Home / Architettura / Architettura: non si vede più l’arcobaleno

Architettura: non si vede più l’arcobaleno

Era il 28 Novembre del 1922 e Paul Klee teneva lezione al Bauhaus, la più grande scuola d’arte e d’architettura del Novecento, che per ultimo sogno portava con sé l’idea di un’unione tra le arti. Varie erano le figure che affollavano le aule della sede di Weimar tra le quali Kandinskij, col quale Klee già era entrato in contatto nel 1911 quando aderì al gruppo Espressionista del Die Brüke, insieme a Macke e Marc. In quel fervore d’idee e di grandi nomi la figura spirituale ed illuminata di Klee aveva deciso di istituire come struttura per il corso una serie di lezioni sulla Teoria del Colore.

La natura sottopone l’occhio ad un continuo stimolo di colori: “ma c’è un fenomeno che sta al di sopra di tutte le cose colorate – racconta Klee – l’astrazione d’ogni applicazione, elaborazione e combinazione di colori, la pura astrazione cromatica: questo fenomeno è l’arcobaleno.” [1]

Nell’arcobaleno si riscontrano i colori essenziali: rosso, arancione, giallo, verde, azzurro e viola. Quest’ultimo si dividerebbe in viola indaco e viola rosso, ma per chiudere i colori dell’arco in un cerchio, lo uniremo in un unico colore. I colori primari sono tre: rosso, azzurro e giallo. I tre restanti sono prodotto della miscela dei tre primari. Rapporti di opposizione diametrale si avranno tra il verde ed il rosso, tra il giallo ed il viola, tra l’arancione e l’azzurro: colori complementari tra di loro che si richiamano e risaltano vicendevolmente. Rapporti periferici e di prossimità si avranno tra rosso e arancione, arancione e giallo, giallo e verde e così via.

Sopra: i rapporti cromatici diametrali e perimetrali. – Sotto: La sovrapposizione di due colori complementari.

La sovrapposizione tra due colori complementari mostra le varie possibilità cromatiche che può avere un rosso su cui vengono applicati strati di verde e viceversa. Nella parità di colore, ovvero tanto rosso quanto verde è curioso realizzare che si ottiene il grigio. Così vale per arancione e azzurro, giallo e viola. Nell’equilibrio delle dosi i complementari si annullano nel grigio.

“Si finirebbe col limitarsi al solo grigio, che è il centro del tutto, con la scusa che nel grigio son compresi tutti i colori: azzurro, giallo e rosso. Ed anche nero e bianco. In ossequio a questa legittima verità bisognerebbe dunque bandire tutti i colori, anche il nero e il bianco? Soltanto il grigio è permesso, il solo grigio centrale. Il mondo grigio nel grigio, allora? No! Ancor meno: il mondo come un unico grigio, come il nulla. A questo assurdo può portare la semplificazione, a un estremo impoverimento, alla perdita della vita.” [2]

Nelle Avanguardie del Novecento la scoperta dell’astrazione e del potere espressivo del colore rappresenta un grande fervore rivoluzionario rispetto alle rigide leggi oggettive del figurativismo ottocentesco: colore è vita. Così come il disegno è sguardo, l’altro è spirito. Oggi che il colore dell’architettura è vivo per lo più nel rosso dei capannoni commerciali di OVS, nel giallo e blu di Ikea o nel verde di Leroy Marlin, viene a cuore la lezione del grande maestro del “Making visible”, colui che del colore costruì un linguaggio scientifico e che nei suoi quadri riportò incredibili equilibri cromatici a dimostrazione di uno studio teorico illuminato e meticoloso.

Rosso extraurbano, 2014, I. Zaccagnini

Simpatizzando i tentativi cromatici un po’ goffi ed esuberanti di Jean Nouvel al padiglione della Serpentine gallery del 2010 e dell’intervento sempre londinese di Renzo Piano nel quartiere di Saint Giles il maestro del colore dell’architettura che solitario viene in mente è l’ormai passato a miglior vita premio Pritzker Louis Barragan. Architetto messicano, portò avanti la tradizione e cultura popolare del proprio paese fondendola con le suggestioni dell’Architettura Mediterranea ed in particolare quella araba. In lui la sapienza del contrasto, della manipolazione della luce e della sorpresa attraverso il colore. Richiamo attrattivo e dimensione di stasi silenziosa, nella casa Giraldi di Barragan la vita, il pigmento vibra all’interno e si ripara dal grigio della città polverosa.

Louis Barragan, Casa Gilardi, Città del Messico, 1976; Patrimonio UNESCO dal 2004

Il mondo arabo segna fermamente anche la produzione pittorica di Klee. Il viaggio in Tunisia insieme a Macke lo farà tornare illuminato da nuove visioni cromatiche e solo in quel momento arriverà a dichiarare:

“Il colore mi possiede. […] Il colore ed io siamo un tutt’uno. Sono un pittore.”

Klee suonava il violino e conosceva le leggi dell’armonia, eppure dopo il viaggio tunisino vi sembra essere una presa di coscienza: la sua strada espressiva è quella pittorica.
L’artista trova ispirazione anche nei mosaici bizantini osservati nel suo viaggio a Ravenna del 1926. La tradizione mediterranea chiama fortemente il colore, così come anche nell’architettura greca, radice delle nostre raidici, i templi ebbero a tingersi là dove l’elemento non fu strutturale: il marmo restava bianco per colonne ed architrave, ma il fregio, il frontone e gli acroteri erano espressione di rossi blu e gialli.

Paul Klee, Strada principale e strade secondarie, 1929

La componente cromatica è dunque un elemento essenziale del linguaggio compositivo architettonico, ma ad oggi nelle facoltà di architettura non si insegna alcuna Teoria del Colore e l’occhio dello studente non viene educato ad una scientifica conoscenza degli equilibri del colore e dei loro perché. Eppure la città ha bisogno di risvegliarsi da un torpore grigio, viene da pensare alle periferie e alle aree degradate quanto potrebbero godere di un sapiente uso del linguaggio cromatico. Una vitalità ormai sconosciuta che concilierebbe i confini tra arte ed architettura. Il colore non ingombra spazi ma dilata le proporzioni. E proprio Klee ci ricorda:

“Cosa fa l’artista? Crea forme e spazi! Ma come li crea? Scegliendo proporzioni… Oh satira,
pena degli intellettuali. Paul Klee, 1905 [3]

 

Isabella Zaccagnini – PoliLinea

[1] Paul Klee, Teoria della forma e della figurazione, Mimesis, 2009
[2] Ibidem
[3] Paul Klee, Poesie, Carte d’artisti, 2008

About Isabella Zaccagnini

Isabella Zaccagnini
L'Architettura è uno strumento atto a semplificare la vita dell'uomo. Essendo la vita una realtà complessa, come ogni complessità, per essere semplificata, è necessario il tentativo di spiegarla. In tale direzione va la ricerca personale svolta con PoliLinea.

Check Also

La meccanica dell’arte: a studio da Diavolo, un racconto su Luigi Pellegrin

  Lo studio di Roberto Federici, in arte Diavolo, ha l’aspetto di un’officina, più che ...