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Salviamo la natura. Salviamoci dall’ecosostenibilità.

L’attenzione che negli ultimi anni viene nutrita nei confronti della natura e della sua tutela sembra trovare riscontro effettivo solo in alcuni ambiti della realtà quotidiana. La coscienza collettiva si è largamente interrogata sul rapporto tra uomo e natura trovando, come risposta, una maggiore attenzione e riscoprendo quella sensibilità che gli ultimi decenni ci avevano nascosto.

Nemmeno l’architettura è indifferente a tale sentimento: si parla ormai quasi unicamente di architettura sostenibile, di costruzioni a basso impatto ambientale, di ecologia dei materiali e dei processi costruttivi. Ognuno di questi è argomento degno della più sincera attenzione, ma purtroppo vengono ormai largamente interpretati come panacee alla relazione conflittuale tra una natura minacciata e un progresso necessario. Con risultati, su ampia scala, sinceramente discutibili.

Tamedia Building, Zurich, Switzerland, 2013

Sono ormai pochi i vincitori di concorso o le pubblicazione patinate che non facciano della sostenibilità il punto fondamentale della propria filosofia progettuale. L’architettura si trasforma, lentamente, in una serie di soluzioni tecnologiche nate non per risolvere in maniera particolare i problemi caratteristici di ciascun progetto, ma come una specie di campionario di elementi tecnici avulsi dal suo linguaggio complessivo, risultato di una tecnologia in serie e ripetuta.

Allontanandosi dalle realizzazioni più famose e pubblicizzate, ci accorgiamo che questa tecnologia non è sempre bella per come la si vorrebbe. E scopriamo che quanto si è costruito in passato era, per alcuni versi, una fortunata anticipazione delle intuizioni dei nostri giorni. Bisogna felicemente considerare che nessuno riproporrebbe soluzioni arcaiche e superate per risolvere il problema della qualità dell’abitare; ma guardando ciò che si costruiva in passato, si potrebbero imparare importanti lezioni di bioclimatica e di ecologia del costruire: città completamente tinte di bianco, finestre sapientemente esposte verso i venti più salubri, complessi sistemi per il recupero delle acque e la loro conservazione. Il tutto conservato nella memoria storica di ciascuna cultura, senza distinzioni di intenti, ma con la propria capacità di adattarsi al contesto ambientale entro il quale esse si inserivano.

Francesco Venezia, architetto napoletano che ha fatto della tettonica, ovvero della cultura del costruire, il sapore più intenso delle proprie opere, definisce con candida (e comprensibile sincerità) i suoi progetti come “eco-insostenibili”. Una provocazione, certo, ma anche una aperta critica ad un superficiale e generalizzato modo di intendere la responsabilità che l’architettura ha nei confronti della natura; non è l’ipocrisia a risolvere il problema della qualità di un’opera, né l’affidamento fiducioso allo stratagemma tecnologico.

Paper Log House, Bhuj, India, 2001

L’importanza di tali e di altre considerazioni è responsabile, probabilmente, anche dell’assegnazione al giapponese Shigeru Ban del premio Pritzker 2014: i suoi progetti cavalcano appieno la tematica della sostenibilità capendo, però, che la soluzione migliore deve essere specifica per ciascun progetto, dissimile quindi dalla precedente e da quelle successive. La conformazione formale del risultato vive di elementi tecnologici caratteristici, sicuramente sintesi personale dal lessico evidentemente influenzato dalla cultura che lo ha generato. Ma tuttavia capace di affascinare attraverso la sottile rilettura di una tradizione propria dell’arte del costruire che rende la sostenibilità razionale.

Appare allora chiaro il senso di una frase nella motivazione della giuria: “Il suo approccio creativo e innovativo, specialmente in relazione ai materiali da costruzione e alle strutture, non solo come mera intenzione, è presente in ogni sua opera…” [1]. Proprio nel riconoscimento della capacità di superare le intenzioni è allora spiegata la qualità del lavoro di Ban: la tecnica non è una soluzione applicata a posteriori o alla quale si affida il compito di risolvere gli errori intermedi. La conoscenza costruttiva è la vera sintesi del linguaggio estetico e il suo risultato è espressione di una sensibilità personale e caratteristica. Apprezzabile o meno, ma indiscutibilmente sincera nell’espressione della propria complessità.

Non sarebbe corretto richiedere ad ogni architetto la medesima dedizione e attenzione che Shigeru Ban investe nel suo lavoro. La soggettività delle sue opere (così come quella di ciascun creativo) è da ricondurre ad una particolare abilità compositiva capace di coniugare necessità e forma in una soluzione complessa ma armoniosa. Auspicabile sarebbe, però, la diffusione del principio che sembra esserci alla base del suo lavoro: la tecnica e la tecnologia sono strumenti flessibili e fondamentali che, se usati con coscienza, possono anche essere belli.

Alessio Agresta – PoliLinea

About Alessio Agresta

Alessio Agresta
Architetto, convinto di aver scelto un mestiere capace di migliorare la vita di molti, ma anche in grado di far grossi danni. Scrivo su Polilinea dal 2012 anche per provare a schiarirmi le idee.

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