Home / Filosofia / Andy Clark e David Chalmers. Il modello della Mente Estesa

Andy Clark e David Chalmers. Il modello della Mente Estesa

La sfida unica e concreta che viene posta alla filosofia della mente è quella di definire come i nostri stati mentali nascano e si rapportino alla realtà pura e semplice: le nostre esperienze quotidiane, i nostri stati soggettivi (felicità, noia, ira, ecc) e così via. Agli albori delle scienze cognitive il cervello fu considerato nel suo studio come una monade isolata, i cui stati erano semplicemente frutto di interazioni interne, che emergevano dal suo funzionamento biologico; negli ultimi anni però vi è stata una forte riconsiderazione del ruolo fondamentale che gli oggetti al di fuori di noi hanno nelle nostre cognizioni. Questa necessità nasce da due direzioni di ricerca diverse: la critica della scienza cognitiva tradizionale e quella indirizzata al modello neuronale (secondo cui la nostra mente ha origine unicamente dal lavoro delle nostre fibre nervose). In breve, la nascita di programmi di ricerca filosofici che attribuiscono l’origine di parte delle attività umane ad alcuni fenomeni e relazioni esterne (esternismo epistemologico, semantico, ecc).

Una delle pietre angolari di questo dibattito sul cambio di paradigma fu l’articolo di due filosofi di lingua anglosassone, Clark e Chalmers, uscito alla fine degli anni ’90. Il primo docente di Logica e Metafisica a Edimburgo, il secondo di filosofia della mente  presso l’Australian National University e l’Università di New York. Nel loro articolo The Extended Mind (1998), facendo proprie alcuni assunzioni enactiviste (dove la cognizione è intrinsecamente legata all’interazione ambientale), descrivono in maniera dinamica le istanze dei processi cognitivi quotidiani, che si instaurano fra la mente e gli oggetti che la circondano. In poche parole, molti dei nostri processi non riguardano solo la struttura nervosa, ma possono essere estesi e distribuiti su dispostivi esterni. Ci sono pochi dubbi riguardo al fatto che molte delle nostre attività mondane siano possibili grazie a questi ultimi.

L’esempio paradigmatico è quello di Otto e sua nipote Inga che intendono incontrarsi e visitare un museo: Inga è giovane e non ha problemi a individuare il museo, la sua memoria organica immagazzina le indicazioni per giungere in fretta al posto prestabilito. Otto purtroppo, a differenza della nipote, soffre di Alzheimer e ha bisogno per ricordarsi della strada di appuntarsi tutte le informazioni sul suo taccuino. La funzione della memoria è nel caso di Otto spostata dal cervello al dispositivo esterno, ma quest’ultimo ha la medesima funzione della prima. Descritto in maniera più precisa, ciò che è scritto nel taccuino di Otto è equivalente a una credenza: non vi è sostanziale differenza con la computazione di Inga, supporto a parte; il taccuino esterno è attivo pienamente nel processo cognitivo e supporta la mente di Otto. Fa parte della sua mente, in assenza della memoria organica danneggiata irrimediabilmente dall’Alzheimer.

Il Modello della Mente Estesa (MME) pone alla base una liberalizzazione del concetto di mente, legata agli oggetti e all’interazione ambientale esterna.

Il fatto però che io abbia appuntato un’informazione su un supporto esterno, non fa sì che esso faccia parte della mia cognizione mentale estesa. Per distinguere le cognizioni estese da semplici interazioni ambientali, Chalmers e Clark propongono quattro criteri essenziali: «1. La risorsa esterna deve essere disponibile rapidamente e invocata in modo non occasionale; 2. le informazioni recuperate devono essere prese per buone più o meno automaticamente; 3. le informazioni contenute nella risorsa devono essere facilmente accessibili quando occorrono; 4. l’informazione conservata nella risorsa è stata coscientemente accolta nel passato e si trova lì per questo».

La concezione alla base è che processi interni e processi esterni non siano diversi da un punto di vista epistemologico e ontologico, quindi affermando un principio di parità fra i due generi di risorse. In fondo il taccuino di Otto e la memoria organica di Inga seppur diversi, svolgono lo stesso ruolo cognitivo.

Ricapitolando, è l’idea che i processi cognitivi non siano racchiusi solamente nel cervello, bensì possano essere supportati, se non addirittura sostituiti ed eseguiti, da dispositivi esterni senza alcuna differenza fra organico e artificiale. Una risorsa rientra nel modello ricordato dall’esperimento mentale di Otto e Inga se e solo se risponde ai quattro criteri richiesti, affinché sia da considerarsi una cognizione estesa (invocazione non occasionale, essere presa per buona automaticamente, facilità di accesso ed essere stata accolta in passato e così via).

D’altra parte la Mente Estesa, nella proposta di rivedere il modello cognitivo finora dominante, non è priva di difetti e porta specifici problemi di ordine “ontologico”: questa prospettiva mette in effetti in crisi l’unità della coscienza, l’idea classica delle scienze cognitive di una mente unita e individuabile nella materia organica del cervello. Possiamo ancora parlare di mente se le mie cognizioni sono disperse nell’ambiente circostante? Come individuare allora una specifica mente? La coscienza che fine fa?

Bibiografia Essenziale:

Andy Clark – David J. Chalmers, «The Extended Mind» in D.J. Chalmers, ed., Philosophy of Mind. Classical and contemporary readings, Oxford University Press, New York 2002, 643-653.

Massimo Marraffa – Alfredo Paternoster, Scienze Cognitive. Un’introduzione filosofica, Carocci Editore, Roma 2011, 2013.

About Alessio Persichetti

Alessio Persichetti
Game Master a tempo perso, oltre ad essere un bibliofilo compulsivo. Nel tempo libero, fin da ragazzino, si appassiona al gioco intelligente (giochi di carte, giochi di ruolo e da tavolo) e ai fumetti, senza però disdegnare i videogiochi.

Check Also

lucca comics

Lucca Comics & Games 2016

Quest’anno, Lucca Comics & Games 2016  è stato un evento da non dimenticare: si sono ...