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Democrazia: singolo, autorità e eticità

La scorsa settimana è uscito un filmone: 300 – L’alba di un impero (sbem!). Il suddetto filmone, al contrario del precedente episodio – dedicato alla battaglia delle Termopili – fa perno intorno ad Atene. Se 300 sbandierava il decisionismo spartano, L’alba di un impero stressa la legittimazione democratica dell’eroe di Salamina, l’arconte Temistocle. La stessa settimana, l’Economist usciva con un articolo dedicato proprio alla democrazia. In copertina c’è una statua greca (Temistocle?) con in testa un secchio della spazzatura. Il titolo è allarmante «Cos’è andato storto con la democrazia?». È un caso? Certo che sì. Che cazzo c’entrano 300 e l’Economist: nulla. Il caso è però bene augurante. Condizionato da queste due suggestioni oggi vorrei proprio parlarvi di democrazia. È palese: l’idea che il governo di un soggetto politico debba essere legittimato dal basso ha goduto, in passato, di salute migliore. Se oggi è in difficoltà, lo si deve ad una serie di fattori. Seguiamo, a spanne, il ragionamento dell’Economist.

La crisi economica. Che dire? Non molto. La magnitudine del fenomeno è tale da aver reso palese agli occhi del mondo che l’Occidente non è invulnerabile. Mentre francesi, italiani e spagnoli tentano di ridurre il proprio colossale debito pubblico tagliando lo stato sociale, la Cina cosa fa? Estende la protezione pensionistica ad altri 240 mila abitanti nel giro di due (!!!) anni. Due.

Le guerre. È dalla guerra in Iraq che l’Occidente fallisce sistematicamente nel tentativo di esportare la democrazia. Le Primavere Arabe hanno mostrato con altrettanta evidenza come il buon funzionamento di un regime democratico necessiti di istituzioni culturalmente fondate. Il parlamentarismo, il garantismo, il pluralismo non sono scatole di pelati che nonna può spedirti quando sei in Erasmus.

La globalizzazione. In un mondo interconnesso, l’idea che un paese possa implementare una normativa contro l’evasione fiscale in autonomia fa semplicemente ridere. Che senso ha vietare l’accumulo di fondi neri in patria se con un click questi stessi fondi possono essere fatti sparire in un qualche isolotto lontano, lontano? Senza la coordinazione internazionale, le moderne democrazie fanno fatica a governare. Purtroppo la coordinazione richiede diplomazia e quest’ultima richiede tempo. In questo senso i regimi dittatoriali si dimostrano molto più efficienti nel dare al paese l’indirizzo desiderato.

La miopia. Platone, nella Repubblica, sottolineava la tendenza dei cittadini di regimi democratici a vivere alla giornata, senza una prospettiva di lungo termine. In effetti, come si spiegano 2’000 miliardi di debito pubblico italiano se non dando ragione al filosofo greco?

Insomma: il sex appeal dei governi democratici è oggi un pochino in calo. Certo è che la tendenza è recente. La democrazia – per citare l’Economist – è stata la più grande genialata del ventesimo secolo. Nel 1941 i paese democratici erano solo 11, oggi sono il 40% del totale. Sotto questa spinta, il mondo ha vissuto un incremento del proprio benessere che non ha precedenti nella storia dell’umanità. Cerchiamo, allora, di capire che margini ci sono per sistemare le cose.

La mia convinzione – e qui smetto (1) di scopiazzare l’Economist e (2) di invader il campo dei miei amici di AltriPoli – è che la democrazia sia un mezzo, uno strumento, non un fine. Mezzo per la realizzazione dell’individuo. Del singolo individuo. Non della collettività, della massa, del gruppone. Del ‘tutti’ che si traduce presto col ‘nessuno’, ma del tizio con nome e cognome che stasera incontrerò al supermercato. Considerare la democrazia come un fine vuol dire porre la Ragion di Stato sopra la libertà del singolo. Il che non mi trova contrario in senso assoluto. In circostanze eccezionali (una guerra? un’epidemia?) il richiamo alla Ragion di Stato è essenziale per mantenere la comunità unita. Porre lo Stato sopra al cittadino è dunque un’idea che mi urta non tanto in sé. Mi urta nelle conseguenze che si tira dietro. Per realizzare l’ideale della democrazia fine a sé stessa è necessario erigere un catafalco di strutture, burocrazie, sovrastrutture, nani e ballerine. Un catafalco nel quale, gira che ti rigira, finiscono per annidarsi clientele e abusi. Chi è al potere ci vuole rimanere e usa le prerogative a sua disposizione per garantirsi questo privilegio. Gli altri (il tizio con nome e cognome che oggi incontrerò al supermercato)… si fottano. Quando le istituzioni rispecchiano il sentire dei cittadini, quando si realizza quella che Hegel avrebbe chiamato eticità, tutto bene. Ma quando piazza e palazzo sono fuori sincrono – e oggi ci sono buone ragioni per pensarlo – c’è poco da fare: la democrazia si deve alleggerire.

Il punto chiave è l’auto-vincolo. Le democrazie sane non sono quelle che producono debito pubblico per nutrire la panza del parastato, ma quelle che hanno senso del limite. La differenza tra una democrazie liberale e un regime sta tutta qua: nel capire fin dove si estende l’autorità. Tradotto banalmente: la Repubblica Italiana avrà un fantastiliardo di problemi, ma nessun Carabiniere ha l’autorità di vietare ad una famiglia di mettere al mondo più di un certo numero di figli. Il gendarme cinese sì.

Non sono stato del tutto sincero con voi. Il titolone dell’Economist «Cos’è andato storto con la democrazia» aveva un sottotitolo «… e cosa fare per ridarle smalto».

La mia idea è tutta qui: verifichiamo con umiltà, punto per punto, in quali ambiti la forma di governo e la realizzazione del singolo abbiano perso sincronia. In quali ambiti l’originario messaggio democratico sia stato tradito. Benessere e crescita sostenibile verranno di conseguenza.

About Giulio Valerio Sansone

Giulio Valerio Sansone
Triennale in Filosofia a Roma, studente di Economia dell'Innovazione a Milano. Orgogliosamente parte della ciurma di Polinice dai suoi gloriosi albori. Vi fracassa le scatole un mercoledì ogni quattro.

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