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Dallas Buyers Club: come sopravvivere agli Oscar

Ogni anno c’è una pattuglia di film che si presenta agli Oscar con moderate ambizioni riguardo premi per la recitazione o qualche categoria minore a casaccio, magari con una velleitaria nomination a miglior film tirata in mezzo per fare numero; nella maggior parte dei casi sono pellicole dimenticabili, il cui presunto fiore all’occhiello si rivela essere un comprimario sopra le righe o poco più.

Nell’ultima cerimonia il film di questo profilo che ha più lasciato il segno è stato senza dubbio Dallas Buyers Club con la sua doppietta nei premi di recitazione maschile arrotondata dalla statuetta per il make-up e le acconciature. Il film racconta la storia di un redneck omofobo che scopre di aver contratto il virus HIV e si ingegna per ottenere accesso a qualsiasi cura che possa allungargli la vita, fino a mettere in piedi un’operazione di contrabbando di tutta una seria di medicinali non autorizzati dall’FDA, l’ente americano competente per l’autorizzazione a commercializzare medicinali.

I motivi di interesse della pellicola sono principalmente due. Uno sono le ottime prestazioni attoriali di Matthew McConaughey in primis, e di Jared Leto e Jennifer Garner in secundis. McConaughey in particolare è nel bel mezzo di un filotto di film che lo ha portato dall’essere considerato un manzo da rom-com a miglior attore protagonista, e seppure il suo personaggio e la sua interpretazione sono in questo film un po’ troppo marcati e meno sottili rispetto a quelli di film come Killer Joe e Mud, sappiamo tutti quanto la parte sopra le righe attiri l’attenzione dell’Academy e visto che questa volta il beneficiario è più che meritevole non possiamo che rallegrarci.

Il secondo motivo è la luce che il film cerca di gettare sulle macchinazioni di industrie farmaceutiche ed agenzie governative, specialmente nei casi di malattie “misteriose” e aggressive come l’AIDS. Dallas Buyers Club è basato su una storia vera ma pur fornendo vari spunti di riflessione resta un po’ troppo polpettonesco per saziare la curiosità sull’argomento. Fortunatamente, per chi fosse interessato alla questione da un punto di vista un po’ meno ristretto e anedottico, posso consigliare un documentario di un paio di anni fa intitolato How to Survive a Plague che racconta proprio delle lotte portate avanti a cavallo tra anni ’80 e ’90 negli Stati Uniti, in particolare della comunità LGBT, per snellire e razionalizzare il processo di approvazione dei farmaci utili a combattere i sintomi dell’AIDS.

A ricostruire gli eventi sono molti dei leader di quel movimento che sono sopravvissuti alle prime ondate del contagio, quando la malattia sembrava ancora una piaga divina o giù di lì, e la prospettiva storica e una più dettagliata dissezione dell’evoluzione della situazione legislativa in materia, aiutano a farsi un’idea più chiara del contesto in cui si muoveva Ron Woodroof, il protagonista di DBC.

Tornando al film non si tratta di nulla di imperdibile e mi azzardo a prevedere che la carriera del regista Jean-Marc Vallèe non sarà delle più entusiasmanti, ma per essere uno di quei parassiti di statuette di cui sopra Dallas Buyers Club non è nemmeno dei peggiori e se non altro evita encomiabilmente di cadere nel patetismo strappalacrime che ci si potrebbe aspettare.

About Lorenzo Peri

Lorenzo Peri
Studio informatica e sono un vorace -bulimico direbbero alcuni, e avrebbero ragione- consumatore di cultura pop in forme varie ed eventuali. Tutto mi interessa e niente mi conquista, non so proprio cosa farò da grande.

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