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La necessità di rendere sostenibile la nostra presenza sulla Terra

Negli ultimi decenni si sono fatti passi da gigante nella comprensione del funzionamento del pianeta e nell’analisi dell’impatto che l’azione dell’uomo ha sull’ecosistema. Proprio alla luce di questi risultati è rapidamente cresciuta la consapevolezza che l’umanità stia percorrendo una traiettoria pericolosa. È ormai universalmente accettato il fatto che l’imperante modello di sviluppo non sia conforme e bilanciato alle possibilità che la Terra ha di alimentarlo e sopportarlo, avendo una capacità limitata di fornirci risorse e accogliere rifiuti.

È così che nasce il concetto di sostenibilità, un concetto che parte dall’analisi e lo studio delle interrelazioni tra sistemi naturali e sistemi sociali ma che può essere declinato in diversi modi.

Sappiamo come le risorse naturali alla base dei nostri bisogni fondamentali, ovvero acqua, suolo ed energia, non siano infinite, anche se possono rigenerarsi. Bisogna però dargliene tempo e modo. Nel 2013, secondo il Global Footprint Network (un’organizzazione che, per semplificare in maniera brutale, calcola quanta natura usiamo rispetto a quella che abbiamo a disposizione), l’umanità al 20 di agosto aveva già consumato ciò che il pianeta può fornire e rigenerare in un anno, con un anticipo dunque di 121 giorni sulla fine dello stesso. È un trend questo che dura da diverso tempo e che svela chiaramente come stiamo vivendo oltre le nostre possibilità.

Ci sono insomma dei limiti ecologici che vanno rispettati, superati i quali si innescano una serie di dinamiche (surriscaldamento globale, cambiamenti climatici, desertificazione e via così) che mettono a rischio l’equilibrio sul quale si basa la nostra stessa vita. Riconoscere e rispettare questi limiti per tenere conto dei diritti di chi verrà dopo di noi dovrebbe essere uno dei principali fini che il nostro modello di sviluppo dovrebbe perseguire. Il concetto di sostenibilità, infatti, racchiude un importante elemento di responsabilità. Non abbiamo il diritto di ricercare la soddisfazione di quelli che abbiamo eletto a nostri bisogni nella misura in cui, facendo ciò, compromettiamo la possibilità che le generazioni future possano fare altrettanto. Abbiamo, invece, il dovere di trovare il giusto equilibrio fra bisogni e risorse disponibili.

I nostri atteggiamenti, i nostri comportamenti, ci stanno portando alla deriva. Sempre secondo il GFN, stando agli attuali livelli di produzione e consumo di beni e servizi avremmo già necessità di un pianeta e mezzo per soddisfare i nostri bisogni. Tutto ciò non può che peggiorare considerando il fatto che intorno al 2050 l’umanità dovrebbe raggiungere i 9 miliardi di abitanti.

Ma, come detto, l’ambito dello sviluppo sostenibile non si esaurisce nella salvaguardia del pianeta nella sua dimensione ambientale. La sostenibilità è necessariamente un campo interdisciplinare. I tre pilastri sui quali si basa sono la protezione dell’ambiente, il progresso sociale e lo sviluppo economico. Bisogna, dunque, far convergere il lavoro di ecologisti, economisti e sociologi in modo da riuscire ad avere il quadro esatto della situazione in tutte le sue dimensioni. Per migliorare la comprensione e l’azione nel campo dello sviluppo sostenibile bisogna raggiungere una maggiore integrazione fra scienze naturali e socio-economiche.

Parlare di sostenibilità nella sua accezione più ampia, infatti, significa credere nella necessità di distribuire risorse e ricchezza in maniera più giusta, distinguere tra paesi industrializzati e in via di sviluppo, garantire diritti e assumersi responsabilità e doveri. Per sostenibilità si intende un atteggiamento mentale e pratico, un’attitudine volta a trasformare la nostra azione per renderla più rispettosa, più equa, più giusta nei confronti del pianeta, di noi stessi e delle generazioni future.

È per questo che si preferisce parlare di sviluppo, ossia aumento qualitativo del benessere umano, piuttosto che di crescita, che invece si riferisce all’aumento quantitativo di produzione e consumi. Con le conoscenze scientifiche e tecnologiche a nostra disposizione potremmo migliorare le nostre condizioni di vita riducendo i rischi di compromettere l’ambiente nel quale viviamo. Si tratta di una sfida fondamentale che necessariamente acquista una dimensione politica.

Ma dove bisogna intervenire per cambiare le cose? Gli ambiti sono: efficienza delle risorse, distribuzione di ricchezza e benessere, tutela e ripristino degli ecosistemi, responsabilità sociale delle aziende, sviluppo di strumenti di misurazione e valutazione. Gli strumenti politici che le istituzioni hanno a disposizione per agire vengono convenzionalmente raggruppati in quattro categorie: di controllo (porre standard, limiti ecc.), economici (tasse, sussidi, sanzioni ecc.), volontari (convenzioni, trattati ecc.) e di valutazione ambientale (protocolli di verifica dell’impatto ambientale di progetti e programmi).

Qui vengono messi fortemente in discussione sistemi economici e modelli di sviluppo che governano il mondo. La consapevolezza del fatto che ci sia urgenza di agire è senza dubbio aumentata negli ultimi anni, anche a livello politico. Ma viviamo ancora in un’epoca dove gli interessi nazionali continuano ad avere la meglio sulla necessaria ricerca di soluzioni comuni a questioni e problemi che travalicano i confini nazionali e ci riguardano come individui cittadini del mondo piuttosto che di uno stato. Molto resta ancora da fare per correggere la traiettoria.

Matteo Mancini – AltriPoli

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