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La città de “La grande bellezza”

Prima scena: Roma dall’alto, vista dal Gianicolo. Quasi una cartolina, più che la scena di apertura di un film. Forse esageratamente poetica, con la sua luce esasperata e pungente; talmente surreale da sembrare una ricostruzione in un set cinematografico. Eppure, semplice rappresentazione di ciò che effettivamente costituisce quel brano di città.

La città de “La grande bellezza”: delle case che si affacciano su Piazza Navona o sul Colosseo, la Roma di Via Veneto e delle sue luci oramai spente. Una città che appare sospesa e fuori dal tempo, quasi cristallizzata in una fase di dormiveglia continuo e ininterrotto, nell’oblio delle percezioni reali.

Ne “La dolce vita” di Fellini, invece, la scena di apertura mostra un quartiere di Roma interamente in costruzione: l’elicottero vola sopra distese di nuove case, ovvero su quel grande cantiere che era la città degli anni ’60. Gli anni dell’espansione urbana, del miracolo economico e del cambiamento della società.

Il contrasto tra spirito classico e modernità è dunque reso in maniera sostanzialmente differente nei due film: il confronto tra i due termini sembra mancare nel primo esempio, mentre è fondamentale per la comprensione del secondo. Da una parte, una sorta di protezione ricercata nella condivisa rappresentazione del bello, dall’altra la consapevolezza che la bellezza può essere resa anche attraverso il contrasto tra due elementi dissimili.

La realtà contemporanea è più simile, paradossalmente, al caso del film di Fellini. Il processo di trasformazione del territorio che in quelle sequenze era documentato, ha continuato il suo lavoro per anni, e continua ancora oggi. La quantità di nuove costruzioni che non risparmiano quasi nessun angolo di territorio è il sintomo di una malattia dalla lunga decorrenza, che sembra sempre attiva nonostante il passare degli anni.

Il consumo crescente di suolo è quindi il sintomo più chiaro della mancanza di attenzione nei confronti della bellezza che ha contribuito alla costruzione della nostra cultura. Il territorio, per anni sfruttato oltre il proprio limite, risente oggi della mancanza di attenzione che è invece necessaria per garantirne la preservazione. E per consentire di trarne esempi e insegnamenti ancora utili ed attuali per la cultura contemporanea.

L’architettura, che rappresenta il veicolo principale attraverso cui giungere ad un felice rapporto tra natura ed artificio, assume un’importanza fondamentale in questo processo di riavvicinamento alla sensibilità estetica. Bisogna allora abbandonare la sua più recente declinazione in edilizia, e riprendere a cercare la sua forza ed essenza, anche attraverso un riconoscimento condiviso della sua poetica. Con la consapevolezza di creare, attraverso di essa, nuova bellezza da aggiungere al paesaggio che già possediamo.

Non solo paesaggio geografico, ma anche paesaggio intellettuale, ovvero quella serie di immagini e sensazioni che costituiscono il territorio comune sul quale è costruita la storia della nostra cultura. Attraverso tale coscienza, che deve quindi essere necessariamente collettiva, sarà possibile tornare a relazionarsi, senza sensi di colpa, con quanto ci circonda.

Siamo stati abituati per troppo tempo a non vedere quanto di grave è stato compiuto nei confronti dell’ambiente in cui viviamo. Le città hanno perso gran parte della qualità della vita che dovrebbe caratterizzarle, ma allo stesso tempo le periferie e i piccoli centri non hanno saputo creare le risposte a tali criticità. Il limite tra aree urbane, periferie e campagne è ormai inesistente, troppo sfumato per poter costituire il limes riconoscibile del cambio di carattere che, invece, dovrebbe rappresentare. Anche nella differenza di necessità che ciascun ambito rappresenta. Probabilmente un approccio simile al ripensamento del rapporto uomo/territorio e territorio/bellezza può apparire semplicistico, ma almeno costituirebbe una prima risposta ad un problema lasciato irrisolto per troppo tempo.

Un film restituisce, per qualche ora, una serie di immagini di luoghi e di avvenimenti. Attraverso le sue inquadrature creiamo uno spazio immaginario che risponde ai canoni estetici di chi lo rappresenta. Ma deve essere fondamentale continuare a vedere bellezza anche una volta riaccese le luci della sala e tornati per strada, dove le immagini sono quelle della realtà.

Alessio Agresta – PoliLinea

About Alessio Agresta

Alessio Agresta
Architetto, convinto di aver scelto un mestiere capace di migliorare la vita di molti, ma anche in grado di far grossi danni. Scrivo su Polilinea dal 2012 anche per provare a schiarirmi le idee.

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