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La sfida per la Commissione: volti, partiti e programmi delle prossime elezioni europee

Le elezioni per il rinnovamento del Parlamento europeo che si terranno dal 22 al 25 maggio nei 28 paesi dell’Unione Europea presentano molti elementi di interesse rispetto alle ultime avvenute nel 2009. Quelle di maggio saranno infatti le prime elezioni in cui verrà applicato integralmente il paragrafo 7 dell’articolo 17 del Trattato di Lisbona: i capi di Stato e di governo della UE, riuniti nel Consiglio Europeo, dovranno proporre al Parlamento Europeo un candidato per la presidenza della Commissione ‘tenendo conto delle elezioni del Parlamento europeo’.

Per la prima volta i partiti politici europei, nati a Maastricht come indispensabile spazio di condivisione politica oltre i confini nazionali, hanno avuto la possibilità di proporre un candidato affiliato alla propria lista, che difenda il proprio programma davanti agli elettori europei e che in caso di vittoria si prenda la responsabilità di dirigere la Commissione, ovvero l’organo esecutivo dell’Unione Europea. La carica innovativa di questa norma è prorompente: mai prima d’ora si era presentata la possibilità di costruire un vero dibattito comune europeo durante la campagna elettorale, spesso tirannizzata dai partiti nazionali interessati alle elezioni europee come ad una mera verifica del consenso alla politica interna. Inoltre, l’instaurazione di un legame diretto tra elettori e Commissione permetterebbe di ridurre il deficit democratico spesso rinfacciato alle istituzioni di Bruxelles, rendendo queste elezioni veramente europee, come mai era avvenuto dal 1979.

A questa apertura dal sapore cosmopolitico si oppongono naturalmente i governanti, a difesa del classico carattere intergovernativo delle istituzioni europee: in questo senso vanno lette le dichiarazioni Angela Merkel (‘non vedo nessuna automaticità tra i candidati più votati e la scelta del Presidente’) e di Herman Van Rompuy, secondo il quale senza un aumento dei poteri della Commissione, l’elezione diretta del presidente sarebbe una pericolosa fantasia, poiché ‘politicizzare le elezioni serve solo a preparare in anticipo la delusione’. Si potrebbe obiettare che mai come durante in questi anni la Commissione ha avuto poteri così ampi e delicati, tali da limitare fortemente la sovranità nazionale di alcuni stati in collaborazione con la BCE ed il Fondo Monetario Internazionale nella temuta ‘troika’. Ed è difficile dare torto a Thomas Klau, membro dello European Council on Foreign Relations, quando sostiene che la fiducia nelle istituzioni europee è messa a rischio in primo luogo dai leader nazionali, che da una parte permettono al sistema di influenzare la politica nazionale, dall’altra rifiutano di dare al sistema la leadership politica necessaria per esercitare questo potere in maniera responsabile. Ad ogni modo, sembra chiaro che l’esito di queste elezioni europee sarà fondamentale per capire che direzione prenderanno le istituzioni europee nei prossimi anni. Risulta quindi indispensabile comprendere chi sono i candidati alla Commissione e quale visione dell’Europa propongono.

Difficilmente ripeterà la grande vittoria del 2009, che gli permise di confermare Barroso presidente della Commissione e di nominare Van Rompuy presidente del Consiglio, il Partito Popolare Europeo, il più grande e più influente partito all’interno della UE, che annovera tra le sue fila 73 partiti nazionali, tra cui la CDU-CSU tedesca capeggiata da Angela Merkel e Forza Italia, UDC e Nuovo Centrodestra per l’Italia. Al congresso del 7 marzo è stato scelto come candidato per la Commissione Jean-Claude Juncker, eterno presidente del Lussemburgo e presidente dell’Eurogruppo dal 2005 al 2013, il quale ha provato già nel suo discorso d’investitura a prendere le distanze dalle impopolari politiche di austerità difese dal suo partito in questi anni, promettendo una sterzata dell’Unione dalle politiche finanziarie alla sfera sociale per combattere la disoccupazione giovanile e la divisione tra Nord e Sud del continente. La vittoria di misura raggiunta da Juncker sul secondo arrivato, Michel Barnier, grazie all’appoggio decisivo della Merkel ha però fatto alzare più di un sopracciglio a molti partecipanti al congresso di Dublino. I più maliziosi vedono addirittura una candidatura così debole come parte di un disegno politico: Juncker sarebbe infatti messo facilmente da parte per far spazio all’attuale direttrice del FMI, Christine Lagarde, indicata da molti come candidato ideale per un compromesso tra Consiglio e Parlamento Europeo, in caso si arrivasse ad un pareggio elettorale tra i due principali partiti, il PPE e PSE.

Guai però a sottovalutare proprio il candidato designato dal Partito Socialista Europeo, Martin Schulz, presidente uscente del Parlamento Europeo, noto in Italia soprattutto per l’epiteto di ‘kapò’ con cui lo ingiuriò Silvio Berlusconi, in una delle sue rare visite al Parlamento Europeo, non a caso coincidente con una delle pagine più vergognose della storia italiana in Europa. Il socialdemocratico tedesco ha infatti parecchie frecce al proprio arco: un programma completo che punta a rilanciare la crescita, a rafforzare l’uguaglianza di genere in Europa e a sviluppare un’efficace politica comune sull’immigrazione, una massiccia campagna di propaganda condotta da volontari socialisti porta a porta (efficacemente nominata ‘Knock the vote’) e una stima bipartisan guadagnata in anni di lavoro nelle istituzioni europee. Non ultimo, Schulz è certo che, con un buon risultato del PSE alle elezioni, la sua candidatura sarebbe difesa da avvocati preziosi all’interno del Consiglio Europeo: non sarebbe certo il sostegno degli alleati nel PSE Renzi e Hollande, ma probabilmente anche l’endorsement pesante della stessa Angela Merkel. La Cancelliera infatti vede in Schulz un valido alleato per il futuro rilancio dell’Unione Europea e la revisione del Trattato di Lisbona, e gli ottimi rapporti personali tra i due sono persino migliorati a livello politico grazie alla cooperazione tra SPD e democristiani nella nuova “Grosse Koalition”. Eppure la vicinanza alla Merkel potrebbe rivelarsi un’arma a doppio taglio per il candidato socialista: questa strana alleanza infatti gli rende quasi impossibile criticare le politiche di austerità imposte dalla Cancelliera in questi anni, e rischia di far inabissare il programma socialista nel motto merkeliano ‘soldi in cambio di riforme’, che in questi anni ha portato al commissariamento diretto o indiretto di molti paesi europei. La vera sfida per Schulz, ovvero quella di presentarsi come candidato di un’Europa diversa da quella del rigore, sembra quindi quantomeno problematica, e l’appartenenza nazionale non lo aiuta: difficile infatti far scomparire dalla mente di molti cittadini europei l’immagine negativa della Germania diffusa dai media in questi anni di crisi economica.

La nazionalità gioca un ruolo evocativo anche per un’altra delle candidature alla Commissione, ma in chiave opposta: Alexis Tsipras, leader del partito Syriza, che alle elezioni greche del giugno 2012 raggiunse ben il 27% dei consensi, è stato scelto dalla Sinistra Unitaria Europea come candidato a sostegno di un cambiamento radicale nelle politiche economiche europee, che proprio in Grecia hanno mostrato tutti i loro limiti: l’attenzione rivolta solo alla stabilità finanziaria, che alcuni commentatori economici dichiarano ormai raggiunta, ha impedito di valutare l’impatto sociale disastroso delle politiche di austerità, poi riconosciuto dallo stesso Fondo Monetario Internazionale. Il programma di Tsipras non si limita però al rifiuto dell’austerità e all’abolizione del Fiscal compact, ma tocca anche temi dell’ambiente, con un’attenzione particolare allo sviluppo sostenibile e alle fonti rinnovabili, e dell’immigrazione, con il rifiuto della concezione dell’Europa come fortezza e la condanna di tutte le forme di discriminazione. L’obiettivo ambizioso è quello di imporsi come ago della bilancia delle politiche europee, in modo da scongiurare una grande coalizione PPE-PSE, ma gli ostacoli non sembrano pochi. Specialmente in Italia, è in dubbio la stessa presenza alle elezioni della lista civica ‘L’altra Europa con Tsipras’, sostenuta da Barbara Spinelli e da Stefano Rodotà, a causa della normativa bizantina che impone alla lista, non sostenuta da alcun parlamentare europeo o italiano, la raccolta di 150.000 firme entro il 15 aprile, di cui almeno 3000 per ogni regione, senza alcuna distinzione tra l’enorme Lombardia e la minuscola Valle d’Aosta. La partecipazione di numerosi volontari alla raccolta firme in questi giorni sembra scongiurare il rischio di esclusione, ma non si può non sottolineare, come nota lo stesso Aldo Giannuli, la disparità di trattamento tra partiti istituzionali e movimenti nati dalla società civile nell’ordinamento italiano.

Grande attenzione ai temi dell’austerità, dell’immigrazione e ovviamente dell’ambiente viene dedicata anche dai Verdi, che propongono la candidatura unita di Ska Keller, giovane parlamentare tedesca, e di José Bové, ex sindacalista francese che incarna l’anima anti-liberista del partito. I due rappresentanti, selezionati tramite votazioni online, non si fanno illusioni su un’improbabile vittoria: il loro scopo è piuttosto quello influenzare la scelta del prossimo presidente della Commissione e di stilare un’agenda comune all’interno del nuovo Parlamento seguendo il motto ’la via giusta  e verde fuori dalla crisi’.

Anche la Alleanza dei Democratici e Liberali per l’Europa (ALDE), principalmente composta dai libdem inglesi e dai liberali tedeschi, presenterà un candidato per la Commissione: si tratta dell’ex primo ministro del Belgio, il fiammingo Guy Verhofstadt, scelto a seguito del passo indietro del Commissario per gli Affari Economici e Monetari Olli Rehn. La candidatura del belga sembra improntata prevalentemente in ottica anti-populista, con un programma federalista che punta ad un’Unione ancora più integrata, simboleggiato anche dalla presenza di Verhofstadt lo scorso 20 febbraio in piazza Maidan a Kiev, a sostegno di un?Ucraina democratica e integrata in Europa. La sua candidatura è stata però ferocemente criticata dall’ex commissario Frits Bolkenstein, peraltro alleato del belga nell’ALDE, il quale ha dichiarato che i federalisti europei sostengono un progetto federale irrealizzabile e al momento ‘sono un pericolo maggiore per l’UE degli euroscettici’.

L’affermazione dell’olandese potrebbe però suonare ottimistica, se osserviamo la prepotente ascesa dei movimenti euroscettici e nazionalisti, che probabilmente raccoglieranno successi rilevanti alle elezioni di maggio e che ovviamente non presentano nessun candidato comune: la loro politica è chiaramente contraria a qualsiasi forma di integrazione troppo avanzata, come la creazione di  un partito politico comune. Tutt’al più questi partiti sono disposti a raggrupparsi in formazioni variegate, come l’Alleanza dei Conservatori e Riformisti Europei, che comprende Tories britannici ed euro-scettici cechi. Sembra in via di definizione anche un rassemblement anti-europeista accentrato attorno al Front National di Marine Le Pen, che comprenderebbe anche il ‘Vlaams Belang’ (‘Interesse Fiammingo’), il Partito della Libertà di Geert Wilders, l’Alleanza per il futuro dell’Austria (‘BZO’) e altri partiti di destra anti-immigrazione, come la Lega Nord. Da notare  la vistosa assenza di Alba Dorata, del Partito Indipendentista del Regno Unito, dello ‘Jobbik’ ungherese: coerentemente con la riuscita ‘sdemonizzazione’ in politica interna, la figlia di Jean-Marie Le Pen è fermamente intenzionata a rompere ogni associazione con gruppi estremisti di ispirazione fascista e apertamente razzista. Ricordare la fallimentare storia di simili gruppi di nazionalisti esplosi a causa di contrasti interni sarebbe una magra consolazione, poiché mai come a queste elezioni i nazionalisti europei si presentano uniti da una causa comune:  cancellare il Trattato di Schengen, capro espiatorio di tutti i mali europei, e con esso l’Unione Europa, ormai indebolita dagli squilibri economici interni, dai contrasti politici fra stati membri e dai passi falsi in politica estera, simboleggiati dall’impotenza davanti all’annessione russa della Crimea.

Non c’è dubbio che uno spettro si aggiri per l’Europa: lo spettro del fallimento del progetto comunitario e del ritorno all’angustia dei confini nazionali. Ma a queste elezioni ci è data la possibilità di scegliere il nostro futuro e il futuro dell’Europa, un continente che, con i suoi difetti e le sue divisioni, in cinquant’anni ha abbattuto più muri culturali e politici di qualsiasi altra comunità umana nella storia moderna e contemporanea. Domenica 25 maggio, e in tutti i giorni che seguiranno, dovremo provare ad essere degni di questa eredità.

Francesco Tamburini – AltriPoli

About Francesco Tamburini

Francesco Tamburini
Nato a Cesena, studente di lingue straniere a Venezia e di relazioni internazionali a Roma, irretito dallo studio della storia e attualmente impegnato in una relazione complessa con la Russia.

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