Home / Architettura / Città malate

Città malate

Dove finisce la città? A cosa cede il passo? Le periferie, la forma urbis, le aree metropolitane sono, o dovrebbero essere, al centro dell’attenzione di architetti e urbanisti, perché in essi risiede la chiave della vivibilità della città contemporanea.
Tra gli anni ’60 ed ’80 gli architetti si sono visti impegnati su due versanti, opposti e complementari: da un lato la battaglia per la conservazione dei centri storici delle nostre città; dall’altro la progettazione di nuovi brani urbani, laboratori per la sperimentazione di nuove forme dell’abitare. Il primo obiettivo ha, in buona misura, avuto successo: la salvaguardia del carattere della città storica è ormai un punto fermo nella teoria del progetto di molti architetti contemporanei, sebbene talvolta assuma caratteri sin troppo radicali. A tal proposito rimandiamo alla rubrica “Sold Out”, nella quale la redazione di PoliLinea ha già analizzato quali siano i rischi di una politica eccessivamente restrittiva nei centri storici.

Corviale, Roma.

Ma che ne è stato delle periferie? Gli interventi di quel ventennio di innovazione hanno risolto il nodo, teorico e progettuale insieme, della città contemporanea? Credo che se si ponesse questa domanda ad un abitante di una qualunque periferia di una grande città la risposta sarebbe negativa. In questa sede non sarebbe possibile affrontare in maniera esaustiva l’argomento, ma pochi esempi potrebbero essere sufficienti per comprendere l’entità del fallimento degli esperimenti compiuti. Tra questi ultimi alcuni sono già tristemente celebri: il quartiere Zen a Palermo, progettato da V. Gregotti e F. Purini, le Vele di Napoli, progettate da F. Di Salvo, il Corviale a Roma, progettato da un team capitanato da M. Fiorentino, il quartiere Matteotti a Terni, progettato da G. De Carlo. Sebbene le soluzioni, ed i principi ad esse sottostanti, siano molto diversi tra loro, i risultati di questi interventi sono stati piuttosto simili: ad oggi questi quartieri sono caratterizzati dal degrado architettonico, un quadro sociale disagiato, un rapporto negato con la città circostante. I motivi di questo fallimento sono molteplici, alcuni dei quali non ascrivibili alla sola architettura e credo che questo sia il fulcro della riflessione oggi necessaria: l’architettura, come disciplina autonoma, non può essere la cura per la città contemporanea. Qualcuno storcerà il naso, per altri questa affermazione sarà solo una puntualizzazione dell’ovvio, ma è necessario che questo sia il terreno comune su cui erigere solide riflessioni sull’abitare contemporaneo: architettura, società civile ed istituzioni devo produrre soluzioni chiare e partecipate.

Quartiere Matteotti, Terni.

In questo scenario una delle migliori opportunità degli ultimi anni è certamente rappresentata dal gruppo G124, il gruppo di giovani architetti che Renzo Piano ha messo su nel suo ufficio di Senatore. Il forte contatto con le istituzioni, la presenza di giovani, ed il patrocinio di una figura autorevole come Piano rappresentano ottimi punti di partenza, ai quali va aggiunto l’oggetto della ricerca dei G124: le periferie, appunto. In una recente intervista al Fatto Quotidiano, il Senatore a vita ha articolato in 7 punti il suo programma di intervento sulla città:

1. Smettere di costruire. Quasi tutte le città italiane sono sature dal punto di vista edilizio e, mentre si costruisce sempre di più – spesso senza pianificazione, fuori dalle norme prescritte e aumentando lo sprawl – all’interno della città consolidata migliaia di edifici giacciono privati della propria funzione, in stato di abbandono.

2. Ridistribuire i servizi nelle aree periferiche. L’espressione “quartiere dormitorio” è ormai di uso comune anche tra i non addetti ai lavori, figlia di un’idea di urbanistica ormai sorpassata e fallimentare. La città monocentrica, in cui gli unici flussi possibili sono quelli radiali , condannerà sempre la periferia al degrado. Se musei, scuole, ospedali fossero distribuiti in maniera omogenea nel tessuto urbano si creerebbero poli multifunzionali in più zone della città, rivitalizzandole. A questo proposito particolare attenzione meriterebbero gli spazi pubblici, fulcro della vita di una comunità, ormai quasi assenti o mal progettati.

3. Consolidamento strutturale del tessuto esistente con cantieri “tolleranti”. Certo la pianificazione non è la sola responsabile del degrado delle periferie: spesso è la stessa architettura a creare degrado, con la sua struttura indifferente al contesto. Lo studio G124 propone una rete capillare di interventi sostenibili dal punto di vista economico, sociale ed ambientale, ad opera di piccole imprese, che possano contribuire a migliorare la struttura di questi quartieri.

4. Adeguamento energetico. Intervenire sul patrimonio edile esistente anche dal punto di vista tecnologico: i vantaggi dal punto di vista economico ed ambientale non possono che contribuire al miglioramento della qualità di vita.

5. Rafforzare i trasporti. Forse il più ambizioso, ed al tempo stesso più ovvio, punto del programma. La mancanza di collegamento tra le varie parti della città è la prima causa di isolamento e del conseguente degrado delle aree interessate.

6. Il Verde. Il sistema ambientale non può più essere identificato da episodi isolati all’interno della città, deve essere invece costituito da spazi comunicanti che formino una rete fitta lungo tutto il tessuto urbano. I benefici di un simile sistema non sarebbero solo quelli estetici, ma anche pratici: abbassamento delle temperature nella stagione estiva, miglioramento della qualità dell’aria, abbassamento dell’inquinamento.

7. Processi partecipativi. L’idea che l’architetto possa essere l’artefici dei destini di una città, o di un solo brano urbano, è certamente da abbandonare, dal momento che già si è rivelata fallimentare. Agire secondo il sentire collettivo è strettamente necessario se si vuole che gli abitanti si riconoscano nella città che abitano, e dunque la rispettino.

Certo non esiste una soluzione unica per ogni città, ma la patologia è diffusa e caratterizzata da tratti simili, e linee guida come quelle tracciate da Piano, benché certamente non nuove, possono essere la base per ricerche future, sperando che queste voci vengano ascoltate, nascendo in seno alle stesse istituzioni.

Matteo Baldissara – PoliLinea

About Matteo Baldissara

Matteo Baldissara
Sono un giovane architetto, laureato presso l'Università degli studi di Roma - Sapienza nel Luglio del 2014. Attualmente frequento, presso lo stesso ateneo, il XXX ciclo del dottorato in composizione Teoria e Progetto. Dal 2014 collaboro con lo studio di progettazione WAR (Warehouse of Architecture and Research). Appassionato di letteratura ed arte, strizzo l'occhio al mondo della tecnologia, dalla programmazione alla grafica, e a quello del marketing.

Check Also

Progettare la complessità

  Nota:brani di questo articolo sono estratti della tesi di dottorato dell’autore, redatta nell’ambito del ...