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La città di Her

Uscito nelle sale italiane il 13 marzo scorso, Her è tutt’ora in programmazione in non pochi cinema della Capitale. In concorso al Festival Internazionale del film di Roma 2013, il film valse sia il premio per la miglior interpretazione femminile a Scarlett Johansson (di fatto un’interpretazione esclusivamente vocale) sia un premio collaterale a Spike Jonze, la migliore regia venne assegnata a Kiyoshi Kurosawa per Sebunsu Kodo.

Non è stata di certo la giuria del festival capitolino presieduta da James Gray a decretare il successo internazionale del film di Jonze, ma quantomeno possiamo dire di aver omaggiato noi prima di altri uno dei fenomeni cinematografici dell’anno, probabilmente il più originale. Dopo Roma Her è stato acclamato più o meno ovunque, fino ad ottenere 5 Nomination ai Premi Oscar 2014, aggiudicandosi il premio per la Miglior Sceneggiatura originale, anch’essa ad opera di Spike Jonze.

Non sono di certo un addetto ai lavori ed il mio amico Lorenzo Peri conduce con un’autorevolezza invidiabile la nostra sezione tematica dedicata al mondo del cinema ogni venerdì, per cui rinvio da subito a Lui per qualsiasi perplessità in merito, ma di certo anche la mia discutibile sensibilità poteva intuire che dietro l’operazione Her vi fossero tutti gli ingredienti necessari per un successo internazionale.

Innanzitutto quando Spike Jonze dichiara di aver avuto un’ispirazione decisiva parlando con il suo amico e collega Charlie Kaufman – i due hanno lavorato assieme sia per Being John Malkovich sia per Adaptation (in Italia Il ladro di orchidee), ma Kaufman ha firmato la sceneggiatura di altre importanti pellicole come Confessioni di una mente pericolosa e Se mi lasci ti cancello (Confessions of a Dangerous Mind e Eternal Sunshine of the Spotless Mind) – ci si sarebbe già potuti aspettare un prodotto significativo. Non ci stupisce d’altra parte che lo stesso Kaufman non firmi la sceneggiatura di Her. Jonze sente il soggetto troppo personale per condividerlo lavorandoci a quattro mani come nelle precedenti collaborazioni sopracitate, così l’impronta di Kaufman, per quanto a mio modo di vedere resti evidente nella pellicola, rimarrà un qualcosa di aleatorio, un’ufficiosa nota a margine, traccia del trascorso sodalizio.

Risultano invece assolutamente tangibili un cast di primo ordine, oltre ad un Joaquin Phoenix in stato di grazia registriamo l’ennesima eccellente interpretazione di Amy Adams, ed una colonna sonora d’eccezione composta dagli Arcade Fire, premiati con la Nomination come Miglior colonna sonora, anche se la Nomination ricevuta dal film per la miglior canzone – The Moon Song – è da attribuire a Karen O, anche lei coadiuvata da Spike Jonze in fase di scrittura.

Ma eccoci agli aspetti che più ho amato in Her. Fotografia, scenografia e costumi, ad opera rispettivamente di Hoyte Van Hoytema, di K.K. Barrett con Gene Serdena e di Casey Storm (solo i secondi hanno ricevuto una meritatissima candidatura al Premio Oscar per la Miglior scenografia).

Qui la questione si complica, o meglio, entra nel vivo la mia chiave di lettura legata a “la città di Her”. Sebbene il film risulti volutamente sospeso, collocato “in un futuro non troppo lontano”, dove la partecipazione delle intelligenze artificiali assume una proporzione quasi predominante rispetto alla componente umana, allo stesso tempo la narrazione è visceralmente aggrappata al fenomeno urbano, al contesto nel quale si muove Theodore Twombly. La regia sceglie di non inquadrare mai nessun mezzo di trasporto per non imporre un’interpretazione chiara rispetto la collocazione temporale delle vicende. D’altra parte, esalta costantemente gli scenari metropolitani, punti di vista eccezionali tali da rendere lo skyline un elemento imprescindibile per l’esatta comprensione del film. Tutto questo è filtrato magistralmente dalla fotografia di Van Hoytema, che calibra luci ed atmosfere con una felicità impressionista ed una malinconia hopperiana.

L’escamotage riguardante la collocazione spaziale è possibilmente ancor più raffinato, si potrà dire anche poetico, ironico, angosciante. La città di Her, e qui mi chiedo quanti lo abbiano notato durante la proiezione in sala, è un’esatta crasi tra due metropoli distanti un oceano, Los Angeles (dove viene collocato erroneamente il film) e Shanghai. E’ come se una sola città non bastasse a restituire l’esatta complessità del futuro che ci attende. Come un prestigiatore Jonze intervalla i respiri offerti dallo sprawl urbano di Los Angeles all’indicibile, quasi sovrannaturale, densità di una Shanghai mai così onirica ed evocativa. Questo è ancora più curioso se lo si confronta con l’attenzione maniacale che viene riposta nel “raccontare-progettare” gli spazi interni dove i personaggi vivono e lavorano. Sofisticati punti luce, elementi di design esibiti come fossero in un interno d’autore presso una fiera del mobile, abiti un po’ nerd un po’ radicale, a metà tra la moda scandinava e quella dei manga made in Japan, un brusio di sottofondo fatto di mail, di auricolari, di media e di luci che ci racconta un futuro che sembra già passato.

Ci raccontano di un mondo che forse già viviamo.

About Jacopo Costanzo

Jacopo Costanzo
Cofondatore di Polinice e del Warehouse of Architecture and Research_ warehousearchitecture.org

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