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L’Architecture assassinée l’Historie

La città tafura; I. Zaccagnini

Lo skyline di Berlino lo abbiamo in mente. La Fernsehturm, la torre televisiva, svetta di 365 metri sopra la metropoli delle memorie e degli oblii, quasi a scandire i giorni solari per ogni metro che la compone. Ma la città del cielo, patria della filosofia e luogo dove ebbe epilogo la guerra delle grandi ideologie ha deciso di dare un nuovo naso al proprio profilo: una torre, la più alta del Paese, sarà visibile da ogni parte della città. A proporre il progetto la figura di Frank O. Gehry, presentando in belle vesti dorate e di registro formale accattivante un’ulteriore architettura della globalizzazione: un edificio residenziale a torre, con appartamenti di lusso ed un’ampia distribuzione commerciale all’interno.

4 Novembre 1989: crollo del muro di Berlino. Il mondo cambia completamente, si pone fine al dualismo tra Stati Uniti ed Unione Sovietica, nel ’91 l’URSS si dissolve e rinasce come Russia. Alexanderplatz ai tempi della DDR (Repubblica Democratica Tedesca) era il centro della Berlino Est e per anni ha rappresentato la risposta socialista al capitalismo dell’Ovest. Cuore della città, nodo commerciale e viabilistico, nasceva come luogo d’incontro e di mercato. Oggi tra la ferrovia, gli edifici di Behrens ed i nuovi centri commerciali, la piazza è sospesa in un vuoto memoriale ed oltre al ricordo dei bombardamenti subiti è ancora forte in essa la presenza dell’architettura socialista e del sodalizio russo-tedesco. Il contrasto è evidente. Nella mappa cosmica della storia, sulla piazza focale del Quartiere di Mitte (centro in tedesco) il capitalismo occidentale mette una puntina dorata.

Berlino 2009; I. Zaccagnini

Domenica è stato il ventennale dalla morte di Manfredo Tafuri e sorge spontaneo immaginare la reazione del critico delle ideologie e delle utopie architettoniche nel sapere che “il creatore di sogni” Frank costruirà un suo gioiello in piazza Alex, proprio lì a relativa distanza dal muro crollato e divenuto drammatica icona museale. Le tesi di Tafuri, per la loro incandescente vena polemica, sono state al centro del dibattito architettonico per lungo tempo. Lo stesso Aldo Rossi, in realtà uno tra i pochissimi tenuto in buona considerazione dal critico, realizzò nel 1974 un piccolo acquerello esplicativo della propria avversione al progetto critico di Tafuri, nell’eccesso di una polemica senza vincitori.

L’Architecture assassinée; Aldo Rossi

Il mondo è cambiato e le ideologie sono date per estinte dagli anni in cui lo storico scrisse i suoi testi ed argomentò le sue tesi. Eppure tuttora vediamo come la critica tafuriana troverebbe riscontro con le architetture che continuano ad essere prodotte in quest’ultimo ventennio. Gli strascichi del Postmodern continuano a risolversi nelle opere dei suoi Maestri e l’architettura che è forma della moda e della pubblicità continua a vestirsi nelle piazze intrise di storia delle grandi metropoli. E’ difficile trovare potenziale in questa contraddizione: dalle ideologie passate si è arrivati al mercato come comune denominatore di tutti e cinque i continenti. E’ complesso comprendere le stesse posizioni del Tafuri, avverso alle ideologie, nel momento in cui porta esempio di architetture come lo ZEN di Gregotti dicendo: “…la meccanica che presiede la morfologia complessiva è quella di una geometria stupefatta dei risultati del proprio rigore… Un “troppo costruito”, dunque, proiettato come meteora staccatasi dal corpo urbano e condensatasi sotto l’incombere di un paesaggio minaccioso… intento a porsi come grande segno territoriale, ma anche a sottolineare che neanche a tale scala è lecito abbandonare lo strumento dell’allegoria… Allegorico è il suo difensivo rapprendersi… La compattezza del quartiere ZEN è anche quella del sintagma che si chiude in se stesso per individuarsi, farsi riconoscere come sistema strutturato, i cui segni fanno parte di un alfabeto inedito…”.

Il quartiere di edilizia economica e popolare, costruito nel ’69 ottenne un risultato contraddittorio ed inumano per i malcapitati che abitano quel “sintagma” di cemento. Opere completamente distinte in epoche e linguaggi, ma sia nell’operato di Gregotti che di Gehry è evidente l’abbandono di quella necessità è virtù dell’architettura. Entrambe schiave di una propria ideologia: chi di mercato, chi di stilema, l’uno è prodotto di una forma che parla al mercato e non al bisogno del fruitore, l’altro di un’ideologia che parla di sé e non della realtà.

Villaggio Monterinaldi; Leonardo Ricci

Oltre al ventennale della morte di Tafuri, in questi giorni si ricorda la figura di Leonardo Ricci, allievo di Michelucci, nonché divenuto egli stesso maestro della scuola Toscana. Ricci è figura anch’egli contraddittoria per la diversità intellettuale delle opere che realizzò, eppure nei Villaggi Monterinaldi in Toscana e Monte degli Ulivi a Riesi in Sicilia traspare l’intento rivoluzionario a cui forse sarebbe dovuto arrivare merito da parte della critica tafuriana. Ricci supera le ideologie e contesta in un’epoca di fervore le corbusieriano e neoavanguardista principi come l’Unité d’Habitation e la forma come scelta aprioristica dell’architettura. Al centro l’uomo e la comunità, nel tentativo di un’architettura partecipata e libera dal formalismo. “Bisogna farsi anonimo, abbandonare i miti e recuperare una collettività. ”. Ricci era davvero contemporaneo, forse troppo, proprio perché anacronistico.

Isabella Zaccagnini – PoliLinea

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Isabella Zaccagnini
L'Architettura è uno strumento atto a semplificare la vita dell'uomo. Essendo la vita una realtà complessa, come ogni complessità, per essere semplificata, è necessario il tentativo di spiegarla. In tale direzione va la ricerca personale svolta con PoliLinea.

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