dell’architettura è sempre esistito: persino un’architettura che rifiutava ogni tipo di estetizzazione, come quella razionalista, ha avuto risultati talmente iconici da poter essere tipizzati. Ma il maggior equivoco che la rappresentazione digitale ha creato nell’architettura risiede in questo punto: le immagini promesse non corrispondono mai all’icona reale. Non un grande problema, diranno ancora altri, prima della rappresentazione digitale il meglio che si potesse sperare per la comprensione di un progetto era qualche prospettiva a china, nel migliore dei casi un acquerello retrò.

Certo, questo è vero, ma non era solo la tecnica di rappresentazione ad essere diversa, l’oggetto stesso era osservato da punti di vista differenti, perché differenti erano le qualità dell’architettura che si volevano rappresentare. Il grande rischio della rappresentazione digitale è esattamente questo: rappresentare in modo estremamente realistico qualcosa che reale non è, e che sarà molto spesso diverso da quanto rappresentato.
Quando penso alle grandi mani che hanno rappresentato l’architettura nel passato, come ad esempio M. Sironi, A. Cantafora, A. Anselmi o, nel presente, F. Purini, ho sempre chiaro quale fosse l’obiettivo dei loro disegni: trasmettere il carattere di quelle architetture, favorirne la comprensione, non proporne una fotografia troppo bella per essere vera. (Schizzo per il Campidoglio, Alessandro Anselmi) Il grande scarto che la rappresentazione digitale ha segnato nell’architettura può essere solo colmato da un substrato culturale che dia solide fondamenta alle pratiche digitali di progetto e disegno. Il render è uno strumento fondamentale, ma può essere ingannevole se non utilizzato con una profonda comprensione di tutti i meccanismi che porta con sé. Quando si rappresenta un progetto occorre tenere un occhio alla realtà ed uno alle infinite possibilità che essa stessa porta. Sarebbe opportuno chiedersi: cosa vogliamo rappresentare della nostra idea? La sua struttura o una delle sue possibili facce?

Matteo Baldissara – PoliLinea

About Matteo Baldissara

Matteo Baldissara
Sono un giovane architetto, laureato presso l'Università degli studi di Roma - Sapienza nel Luglio del 2014. Attualmente frequento, presso lo stesso ateneo, il XXX ciclo del dottorato in composizione Teoria e Progetto. Dal 2014 collaboro con lo studio di progettazione WAR (Warehouse of Architecture and Research). Appassionato di letteratura ed arte, strizzo l'occhio al mondo della tecnologia, dalla programmazione alla grafica, e a quello del marketing.

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